LUOGHI DI LAVORO
Principali rischi in
ambiente ospedaliero
La sicurezza in Ospedale
è un valore che non si può trascurare, una variabile
strutturale o tecnologica dalla quale non solo
dipende la salute ma la stessa incolumità fisica di
pazienti e dipendenti. Risulta quindi di
fondamentale importanza effettuare una valutazione
dei rischi, intesa come l'insieme di tutte quelle
operazioni, conoscitive e operative, che devono
essere attuate per addivenire ad una stima del
rischio d'esposizione ai fattori di pericolo per la
sicurezza e la salute del personale in relazione
allo svolgimento delle lavorazioni.
Tale valutazione è pertanto un'operazione
complessa che richiede per ogni ambiente o posto di
lavoro considerato una serie d'operazioni,
successive e conseguenti tra loro, che dovranno
prevedere:
- identificazione
delle sorgenti di rischio presenti nel ciclo
lavorativo
- individuazione dei
conseguenti potenziali rischi d'esposizione
- la stima dell'entità
dei rischi d'esposizione
Nelle strutture sanitarie
coesiste uno scenario completo di rischi
convenzionali ed emergenti (fisici, chimici e
biologici) difficilmente riscontrabile in altre
realtà industriali.
Conformemente a quanto
indicato nelle Linee guida per la valutazione del
rischio.
Applicazione alle
strutture del SSN‰ dell'I.S.P.E.S.L., si possono
quindi elencare i rischi maggiormente presenti nelle
strutture sanitarie.
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Rischi fisici |
Il rumore
Il rumore (che può essere
genericamente definito come un suono inutile o
fastidioso), negli ambienti di lavoro è ormai
diventato uno dei problemi più importanti. È causa
di danno (ipoacusia, sordità) e comporta la malattia
professionale statisticamente più significativa.
Gli effetti nocivi che il rumore può causare
sull'uomo dipendono da tre fattori:
- intensità del rumore
- frequenza del rumore
- durata nel tempo
dell'esposizione al rumore
Questi effetti possono
essere distinti in:
- effetti uditivi:
vanno ad incidere negativamente a carico
dell'organo dell'udito provocando ipoacusia
- effetti
extra-uditivi: insonnia, diminuzione della
capacità di concentrazione, facile irritabilità,
ecc...
Il D.Lgs 81/2008 (artt.
187-198) definisce e regolamenta le procedure per
ridurre anche i rischi da rumore negli ambienti di
lavoro. La sua corretta applicazione dovrebbe
portare ad una riduzione della sordità da rumore.
I valori limite di esposizione e i valori di
azione, in relazione al livello di esposizione
giornaliera al rumore e alla pressione acustica di
picco, sono fissati a:
- valori limite di
esposizione rispettivamente LEX = 87 dB(A) e
ppeak = 200 Pa (140 dB(C) riferito a 20 µPa)
- valori superiori di
azione: rispettivamente LEX = 85 dB(A) e ppeak =
140 Pa (137 dB(C) riferito a 20 µPa)
- valori inferiori di
azione: rispettivamente LEX = 80 dB(A) e ppeak =
112 Pa (135 dB(C) riferito a 20 µPa)
Laddove a causa delle
caratteristiche intrinseche della attività
lavorativa l'esposizione giornaliera al rumore varia
significativamente, da una giornata di lavoro
all'altra, è possibile sostituire, ai fini
dell'applicazione dei valori limite di esposizione e
dei valori di azione, il livello di esposizione
giornaliera al rumore con il livello di esposizione
settimanale a condizione che:
- il livello di
esposizione settimanale al rumore, come
dimostrato da un controllo idoneo, non ecceda il
valore limite di esposizione di 87 dB(A)
- siano adottate le
adeguate misure per ridurre al minimo i rischi
associati a tali attività
Si può riscontrare
esposizione per coloro che operano in ambienti tipo
la centrale termica, i gruppi elettrogeni, le
officine di manutenzione, le lavanderie, le
stirerie, ecc. Nel caso dell'Asl Cn2 i livelli di
esposizione professionale quotidiana rilevati sono
inferiori a 85 dB(A), valore considerato "livello
d'attenzione".
Vibrazioni
Un'oscillazione rapida e
di piccola ampiezza produce una vibrazione. Le
vibrazioni sono regolamentate dal D.Lgs. 81/2008
(artt. 199-205) e sono differenziate in funzione
della frequenza, della lunghezza d'onda,
dell'ampiezza, della velocità e dell'accelerazione.
In relazione alle lavorazioni, è possibile
distinguere due criteri di rischio:
- vibrazioni con bassa
frequenza (si riscontrano ad esempio nei
conducenti di veicoli
- vibrazioni con alta
frequenza (si riscontrano nelle lavorazioni che
utilizzano attrezzi manuali a percussione)
Gli effetti nocivi
interessano nella maggior parte dei casi le ossa e
le articolazioni della mano, del polso, del gomito e
sono anche facilmente riscontrabili affaticamento
psicofisico e problemi di circolazione.
