Le attività di restauro dei beni culturali

Le attività di restauro dei beni culturali – pericoli e misure di tutela dei lavoratori

Le Attività Di Restauro Dei Beni Culturali – Pericoli E Misure Di Tutela Dei Lavoratori

Il restauro dei beni culturali è un ambito professionale ad alta specializzazione, in cui la tutela della salute e sicurezza degli operatori deve procedere in parallelo con la salvaguardia del valore storico-artistico del bene. Il documento INAIL dedicato alle attività di restauro mette in evidenza come la varietà dei manufatti, dei contesti operativi e dei materiali impiegati renda l’esposizione ai rischi spesso “multifattoriale” e non sempre facilmente circoscrivibile.

1) Il contesto: perché il restauro è un’attività “particolare”

Nel Codice dei beni culturali e del paesaggio (art. 29, comma 4), il restauro è definito come un intervento diretto sul bene, composto da operazioni finalizzate all’integrità materiale e al recupero del bene, con protezione e trasmissione dei valori culturali. La definizione evidenzia due dimensioni inseparabili: conservazione della materia e conservazione/trasmissione del significato culturale.

Le attività di restauro possono riguardare beni molto diversi: edifici storici e reperti archeologici, pitture e mosaici, opere in metallo, carta e materiali librari, tessuti ed elementi d’arredo. Questa eterogeneità comporta l’impiego di tecniche e prodotti differenti e, di conseguenza, l’esposizione a pericoli variabili (chimici, biologici, fisici e organizzativi), spesso influenzati dal luogo di lavoro e dalle condizioni microclimatiche.

Il factsheet sottolinea inoltre un aspetto organizzativo chiave: l’intervento di restauro è tipicamente “corale”, basato sulla collaborazione tra più figure professionali. Per questo, la chiarezza nella definizione di ruoli, responsabilità e modalità operative è determinante anche ai fini della prevenzione.

2) Dove si lavora: indoor, outdoor e ambienti misti

Il restauratore opera prevalentemente:

  • Indoor (laboratori, archivi, sale espositive, musei), dove le condizioni microclimatiche risultano in genere più stabili e controllabili;

  • Outdoor (scavi archeologici, cantieri, aree rurali/urbane), dove le condizioni sono meno controllabili e possono includere attività in quota su ponteggi o trabattelli;

  • Ambienti misti, con alternanza interno/esterno.

Il lavoro all’aperto, per definizione, rende più complessa la gestione del rischio: aumentano variabilità climatica, interferenze, dispersione di polveri e bioaerosol, presenza di vettori biologici e la difficoltà nell’applicazione di misure tecniche come la ventilazione/aspirazione.


3) Pericoli di natura biologica: biodeterioramento, biofilm e bioaerosol

3.1 Biodeterioramento e microbioma “deteriogeno”

Molti materiali tipici del restauro (tessuti, carta, legno, intonaci, resine, colle, pigmenti organici, ecc.) possono costituire substrati nutritivi per comunità microbiche ubiquitarie (batteri e microfunghi). Il danno prodotto dall’attività biologica sul manufatto è ricondotto al fenomeno del biodeterioramento.

Il documento evidenzia che il microbioma responsabile e la dinamica di colonizzazione dipendono da:

  • composizione e stato del manufatto,

  • temperatura/umidità/ventilazione,

  • inquinanti,

  • invecchiamento dell’opera,

  • materiali organici impiegati in restauri precedenti,

  • presenza umana (negli indoor).


In outdoor, le superfici possono ospitare biofilm costituiti da comunità complesse di batteri e microfunghi; tali biofilm possono amplificare il biodeterioramento, intrappolare particolato e inquinanti e aumentare la “resistenza” del sistema a trattamenti biocidi.

