Dalla UNI EN 689:2019 al Manuale UNICHIM 208
Dalla UNI EN 689:2019 al Manuale UNICHIM 208: un sistema integrato per rendere la valutazione più affidabile, uniforme e realmente orientata alla tutela dei lavoratori

Il rischio chimico comprende l’insieme dei pericoli per la salute e la sicurezza derivanti dalla presenza, dall’impiego o dalla generazione di agenti chimici durante il lavoro. Non interessa esclusivamente l’industria chimica, i laboratori di ricerca o gli stabilimenti farmaceutici: può manifestarsi in officine, cantieri, aziende agricole, strutture sanitarie, imprese di pulizia, carrozzerie, tipografie, attività di manutenzione, saloni di acconciatura, impianti di trattamento dei rifiuti e in numerosi altri contesti produttivi.
Il fact sheet INAIL dedicato al tema sottolinea il carattere ubiquitario del rischio. In Europa, circa il 17% dei lavoratori dichiara di essere esposto a prodotti o sostanze chimiche per almeno un quarto del proprio orario di lavoro, mentre il 15% riferisce di respirare fumi, vapori, polveri o aerosol durante l’attività professionale. Il documento richiama inoltre, per il 2024, oltre 88.353 denunce complessive di malattia professionale in Italia e segnala il peso delle patologie respiratorie e dei tumori di origine occupazionale nel quadro delle tecnopatie correlate agli agenti chimici.
La corretta gestione di questo rischio richiede pertanto un approccio che integri obblighi legislativi, competenze di igiene industriale, conoscenza dei processi produttivi, metodologie di campionamento, qualità analitica e capacità di interpretare statisticamente i risultati. In tale sistema, la UNI EN 689:2019, la UNI EN 482:2021 e il Manuale UNICHIM 208 rappresentano riferimenti centrali.
Un rischio per la salute e per la sicurezza
L’esposizione agli agenti chimici può avvenire attraverso diverse vie. Quella inalatoria è particolarmente rilevante negli ambienti di lavoro, perché gas, vapori, polveri, fumi e aerosol possono raggiungere le vie respiratorie e, in alcuni casi, entrare nella circolazione sistemica. Devono però essere considerate anche l’esposizione cutanea, il contatto con gli occhi e l’ingestione indiretta, per esempio attraverso mani contaminate o comportamenti igienici inadeguati.
Gli effetti possono essere immediati oppure manifestarsi dopo anni. Tra quelli acuti rientrano irritazioni, ustioni chimiche, cefalea, nausea, vertigini, difficoltà respiratorie e intossicazioni. Le esposizioni ripetute o prolungate possono invece determinare patologie respiratorie croniche, sensibilizzazioni, danni al fegato, ai reni o al sistema nervoso, alterazioni della fertilità e tumori professionali.
Un aspetto particolarmente critico è rappresentato dall’assenza di sintomi iniziali. Numerose sostanze possono esercitare un’azione cumulativa senza provocare segnali immediatamente riconoscibili. Inoltre, la presenza contemporanea di più agenti può produrre effetti additivi o sinergici, rendendo insufficiente una valutazione condotta sostanza per sostanza senza considerare l’esposizione combinata.
Al rischio per la salute si aggiungono i pericoli per la sicurezza: infiammabilità, esplosività, instabilità, reattività, sviluppo di atmosfere pericolose e possibilità di reazioni incompatibili tra sostanze. Una valutazione completa non deve quindi limitarsi agli effetti tossicologici, ma deve analizzare anche le condizioni di stoccaggio, travaso, miscelazione, manutenzione, smaltimento e gestione delle emergenze.
Il quadro normativo: dagli obblighi di legge alle norme tecniche
Il principale riferimento nazionale è il decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81. Nel testo vigente al 14 luglio 2026, il decreto disciplina la valutazione dei rischi, le misure generali di tutela, la formazione, la sorveglianza sanitaria e, nel Titolo IX, la protezione dai rischi derivanti dagli agenti chimici, cancerogeni, mutageni e dalle sostanze tossiche per la riproduzione.