La prevenzione deve essere fondata su provvedimenti
di tipo tecnico (tendere a diminuire la formazione
di vibrazione da parte di macchine e attrezzi e
successivamente limitare la propagazione diretta e
indiretta sull'individuo utilizzando adeguati
dispositivi di protezione individuale), di tipo
organizzativo (è opportuno introdurre turni di
lavoro, avvicendamenti, ecc.) e di tipo medico con
visite preventive (in quanto è indispensabile una
selezione professionale) e visite periodiche (per
verificare l'idoneità lavorativa specifica).
Microclima
Con il termine comfort
ambientale (microclima) si intendono quei parametri
ambientali che influenzano gli scambi termici tra
soggetto e ambiente negli spazi confinati e che
determinano il cosiddetto "benessere termico".
Indispensabile è inoltre la purezza dell'aria.
In particolare il comfort microclimatico è quindi
definito dai seguenti parametri:
- temperatura
dell'aria
- umidità relativa
- purezza dell'aria
- livello di
inquinamento dell'aria
- velocità dell'aria
Esempi di condizioni
microclimatiche così come stabilito dal D.P.R.
14.01.1997 e dalla D.C.R. Piemonte 616/2000 sono:
- area di degenza:
temperatura invernale non inferiore a 20°C e non
inferiore a 22°C per la medicheria/degenze
pediatriche, temperatura estiva max 28°C, U.R.
40¸60%, ricambi aria/ora 2 v/h, ecc...
- area di diagnosi e
cura: tipo blocco operatorio, temperatura
20-24°C, U.R. 40¸60%, filtrazione 99,97%,
ricambi aria/ora 15 v/h, nei locali annessi
temperatura 20-28°C, U.R. 40¸60%, filtrazione
99,97%, ricambi aria/ora 6¸10 v/h, ecc...
- area servizi
generali: tipo uffici, temperatura 18-20°C, U.R.
50% con tolleranza ± 5%, ventilazione 0,1-0,2
m/sec.; centrali tecnologiche temperatura minore
di 26°C, U.R. 50%, ecc...
Appare evidente come il
comfort sia legato ad una serie di caratteristiche
strutturali dell'edificio, all'esposizione, alla
rumorosità del contesto ambientale, all'inerzia
termica dell'edificio, alla qualità delle finiture,
al livello di manutenzione, all'indice di
affollamento, ecc. Nei casi in cui non sia possibile
attuare tutte o in parte le condizioni sopra
riportate, è possibile ricorrere alla ventilazione:
l'ideale sarebbe il condizionamento generale
dell'ambiente di lavoro, cosa non sempre praticabile
quando si è in presenza di notevoli fonti di calore.
In casi eccezionali si può presentare ricorso ad una
ventilazione localizzata. Nel caso di situazioni
termiche elevate, misure di carattere preventive
vanno individuate anche nell'organizzazione del
lavoro (pause, periodi di riposo, ecc.).
Illuminazione
Il grado d'illuminazione
influisce sulla fatica visiva, sull'attività in
generale, sulla sicurezza e sul benessere delle
persone: è indispensabile pertanto che soddisfi le
specifiche esigenze degli operatori.
Gli obbiettivi da perseguire sono:
- una piacevole
varietà di luminanze e di colori per contribuire
al benessere degli occupanti e alla riduzione
dello stress da lavoro
- un'adeguata
luminosità dello spazio in modo che si possano
percepire con chiarezza gli oggetti
- condizioni di
sicurezza e di facilità di movimento
È sempre preferibile
sfruttare l'illuminazione naturale e solo quando ciò
non è possibile ricorrere, come completamento o in
totale sostituzione, all'illuminazione artificiale.
Esempi di illuminamento artificiale degli
ambienti di lavoro in ambito ospedaliero (da
Microclima, aerazione e illuminazione nei luoghi di
lavoro ISPESL 1/06/2006):
- ambulatorio = 300 lx
- c.e.d. = 500 lux
- cucine = 500 lx
- degenze in genere =
300 lx
- depositi, magazzini,
archivi = 100 ¸ 200 lx
- dialisi = 500 lx
- disimpegni = 200 lx
- farmacia = 500 ¸
1.000 lx
- locale travaglio =
300 lx
- locali riunioni
(<100 posti) = 500 lx
- reparti diagnostica
= 300 ¸ 1.000 lx
- rianimazione e
terapia intensiva = 1.000 lx
- sala parto = 1.000
lx
- sale operatorie =
1.000 lx
- servizi
igienico-sanitari = 80 ¸200 lx
- soggiorni = 100 ¸
200 lx
- sterilizzazione,
disinfezione = 300 lx
- terapie fisiche =
100 ¸ 300 lx
- uffici, box-ufficio
singoli e open space = 300 ¸ 750 lx.