3.2 Biorestauro: opportunità e punti di attenzione

Il factsheet introduce il concetto di biorestauro: l’uso di microrganismi e/o enzimi per eseguire trattamenti di pulitura, protezione, conservazione e consolidamento, sfruttando processi naturali di degradazione controllata. Vengono citate applicazioni quali rimozione di depositi/residui, precipitazione di carbonato di calcio per consolidamento, patinatura protettiva dei metalli e attività biocida/fungicida, con modalità di applicazione tramite tamponi, membrane, impacchi, spray, pennelli o spazzole.

Tra i vantaggi indicati rispetto a metodi fisici e chimici: minore invasività sull’opera, costi contenuti, alta specificità e maggiore controllabilità del processo. Tuttavia, sul piano della prevenzione, il documento ricorda che gli operatori possono comunque entrare in contatto con una grande varietà di organismi, alcuni potenzialmente pericolosi per la salute (infezioni, sensibilizzazioni/allergie, effetti tossici), secondo l’impostazione del Titolo X del D.Lgs. 81/2008.

3.3 Modalità di esposizione e misure di contenimento (indoor/outdoor)

Nel riepilogo delle principali situazioni di rischio biologico, l’esposizione può avvenire:

  • inalatoria (bioaerosol, particolato),

  • da contatto,

  • percutanea, soprattutto attraverso microlesioni e ferite (tagli, punture), con rischio di penetrazione microbica in siti normalmente sterili.

Le misure di tutela indicate includono:

  • confinamento delle attività con dispersione di particolato,

  • protezioni collettive (aspirazione localizzata, ventilazione generale),

  • indumenti di lavoro e DPI per mani, occhi e vie aeree,

  • procedure di sicurezza e buone prassi (incluse prassi di laboratorio),

  • misure igieniche e organizzative negli indoor (controllo microclimatico, manutenzione impianti, igiene superfici, lavaggio mani, formazione).

Per gli outdoor, oltre a igiene, DPI e procedure, vengono richiamati rischi specifici legati a allergeni e a vettori/animali (imenotteri, artropodi come zecche e zanzare, ecc.), con indicazioni su repellenti, ispezione del corpo/indumenti, non lavorare in solitario e addestramento al pronto intervento (incluse misure per prevenzione reazioni allergiche severe).


4) Pericoli di natura chimica: solventi, vernici, resine, biocidi e polveri

4.1 Sostanze e miscele impiegate nel restauro

Le operazioni di restauro fanno largo uso di miscele chimiche: solventi, saponi, vernici, smalti, resine, enzimi, biocidi, consolidanti, adesivi, stucchi, protettivi e composti sequestranti. Il documento richiama la possibile presenza di sostanze con pericolosità intrinseca, includendo composti organici volatili (COV), idrocarburi aromatici, composti organoclorurati (inclusi PCB) e metalli pesanti.

Viene inoltre evidenziato che:

  • i solventi possono avere azione solubilizzante/pulente/sgrassante;

  • le vernici contengono solventi, resine, pigmenti e additivi; se i pigmenti sono inorganici possono includere metalli (esempi citati: cadmio, cromo, mercurio, arsenico, titanio);

  • biocidi/erbicidi sono usati per controllare/eliminare fenomeni di biodeterioramento, con applicazioni a spruzzo, pennello, impacco, iniezione o fumigazione, e possono essere additivati a vernici/resine.

Sono riportati anche esempi espliciti di prodotti e miscele comuni e dei relativi profili di pericolo (ad esempio acetone e diluente nitro come miscela di solventi con proprietà di infiammabilità/nocività differenti).

4.2 Polveri e fumi da lavorazioni meccaniche

Oltre ai reagenti, alcune lavorazioni meccaniche su manufatti e opere murarie possono generare fumi e polveri. Il particolato aerodisperso può essere di natura diversa (polveri inerti/fastidiose, cemento, legno, ecc.) e la deposizione nei distretti respiratori dipende dalla granulometria; gli effetti sull’organismo possono essere fisici, chimici, allergizzanti o misti.

4.3 Vie di esposizione e criticità indoor/outdoor

Le vie di esposizione principali per gli agenti chimici sono:

  • inalatoria,

  • dermica.