Il datore di lavoro è chiamato a valutare preliminarmente:
- le proprietà pericolose degli agenti presenti;
- le informazioni contenute nelle schede di dati di sicurezza;
- il livello, il tipo e la durata dell’esposizione;
- le quantità utilizzate o generate;
- le modalità e la frequenza delle lavorazioni;
- i valori limite di esposizione professionale applicabili;
- gli effetti delle misure preventive già adottate;
- le possibili esposizioni multiple;
- i risultati della sorveglianza sanitaria e delle precedenti misurazioni.
Il quadro descritto dal fact sheet comprende inoltre il d.lgs. 39/2016, connesso all’allineamento della normativa nazionale ai regolamenti europei CLP e REACH, e il d.lgs. 135/2024, che ha recepito la direttiva europea riguardante la tutela dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni, mutageni e tossici per la riproduzione.
Le norme tecniche non sostituiscono gli obblighi giuridici. Forniscono, tuttavia, metodologie riconosciute per applicarli in maniera coerente, riproducibile e documentabile. Il fact sheet evidenzia che la UNI EN 689 e la UNI EN 482 sono richiamate nell’Allegato XLI del d.lgs. 81/2008: questo rinvio attribuisce loro un particolare rilievo tecnico e operativo nella scelta dei metodi di valutazione e misurazione.
In termini sintetici, la legislazione stabilisce che cosa deve essere garantito, mentre le norme tecniche indicano come impostare una valutazione scientificamente solida.
UNI EN 689:2019: la strategia per valutare l’esposizione inalatoria
La UNI EN 689:2019 definisce una strategia per effettuare misurazioni rappresentative dell’esposizione per inalazione agli agenti chimici e verificare la conformità ai valori limite di esposizione occupazionale. La norma risulta in vigore dal 16 maggio 2019; secondo il relativo sommario UNI, non si applica ai valori limite con periodi di riferimento inferiori a quindici minuti.
Il suo elemento più importante è il superamento di una concezione meramente strumentale della valutazione. Misurare non significa semplicemente collocare un campionatore su alcuni lavoratori e confrontare i risultati con un limite. Prima di eseguire le misure occorre conoscere il processo, individuare le fonti emissive, comprendere la variabilità delle attività e definire quali lavoratori e quali giornate possano rappresentare correttamente lo scenario espositivo.
La strategia può essere articolata in sei passaggi fondamentali.
1. Censimento e caratterizzazione di base
Il valutatore deve identificare gli agenti chimici utilizzati, prodotti o liberati durante le lavorazioni. Il censimento non deve comprendere soltanto le materie prime intenzionalmente impiegate, ma anche intermedi, sottoprodotti, prodotti di decomposizione e contaminanti generati dal processo, come fumi di saldatura, polveri di lavorazione, nebbie, emissioni da combustione e vapori prodotti durante operazioni a caldo.
La caratterizzazione comprende lo studio delle proprietà chimico-fisiche e tossicologiche, delle quantità, delle modalità di impiego, della frequenza e durata dei compiti, dell’organizzazione del lavoro e delle misure di gestione già presenti.
2. Stima preliminare dell’esposizione
Sulla base delle informazioni disponibili, il valutatore formula una prima stima del livello espositivo. Possono essere utilizzati dati storici, informazioni di letteratura, risultati riferiti a processi comparabili, modelli di stima, algoritmi, approcci di control banding, parametri tecnici e misure condotte in condizioni ragionevolmente rappresentative o cautelative.
Questa fase serve anche a stabilire se sia necessario effettuare misurazioni. La scelta deve essere motivata: non misurare può essere tecnicamente corretto soltanto quando le informazioni disponibili consentono di formulare una conclusione sufficientemente affidabile e documentata.