Radiazioni ionizzanti
e non ionizzanti
Un rischio fisico
importante nel settore sanitario è quello
d’esposizione a radiazioni ionizzanti e non
ionizzanti, utilizzate per una prolungata e non
protetta attività a scopo diagnostico, terapeutico o
di disinfezione.
Le radiazioni ionizzanti sono delle particelle e
delle onde elettromagnetiche dotate di potere
altamente penetrante nella materia e ciò permette
alle radiazioni di far saltare da un atomo all'altro
gli elettroni che incontrano nel loro percorso. In
tal modo gli atomi, urtati dalle radiazioni, perdono
la loro neutralità (che consiste nell'avere un
uguale numero di protoni e di elettroni) e si
caricano elettricamente, ionizzandosi. L’esposizione
può determinare gravi danni fino alla morte
cellulare, ecc...
I tipi di radiazioni ionizzanti sono:
- raggi a, particelle
costituite da nuclei di elio (2 neutroni e 2
protoni) e dannosi solo se emessi entro il corpo
umano. In tal caso possono creare gravi danni
per la grande forza di ionizzazione posseduta
- raggi b, flussi di
particelle costituite da elettroni (beta-,
negativi) e da positroni (beta+, elettroni
positivi) emessi da un nucleo che si disintegra
e se emessi entro il corpo umano sono sempre
dannosi. Se emessi da una sorgente esterna sono
dannosi solo per gli organi, in pratica, a meno
di 1 cm dalla cute
- raggi g, onde
elettromagnetiche, come la luce, e non di natura
corpuscolare come i raggi alfa e beta e sempre
pericolosi, anche se emessi da sorgenti esterne
al corpo umano
- raggi x, radiazioni
elettromagnetiche simili ai raggi gamma, ma di
frequenza minore (quindi di lunghezza d'onda
maggiore: 10-11 - 10-9 metri) e pericolosità
elevata, ma inferiore a quella dei raggi gamma,
inoltre la sorgente è sempre esterna al corpo
umano e cessa le sue emissioni una volta spenta
- raggi cosmici,
nuclei atomici, elettroni, positroni e raggi
gamma (raggi cosmici primari) o sciami
fotoni-elettroni (raggi cosmici secondari) e la
loro scarsa presenza li rende del tutto innocui
- radon, gas
sprigionato da minerali radioattivi presenti
sulla crosta terrestre ed in alcuni materiali da
costruzione. Infiltrandosi negli ambienti
interrati diventa la fonte di emissione di
particelle alfa e di raggi gamma. Questi
elementi liberi nell'aria entrano nell'organismo
tramite la respirazione, danneggiando i tessuti
interni (nell’A.S.L. CN2 negli anni 2002-2003 ne
è stato eseguito il monitoraggio i dati emersi
sono risultati largamente inferiori ai livelli
di azione indicati dalla normativa vigente).
L’esposizione può
essere ridotta basandosi su tre fattori fondamentali
in radioprotezione:
- distanza: maggiore è
la distanza dalla sorgente di radiazione, minore
è l’esposizione
- tempo: meno tempo si
trascorre vicino alla fonte di radiazione,
minore è l’esposizione
- protezioni: il tipo
di protezione personale da usarsi dipende dal
tipo di radiazioni emesse dalla sorgente
Per garantire
condizioni di sicurezza e di tutela della salute dei
lavoratori l’Azienda provvede alla:
- sorveglianza fisica
affidata agli esperti qualificati che sulla base
della valutazione del rischio predispongono la
delimitazione delle zone lavorative a rischio,
il controllo e l’esame dei mezzi di protezione,
la valutazione delle esposizioni, ecc
- sorveglianza medica
affidata al Medico Autorizzato (categoria A e B)
per l’e esecuzione di visite mediche, indagini
specialistiche e di laboratorio, provvedimenti e
disposizioni sanitarie, ecc. e al Medico
Competente (categoria B). Sono classificati in
categoria A i lavoratori esposti che, sono
suscettibili di un’esposizione superiore, in un
anno solare, ad uno dei seguenti valori:
- 6 mSv per
esposizione globale o di equivalente di dose
efficace
- 3/10 di uno
qualsiasi dei limiti di dose fissati per il
cristallino, la pelle, le mani e gli
avambracci, piedi e caviglie
- 6 mSv per
esposizione globale o di equivalente di dose
efficace
Sono invece classificati
in categoria B i lavoratori esposti non classificati
in categoria A.
Le radiazioni non ionizzanti, sono quelle radiazioni
elettromagnetiche il cui meccanismo di interazione
con la materia non consiste nella ionizzazione.