Il documento richiama una criticità tipica del settore: spesso l’opera non è trasferibile in un laboratorio attrezzato e si lavora “in loco”, talvolta senza la disponibilità di ventilazione adeguata; inoltre, consumo di prodotto e livello di esposizione dipendono dall’oggetto, dal grado di deterioramento e dalla tecnica di intervento.

4.4 Identificazione e classificazione CLP: salute vs sicurezza

Per una corretta valutazione del rischio, le sostanze in purezza o in miscela devono essere identificate e associate a eventuale classificazione secondo il Regolamento (CE) 1272/2008 (CLP), distinguendo chiaramente tra:

  • pericoli per la salute,

  • pericoli per la sicurezza (es. infiammabilità).


5) Misure di tutela: gerarchia degli interventi e “innovazione” come leva preventiva

5.1 Misure tecniche, organizzative, procedurali e comportamentali

Il factsheet propone un impianto di prevenzione che combina:

  • misure tecniche (strumentazioni e impianti a norma, progettazione integrata, ventilazione generale e aspirazione localizzata, adozione di soluzioni ecocompatibili e sostituzione);

  • misure organizzative (riorganizzazione delle fasi per ridurre livello e durata dell’esposizione; informazione/formazione/addestramento);

  • misure procedurali (manuali e istruzioni operative per stoccaggio, gestione sversamenti, raccolta rifiuti pericolosi; piani di emergenza/evacuazione/pronto soccorso; etichettatura e segnaletica; acquisizione SDS aggiornate);

  • misure comportamentali e DPI (igiene; protezione di corpo, occhi/viso, mani, vie respiratorie).

5.2 Sostituzione e “restauro green”: innovazione di prodotto

Un messaggio centrale del documento è che la tutela può essere rafforzata attraverso l’innovazione, in linea con il principio di sostituzione delle sostanze pericolose con alternative meno pericolose, richiamando gli obblighi e le misure generali di tutela del D.Lgs. 81/2008 (con particolare attenzione a cancerogeni/mutageni e tossici per la riproduzione). In concreto, il factsheet cita alternative come:

  • vernici a basso contenuto di solventi,

  • vernici ad acqua o al lattice con riduzione dei COV,

  • vernici “naturali” prive di derivati petrolchimici (pur potendo contenere COV naturali a tossicità tollerabile),

  • sistemi a base acquosa con principi attivi più selettivi,

  • consolidanti inorganici e soluzioni più sostenibili rispetto ad alcune resine, con materiali atossici e altamente biodegradabili.

5.3 Innovazione di processo: biorestauro e casi applicativi

Oltre al “prodotto”, il documento valorizza l’innovazione di processo: biorestauro e bioricostruzione possono ridurre l’uso di prodotti di sintesi nocivi, sostituendoli con microrganismi o enzimi mirati (ad esempio per l’asportazione selettiva di materiale estraneo/alterato).

Viene presentato anche un esempio nel restauro dei materiali cartacei: la spinta alla sostituzione di alcune soluzioni tradizionali ha favorito la sperimentazione di polisaccaridi da fonti vegetali (alghe) per ottenere prestazioni equivalenti con maggiore sostenibilità, evitando l’impiego di sostanze ad elevata criticità.

Il documento INAIL porta a una conclusione gestionale chiara: nel restauro dei beni culturali la prevenzione non può essere ridotta a un elenco di DPI, ma deve essere un sistema integrato che unisce:

  1. analisi del contesto operativo (indoor/outdoor/misto e interferenze),

  2. identificazione puntuale di agenti biologici e chimici e delle vie di esposizione,

  3. applicazione coerente di misure tecniche/organizzative/procedurali/comportamentali,

  4. formazione specialistica e procedure di lavoro compatibili con la tutela del lavoratore e dell’opera,

  5. investimento in innovazione (di prodotto e di processo) come leva strutturale di riduzione del rischio.


Fonte: Factsheet INAIL “Le attività di restauro dei beni culturali: pericoli e misure di tutela dei lavoratori”, Edizione 2025.

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