3. Costituzione dei gruppi di esposizione similare
La UNI EN 689 introduce i gruppi di esposizione similare, indicati con l’acronimo SEG, dall’inglese Similar Exposure Group. Un SEG riunisce lavoratori che presentano un profilo espositivo comparabile per attività svolte, frequenza dei compiti, materiali utilizzati, processi, durata dell’esposizione e misure di controllo applicate.
La costituzione dei gruppi consente di ridurre il numero complessivo dei campionamenti senza diminuire l’affidabilità della valutazione. Il raggruppamento, però, non può basarsi soltanto sulla mansione formale. Due addetti con la stessa qualifica possono essere esposti in modo molto diverso se operano su impianti, turni o fasi produttive differenti.
Dopo le misurazioni, il SEG deve essere validato. Risultati eccessivamente dispersi o valori anomali possono indicare che il gruppo non è realmente omogeneo e che deve essere suddiviso o ridefinito.
4. Strategia e procedura di misurazione
Per ciascun SEG devono essere individuati:
- gli agenti da misurare;
- le frazioni dimensionali rilevanti, nel caso delle polveri;
- il metodo di campionamento e analisi;
- la durata dei prelievi;
- il numero delle misure;
- i lavoratori, i turni e le giornate da campionare;
- le condizioni produttive da rappresentare;
- i criteri di gestione delle misure non valide o dei risultati inferiori al limite di quantificazione.
La campagna deve riflettere la variabilità reale dell’esposizione. Campionare esclusivamente giornate anomale può sovrastimare il rischio; scegliere soltanto condizioni favorevoli può invece sottostimarlo. Anche l’eventuale strategia basata sul “caso peggiore” deve essere tecnicamente definita e adeguatamente documentata.
5. Verifica della conformità al VLEP
Il valore limite di esposizione professionale, o VLEP, è il parametro rispetto al quale vengono confrontati i livelli di esposizione. La UNI EN 689 non si limita al confronto tra una singola misura e il valore limite, ma utilizza un approccio finalizzato a stimare la distribuzione delle esposizioni all’interno del gruppo.
Il fact sheet descrive due percorsi. Il test preliminare può essere applicato con:
- tre misurazioni, se tutti i risultati sono inferiori a 0,10 volte il VLEP;
- quattro misurazioni, se tutti i risultati sono inferiori a 0,15 volte il VLEP;
- cinque misurazioni, se tutti i risultati sono inferiori a 0,20 volte il VLEP.
Quando tali condizioni non sono soddisfatte, occorre procedere con un test statistico, basato su almeno sei misurazioni e finalizzato a verificare, con il grado di confidenza previsto, che meno del 5% delle esposizioni superi il valore limite.
Il giudizio non deve essere interpretato in modo semplicistico. La conformità statistica al VLEP non equivale automaticamente all’assenza di rischio e non esonera dall’applicazione delle misure di prevenzione. Questo principio è particolarmente rilevante per agenti cancerogeni, mutageni e per le sostanze tossiche per la riproduzione prive di soglia.
6. Rapporto e rivalutazione periodica
La valutazione deve concludersi con un rapporto che descriva criteri, ipotesi, SEG, metodi, condizioni di campionamento, risultati, trattamento statistico, giudizio di conformità, misure applicate e programma di riesame.
Lo schema di flusso riportato a pagina 3 del fact sheet evidenzia la natura ciclica del processo: caratterizzazione, stima, misurazione, confronto con il VLEP, decisione di conformità e rivalutazione periodica sono collegati tra loro. Una variazione delle sostanze, degli impianti, dei volumi produttivi, delle modalità operative o dei sistemi di aspirazione deve riportare il processo alla fase di caratterizzazione iniziale.