Le radiazioni non ionizzanti sono generalmente
prodotte da elettrodomestici, telefoni cellulari,
tralicci, elettrodotti e in ambito ospedaliero sono
prodotte da apparecchiature di terapia
fisico-riabilitativa generanti radiofrequenze (marconi
terapia), laser e microonde (radar terapia) e da
apparecchiature a raggi ultravioletti (lampade
germicide, apparecchi per fototerapia - malattie
della pelle, ittero neo-natale e per indurimento di
gessi in ortopedia e resine in odontoiatria). Nell’A.S.L.
CN2 nell’anno 2000 è stato eseguito il monitoraggio
da parte dell’A.R.P.A. Piemonte e i valori di campo
elettrico sono risultati inferiori ai limiti
stabiliti dalle vigenti normative.
Il personale addetto è opportuno che limiti la sosta
e i tempi di permanenza nelle aree dove sono in
funzione tali apparecchiature, oltre ad usare i
D.P.I.
Si deve precisare inoltre che non tutto
l'elettromagnetismo è uguale. Va distinto quello a
basse frequenze da quello ad alte frequenze. In
entrambi i casi si produce una corrente elettrica
nei tessuti ma l'incidenza come causa di tumori è
diversa. Trattandosi di radiazioni non ionizzanti,
l'energia non è comunque tale da provocare mutazioni
genetiche nel Dna.
Le basse frequenze sono emesse normalmente da
tralicci, elettrodotti, cabine di trasformazione.
Tra i sintomi dovuti all' elettrosmog a intensità
superiori ai 100 microtesla, l'elettromagnetismo
induce malessere, mal di testa e brividi. Nelle
abitazioni l'intensità dell'elettromagnetismo non
supera i 0,2 microtesla anche se nulla può ancora
essere detto sugli effetti sulla salute dopo lunghi
periodi di esposizione.
Le alte frequenze sono invece emesse normalmente dai
telefoni cellulari, da antenne e ripetitori. E'
stata analizzata la possibilità che l'uso dei
telefoni cellulari, e delle radiazioni che derivano
dal suo funzionamento, siano causa dell'insorgere di
tumori del cervello (nella zona del cranio dove si
poggia il telefonino). Dubbi e paure sono però state
smentite da ricerche e studi compiuti nel 2000 e nel
2001 (National Cancer Institute ed altri studi). Il
numero di studi però è ancora insufficiente per
avvalorare una tesi piuttosto che un altra. Per
quanto riguarda le radiazioni prodotte dalle antenne
e dai ripetitori, le prime ricerche tendono a
minimizzare il loro impatto sulla salute in quanto
le radiazioni calano rapidamente con l'allontanarsi
dalla fonte che le genera.
Laser
Il laser, come sopra
specificato, è incluso fra le sorgenti di radiazione
non ionizzante e per il suo impiego massiccio e
diffuso ormai a tutti i livelli della
sperimentazione scientifica, merita senz’altro una
considerazione particolare.
Laser è il noto acronimo per Light Amplification by
Stimulated Emission of Radiation, il processo fisico
che sta dietro alla radiazione elettromagnetica
intensa, coerente e direzionale che può essere
ultravioletta (200 - 400 nm ), visibile (400 - 700
nm), o infrarossa (700 nm - 300 mm).
I rischi connessi all’uso del laser sono sia quelli
relativi alle caratteristiche intrinseche del
fascio, sia quelli derivanti dalle apparecchiature
che permettono di creare e mantenere questo tipo di
radiazione.
L’interazione diretta con il fascio interessa in
modo particolare occhi e pelle; ad esempio, la
radiazione proveniente da un laser si focalizza
sulla retina in un’immagine estremamente ridotta,
tanto che l’esposizione incidente viene aumentata di
quasi 5 ordini di grandezza, a causa dell’effetto di
focalizzazione della retina stessa.
Anche senza questo effetto, naturalmente, alcuni
tipi di laser producono una radiazione
sufficientemente intensa da provocare ustioni alla
pelle in caso di contatto diretto.
Occorre poi tenere presente che un laser necessita
di alimentazione elettrica, con tutti i pericoli
conseguenti, connessi con le apparecchiature di
potenza elevata.
Spesso il materiale attivo è allo stato gassoso,
quindi più difficilmente controllabile rispetto a
barrette solide, e non sempre si tratta di materiale
chimicamente inerte o innocuo.
A volte si utilizzano sostanze coloranti (dye laser)
e quindi solventi, e così via.
Questo breve richiamo su cose certamente note può
sembrare banale, ma vuole portare l’attenzione su
aspetti che, proprio perché ben conosciuti e sempre
sotto gli occhi, possono venire dati per scontati e,
quindi, ignorati nelle procedure di normale
operatività; questo è un atteggiamento estremamente
pericoloso; se da un lato infatti è bene acquisire
la familiarità e la manualità che permettono di
svolgere tranquillamente lavori tecnici, è comunque
fondamentale non dare nulla per scontato,
soprattutto quando, come può avvenire in INFM, si ha
a che fare con personale nuovo, inesperto, al quale
occorre presentare, da subito, tutti gli aspetti
pericolosi dell’ambiente e delle apparecchiature.