UNI EN 482:2021 e qualità delle procedure di misura
Una strategia di campionamento corretta perde valore se la procedura analitica non possiede prestazioni adeguate. La UNI EN 482:2021 specifica i requisiti prestazionali per la determinazione della concentrazione degli agenti chimici negli ambienti di lavoro.
I requisiti si applicano a gas, vapori e particelle aerodisperse, sia quando campionamento e analisi sono eseguiti separatamente, sia quando vengono impiegati strumenti a lettura diretta. La norma è in vigore dal 15 aprile 2021.
La scelta del metodo deve essere coerente con l’obiettivo della misurazione e con l’intervallo di concentrazione atteso. Devono essere valutati il campo di misura, la selettività, le interferenze, il limite di quantificazione, la stabilità del campione, l’incertezza e l’idoneità del sistema rispetto alle condizioni reali.
Un risultato numerico non è automaticamente un dato affidabile. Occorre verificare, per esempio, che il campionatore sia appropriato alla frazione di aerosol da determinare, che la portata sia controllata, che il campione non si degradi durante il trasporto e che il laboratorio utilizzi un metodo validato per la matrice e l’intervallo di interesse.
Il Manuale UNICHIM 208: dalla norma alla pratica applicativa
La UNI EN 689 richiede al valutatore numerose scelte professionali. La norma definisce la struttura metodologica, ma non può descrivere ogni situazione produttiva. Per ridurre differenze interpretative e pratiche disomogenee è stato pubblicato nel 2024 il Manuale UNICHIM 208, “Modalità di applicazione della norma UNI EN 689:2019”.
Il documento è stato elaborato da un gruppo interdisciplinare della Commissione UNICHIM “Ambienti di lavoro”, coordinato da una professionista INAIL, con la partecipazione di esperti provenienti da enti pubblici, aziende, organizzazioni industriali e laboratori. Il suo obiettivo dichiarato è armonizzare la norma europea con la legislazione italiana e orientare il valutatore verso strategie appropriate nei diversi contesti lavorativi.
Tra i temi approfonditi rientrano:
- ruolo, competenze e responsabilità del valutatore;
- criteri di costituzione e validazione dei SEG;
- pianificazione delle campagne di campionamento;
- test preliminari e verifiche statistiche;
- gestione dei risultati inferiori al limite di quantificazione;
- valutazione dell’esposizione contemporanea a più agenti;
- definizione del parametro espositivo da utilizzare;
- periodicità delle rivalutazioni;
- aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi.
Il Manuale non costituisce quindi una semplice spiegazione della norma, ma uno strumento per trasformare un impianto tecnico europeo in decisioni applicabili alla realtà delle imprese italiane.
Sostanze tossiche per la riproduzione: le nuove tutele
Il decreto legislativo 4 settembre 2024, n. 135 ha dato attuazione alla direttiva UE 2022/431 ed è entrato in vigore l’11 ottobre 2024. Il provvedimento ha esteso l’impianto di tutela precedentemente riferito agli agenti cancerogeni e mutageni anche alle sostanze tossiche per la riproduzione.
Le sostanze reprotossiche possono alterare la fertilità, la funzione sessuale o lo sviluppo della progenie. La classificazione di maggiore rilevanza professionale distingue:
- categoria 1A, quando la tossicità per la riproduzione è nota sulla base di evidenze nell’essere umano;
- categoria 1B, quando la sostanza è considerata presumibilmente tossica sulla base di solide evidenze sperimentali.
L’approccio preventivo segue una gerarchia precisa. La priorità è l’eliminazione dell’agente; quando non è possibile, deve essere valutata la sostituzione con una sostanza o un processo meno pericoloso. Se anche la sostituzione non è tecnicamente praticabile, occorre privilegiare l’impiego in un sistema chiuso. Solo successivamente si interviene riducendo l’esposizione mediante misure tecniche, organizzative e procedurali.
Una distinzione fondamentale riguarda le sostanze con soglia e quelle prive di soglia. Per le prime può essere individuato un livello al di sotto del quale il rischio è considerato adeguatamente controllato; per le seconde non è riconosciuto un livello di esposizione completamente sicuro. In quest’ultimo caso, il rispetto del valore limite non rappresenta il punto finale della prevenzione: l’esposizione deve essere ulteriormente ridotta quanto più possibile.
Anche per queste sostanze la UNI EN 689 rimane il riferimento metodologico per la misurazione e la valutazione dell’esposizione inalatoria.
Dalla valutazione alla gestione effettiva del rischio
Una valutazione tecnicamente corretta deve tradursi in un programma di prevenzione verificabile. Il percorso aziendale dovrebbe comprendere sei componenti strettamente integrate.
Censimento aggiornato degli agenti. L’impresa deve disporre di un inventario coerente con le sostanze realmente presenti, comprensivo di prodotti di processo, emissioni generate e sostanze utilizzate occasionalmente durante manutenzioni o pulizie.
Eliminazione e sostituzione. Prima di ricorrere a dispositivi di protezione individuale, occorre verificare la possibilità di eliminare l’agente o sostituirlo con prodotti, tecnologie o modalità operative meno pericolose.
Misure tecniche. Sistemi chiusi, confinamento, automazione, aspirazione localizzata, ventilazione, manutenzione preventiva e controllo delle perdite devono agire direttamente sulla fonte.
Misure organizzative. Limitazione del numero di esposti, riduzione della durata delle operazioni, segregazione delle aree, procedure di accesso, pulizia programmata e corretta gestione dei rifiuti riducono ulteriormente il rischio.
Informazione, formazione e addestramento. I lavoratori devono saper riconoscere pittogrammi, pericoli, incompatibilità, procedure di travaso, comportamenti vietati, sistemi di emergenza e modalità corrette di impiego dei dispositivi di protezione.
Controllo nel tempo. Campagne di misura, verifica dell’efficienza degli impianti, sorveglianza sanitaria, analisi degli incidenti e riesame periodico del DVR permettono di accertare che le misure continuino a essere efficaci.
I dispositivi di protezione individuale rappresentano una barriera importante, ma residuale rispetto agli interventi alla fonte. La scelta di guanti, indumenti, protezioni oculari e apparecchi di protezione delle vie respiratorie deve essere basata sulle caratteristiche dell’agente, sul tipo di esposizione, sulla durata dell’attività e sulle effettive condizioni d’impiego.
Le criticità più frequenti
Una delle debolezze più comuni è considerare la scheda di dati di sicurezza come equivalente alla valutazione del rischio. La scheda descrive i pericoli del prodotto e fornisce informazioni generali, ma non conosce le specifiche condizioni aziendali: quantità, temperature, modalità di applicazione, ventilazione, tempi di esposizione e compresenza di altri agenti.
Un secondo errore consiste nell’eseguire misure senza una preventiva caratterizzazione. Campionare senza avere definito fonti, compiti, variabilità e SEG produce dati difficili da interpretare e non necessariamente rappresentativi.
Altre criticità sono la formazione di gruppi troppo ampi, il ricorso a una singola misurazione, la mancata validazione statistica, l’assenza di informazioni sulle condizioni produttive e il mancato aggiornamento dopo modifiche degli impianti o dei processi.
Anche concentrazioni inferiori al limite di quantificazione devono essere gestite con criteri dichiarati. Ignorarle, sostituirle automaticamente con zero o applicare regole differenti tra campagne può alterare le stime statistiche e compromettere il giudizio di conformità. Il Manuale UNICHIM 208 dedica specifica attenzione a questo problema e alla valutazione delle esposizioni multiple.

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L’eventuale utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale nella fase di predisposizione non modifica questo principio. Le informazioni devono essere applicate considerando il contesto concreto, la normativa vigente, le caratteristiche dell’attività lavorativa e gli eventuali ulteriori obblighi previsti dalla disciplina applicabile.