Esistono quindi molti tipi di laser, che possono
essere classificati a partire da:
- tipo di
funzionamento (pulsed o continuous wave)
- lunghezza d’onda del
fascio
- potenza del fascio
Secondo l’American
National Standard Institute ANSI Z136.1-1976, i
laser sono classificati in 4 classi di pericolosità
crescente.
Tutti i laser in commercio devono portare
indicazione della classe di appartenenza, in modo da
poter essere utilizzati in sicurezza.
Le quattro classi "standard" sono comunque le
seguenti:
CLASSE 1 - Exempt Laser
Il fascio laser è considerato innocuo in qualsiasi
condizione d’uso. Questo perché la radiazione emessa
è sempre al disotto degli standard massimi
consentiti (MPE, Massima Esposizione Permessa).
CLASSE 2 - Low-Power, Visible, Continuous-Wave
Laser
I laser in questa classe possono emettere radiazione
pericolosa, tuttavia la loro potenza è
sufficientemente bassa da consentire, con una azione
di riflesso, di evitare esposizioni inattese. Questo
non esclude la possibilità di riportare danni nel
caso di esposizione prolungata (‘prolungata’ qui
significa maggiore di 0,25 secondi, tempo entro il
quale si ha riflesso incondizionato). Sono compresi
in questa classe solo i laser ad emissione continua
e nel visibile, con potenza ≤ 1 mW.
CLASSE 3A - Medium Power Laser
I laser con emissione nel visibile e una potenza in
uscita fino a 5mW per i laser in continua, o 5 volte
il limite di classe 2 per i laser a impulsi ripetuti
o a scanning. Possono emettere radiazioni sia nel
campo del visibile che in quello del non visibile e
i loro fasci non sono pericolosi se osservati
direttamente in maniera non continua, mentre lo
possono diventare se si utilizzano strumenti che
amplificano e concentrano il fascio ottico (quali
microscopi, binocoli, ecc.)
CLASSE 3B - Medium Power Laser
I laser di classe 3B hanno potenze medie comprese
tra i limiti della classe 3A e 500 mW. I laser di
classe 3B sono pericolosi per gli occhi se non
protetti e possono essere pericolosi per la pelle;
anche le riflessioni diffuse da questi sistemi
possono essere pericolosi.
CLASSE 4 - High Power Laser
Sono i laser più pericolosi in quanto, oltre ad
avere una potenza tale da causare seri danni ad
occhi e pelle anche se il fascio è diffuso, possono
costituire un potenziale rischio di incendio,
causare fuoruscita di materiale tossico e spesso il
voltaggio e l’amperaggio di alimentazione sono
pericolosamente elevati. Molti tipi di laser sono
contenuti in strutture chiuse; in questo caso, la
loro pericolosità viene calcolata sulla base della
radiazione effettivamente visibile all’esterno della
struttura stessa. Naturalmente il sistema deve
essere protetto contro gli accessi accidentali, da
parte di personale non autorizzato, durante il
funzionamento dell’apparecchiatura.
Il
rischio laser: informazioni utili per il vostro
benessere
Risonanza magnetica
La Risonanza Magnetica
Nucleare è quella tecnica radiologica che,
utilizzando proprietà di alcuni nuclei atomici di
emettere radiazioni elettromagnetiche, fornisce
immagini di sezioni trasverse dell’organismo umano
secondo una rappresentazione morfologica della
distribuzione dell’acqua (atomi idrogenoidi).
Da un punto di vista tecnico può comportare
rischi la fase di:
- approvvigionamento
periodico di criogeno (rabbocco effettuato da
ditta specializzata). In questa delicata fase il
personale non addetto resterà a debita distanza
di sicurezza (gli operai della squadra di
manutenzione provvederanno a transennare il
percorso). Infatti, in caso di fuoriuscita, il
criogeno (che si trova ad una temperatura di
-273°C) potrebbe provocare ustioni e/o
l’asfissia dei presenti
È inoltre necessario
adottare le seguenti precauzioni:
- da parte degli
operatori: Medici e Tecnici addetti devono
controllare che nei taschini dei camici non vi
siano presenti forbici, penne biro, clips,
monete, ecc., che potrebbero deformare il campo
magnetico alterando il segnale, essere
"trascinati" all’interno del magnete (gantry)
e/o colpire il capo del paziente; personale di
manutenzione deve utilizzare esclusivamente
attrezzi speciali amagnetici (dal colore
ramato); personale ausiliario deve utilizzare
attrezzi testati per garantire l’assenza di
parti ferromagnetiche e non deve usare prodotti
a base di cera sulla chiambrana della porta di
accesso al sito, ecc...
- verso i pazienti: si
devono escludere da analisi RM persone
portatrici di pace-maker, di protesi dotate di
circuiti elettronici, preparati intracranici o
comunque posizionati in prossimità di strutture
anatomiche vitali, clips vascolari o schegge in
materiali ferromagnetici. Sarà comunque il
medico a valutare caso per caso, tutti gli
elementi che possono concorrere alla
controindicazione all’esame
La sorveglianza fisica
del personale esposto e dei locali è effettuata dal
Fisico Responsabile.
Apparecchiature
emittenti campi elettromagnetici
Infine si può riscontrare
esposizione ad uso d’apparecchiature emittenti campi
elettromagnetici.
È noto, anche in seguito a recenti studi sulla
compatibilità elettromagnetica in ambito umano, che
l’uso d’apparecchiature elettromedicali, apparecchi
per la telefonia cellulare, ecc. possono o
potrebbero provocare disturbi alla salute.
La causa è stata individuata nei campi
elettromagnetici emessi da tali apparecchiature.
Pertanto è obbligatorio che tutte le
apparecchiature siano conformi alle normative
specifiche e non superino determinati valori, quali
ad esempio:
- apparecchiature
elettromedicali e non (D.M. 381/98)
- telefonia cellulare
La normativa di
riferimento è sempre il D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.
(artt. 206-212). In ogni caso si raccomandano
alcune regole prudenziali da osservare per la salute
delle onde elettromagnetiche emesse dai telefoni
cellulari (è verosimile supporre potenziali danni
alla salute umana):
- usare i cellulari
solo in caso di necessità ed urgenza avendo cura
di spegnerli quando si è in ufficio o si ha a
disposizione un telefono fisso
- fare e ricevere solo
telefonate brevi e sintetiche evitando
assolutamente lunghe conversazioni per mezzo del
cellulare
- estrarre l’antenna
prima di usare il cellulare in modo da
allontanare dal capo il punto di massima
ricezione
- non usare il
cellulare in macchina (a meno del Kit viva -
voce). L’ambiente chiuso esalta l’effetto delle
onde elettromagnetiche, inoltre l’attenzione
alla guida è sensibilmente ridotta
- azionare il tasto
d’invio chiamata o ricezione (momento di massima
concentrazione delle onde elettromagnetiche)
avendo cura di tenere il cellulare lontano dal
capo
- non usare il
cellulare in Ospedale e in ambienti chiusi e
affollati. Si potrebbe essere vicino a una
persona portatrice di pace-maker
Inoltre, anche in seguito
alle varie indicazioni fornite dalla Regione
Piemonte, l’uso di apparecchi per la telefonia
cellulare può provocare significative interferenze
al funzionamento di apparecchiature elettromedicali
presenti in ambito ospedaliero.
Pertanto la distanza raccomandata, cui il telefono
cellulare deve essere usato, è di 2 m dalle
apparecchiature stesse. Inoltre vi è la prescrizione
di tenerli disattivati in: Rianimazione, Cardiologia
(UTIC), Sale Operatorie, Emodialisi, Risonanza
Magnetica e Laboratorio Analisi, per cui il
personale che ha la dimostrata necessità di essere
prontamente reperibile, dovrà munirsi di appositi
cerca-persona.
L’uso dei telefonini può essere tuttavia consentito
negli spazi delle strutture ospedaliere, diversi da
quelli sopra identificati, sempre nel rispetto delle
fasce di protezione (distanza minima di 2 m dalle
apparecchiature elettromedicali).
Analoghe alterazioni
possono essere indotte da campi elettromagnetici
generati dall’uso di "cordless". Per questi ultimi è
stata stabilita in 0,6 m la distanza minima dalle
apparecchiature elettromedicali.
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Rischi chimici |
Farmaci (antitumorali,
inalazione di polveri come tali o contaminate da
sostanze chimiche)
Il personale sanitario
può essere esposto a questo rischio quando, per
motivi professionali n'effettua la preparazione e la
somministrazione. La manipolazione di antibiotici
può essere causa di possibili effetti allergici
(principalmente dermopatie a carico delle mani,
orticaria, rinite, asma bronchiale) così come alcune
pomate o preparati topici. È buona norma per tutti
gli addetti usare guanti di protezione ed evitare la
dispersione ambientale (polveri, soluzioni,
aerosol). Merita grande attenzione la preparazione e
somministrazione dei farmaci antitumorali, dotati,
in generale di potere irritante per la cute e per le
mucose (anche necrosi dei tessuti) e quale effetto
collaterale più grave, la possibilità di indurre
mutazioni genetiche e di azione cancerogena.
Durante la preparazione e somministrazione di
tali farmaci a potenziale effetto oncogeno e/o
mutageno, occorre adottare misure preventive in
grado di ridurre il più possibile l'esposizione con:
- divieto di ingresso
nelle zone di preparazione al personale non
autorizzato
- utilizzo di idonei
D.P.I. tipo: camice monouso, guanti monouso,
mascherine, sovrascarpe monouso, occhiali,
cuffia monouso
- uso di cappe idonee
a flusso laminare verticale (che servono a
garantire la sterilità del prodotto e la
protezione dell'operatore). Esse debbono essere
accese 15‚ prima dell'inizio e spente 15‚ dopo
la fine dell'attività. Il piano di lavoro deve
essere sgombro da materiali ad esclusione dei
farmaci e va pulito con alcool 70% con un panno
di carta monouso. E‚ importante operare sempre
al centro della cappa
- allontanamento del
personale femminile in gravidanza
È necessario che le
operazioni di preparazione e di somministrazione dei
farmaci antiblastici siano effettuate nel rispetto
delle seguenti procedure:
- tutto il materiale
utilizzato per la preparazione e
somministrazione di farmaci antiblastici deve
essere smaltito tra i rifiuti speciali
ospedalieri
- in presenza di
farmaci in soluzione già pronta l'operatore deve
assicurarsi che parte della soluzione non sia
rimasta nella porzione superiore della fiala che
deve essere rotta avvolta con un tampone di
garza; dopo la rottura il farmaco va aspirato e
introdotto lentamente nel flacone avendo cura di
non creare sovrapressione all'interno dello
stesso
- in presenza di
farmaci in sospensione le attività sono le
medesime ma l'operatore deve prestare una
maggior attenzione in quanto le operazioni di
aspirazione e di introduzione risultano
moltiplicate
- al termine occorre
etichettare il flacone specificando nome e
cognome del paziente, tipo di farmaco e dosaggio
- al momento della
somministrazione al malato l'operatore deve
prestare la massima attenzione per evitare
contatti accidentali
- gli escreti dei
pazienti in terapia e la loro biancheria devono
essere raccolti utilizzando i guanti e poi posti
in raccoglitori differenziati a chiusura
ermetica
Per il rischio da
inalazioni di polveri come tali o contaminate da
sostanze chimico-medicamentose, connesse alle
attività lavorative della Farmacia, del Servizio
Veterinario ecc..., è necessario prendere visione
del prodotto utilizzato e seguire le istruzioni
fornite dal fabbricante dei preparati. In
quest'ambito si raccomanda di utilizzare respiratori
filtranti (non le mascherine chirurgiche in quanto
non forniscono una protezione sufficiente), camice o
tuta monouso e guanti monouso.
Detergenti e
disinfettanti, sterilizzanti (glutaraldeide)
In ambiente sanitario
sono utilizzati prodotti ad:
- azione
disinfettante: acidi (cloridrico, borico,
solforico, ecc.), alcali (carbonato sodico,
idrossido di sodio, idrossido di potassio,
ecc.), alogeni inorganici e ossidanti (amuchina,
ipoclorito di sodio, ipoclorito di potassio,
ecc.), composti dello iodio (tintura di iodio,
alcool iodato, ecc.), acqua ossigenata, aldeidi
(formaldeide, glutaraldeide, ecc.), alcoli
(etilico, denaturato, ecc.), alogeni organici (iodopovidone,
cloramina, ecc.), clorexidina, ossido di
etilene, permanganato di potassio e ammoni
quaternari (benzalconio cloruro, cetrimide,
ecc.)
- azione detergente:
detersivi liquidi sia per uso personale che
ambientale (ad esempio pulizie degli ambienti,
ecc.) che possono contenere dei disinfettanti
Gli eventuali danni sono
individuabili in patologie locali (mani, avambracci)
dette anche "patologie da lavori umidi".
Per prevenire il rischio di esposizione a
sostanze e preparati disinfettanti e detergenti
occorre che siano attuate una serie di misure
tecniche ed organizzative nello specifico:
- usare razionalmente
i mezzi protettivi con particolare riferimento a
idonei guanti monouso e alle creme barriera,
alle mascherine per lavori prolungati, ecc.
- non utilizzare
sostanze contenute in contenitori senza
etichetta
- non eseguire travasi
di sostanze in bottiglie normalmente adibite ad
altri usi (bottiglie di acqua, bibite, ecc.)
- utilizzare i
prodotti in ambienti ben aerati
- ricordarsi che i
prodotti possono essere infiammabili, per cui
non accendere fiamme, non fumare e non
utilizzare apparecchiature che possono provocare
scintille.
L’uso della glutaraldeide
(disinfettante) può comportare esposizione sia per
via inalatoria sia per via cutanea
(accidentalmente), con possibile comparsa di effetti
irritativi/allergici a carico delle mucose, degli
occhi, delle prime vie respiratorie e della cute.
Gli operatori (medici, tecnici, infermieri,
ausiliari, ecc.) che utilizzano, preparano o
smaltiscono soluzioni di glutaraldeide, devono
essere dotati di: protezione per le mani (guanti
monouso in nitrile), protezione per le vie
respiratorie (facciali filtranti usa e getta),
protezione per gli occhi/faccia per possibili
spruzzi in particolare nella manipolazione della
soluzione su piano libero (occhiali a mascherina o
visiera e schermi trasparenti) e protezione per il
corpo (camici lunghi o grembiuli impermeabili,
ecc.).
Al fine di ridurre il livello di rischio sono
raccomandabili una serie di interventi tecnici (da
effettuarsi sotto cappa aspirante) ed organizzativi,
tra i quali:
- è fatto divieto di
accesso alla zona di manipolazione della
glutaraldeide al personale non opportunamente
istruito
- utilizzo di quantità
minime di soluzioni nei bagni di glutaraldeide
- identificazione,
mediante etichette, dei contenitori delle
soluzioni
- giusta manualità (in
modo delicato) nel riempire e svuotare i bagni
usando tutte le precauzioni necessarie per
evitare versamenti
- uso di vasche o
recipienti tappati e a tenuta, quando non usata
- accurato risciacquo,
con cicli aggiuntivi a quelli effettuati
automaticamente, degli strumenti che possono
venire a contatto con gli occhi degli operatori
(oculari degli endoscopi, ecc.)
In caso di incidente o
versamento ambientale è importante rimuovere
immediatamente la quantità sparsa con materiale
assorbente (carta, segatura, cotone idrofilo, ecc.);
in caso di imponente contaminazione cutanea è
importante togliere subito gli abiti e lavare
abbondantemente la cute con acqua fredda e poi
recarsi al Pronto Soccorso; in caso di spruzzo agli
occhi è fondamentale lavare immediatamente gli occhi
con soluzione fisiologica per almeno 15 minuti e
inviare l’infortunato al pronto soccorso.
La pericolosità delle
sostanze chimiche
Le sostanze chimiche sono
“pericolose” quando possono arrecare danni immediati
o differiti nel tempo all’uomo che ne viene a
contatto, oppure all'ambiente.
Il danno che si origina può essere reversibile o
irreversibile e investire un’area localizzata (ad
esempio un particolare tessuto) o l’intero
organismo, con eventuali conseguenze negative anche
per le generazioni successive.
In generale, una sostanza chimica è classificata
al livello normativo:
- tossica
- irritante
- nociva
- esplosiva
- comburente
- corrosiva
- infiammabile
- pericolosa per
l'ambiente
mentre, per i
suoi effetti a carico del patrimonio genetico
cellulare, è classificata:
- mutagena
- cancerogena
- premutagena
- co-cancerogena
- promotore
- teratogena
In particolare una
sostanza è classificata da un punto tossicologico
mediante dati sperimentali sull’uomo ottenuti a
seguito di esposizioni accidentali oppure, come più
spesso accade, dall'estrapolazione dei dati ricavati
da sperimentazioni su animali in laboratorio.
Fino ad oggi, solo per poche sostanze si è ottenuta
una classificazione tossicologica valutandone gli
effetti tossici causati da esposizioni a basse
concentrazioni e per lunga durata (tossicità
sub-acuta o sub-cronica). Per la maggior parte delle
sostanze chimiche conosciute, si sono effettuati
infatti studi di tossicità acuta, ossia ricerche sul
pericolo di arrecare danno a seguito di
un’esposizione a concentrazioni elevate e per breve
tempo. Questa, infatti, è la condizione più comune
di esposizione in caso di incidenti industriali.
Da un punto di vista normativo la classificazione è
stata schematizzata etichettando le sostanze con
figure e simboli, ossia attribuendo loro una
rappresentazione grafica, che richiama piuttosto
intuitivamente l’effetto nocivo dell’agente chimico,
accompagnata da sigle che ne definiscono le
caratteristiche di pericolo.
Per esigenze di immediatezza e semplicità di
rappresentazione, i simboli e le figure sono in
numero limitato e, pertanto, non possono che fornire
informazioni generali sulle sostanze, evidenziandone
gli effetti globali a seguito di esposizione.
Una descrizione più puntuale delle caratteristiche
di pericolo di una sostanza viene fornita dalle
cosiddette frasi di rischio, indicate con la lettera
R seguita da uno o più numeri, a cui è collegata la
proprietà specifica di pericolosità e la via
attraverso la quale può entrare in contatto con
l’organismo esplicando effetti nocivi. Tali
notazioni, oggi giunte a più di 65, costituiscono il
criterio di classificazione con il quale sostanze e
preparati pericolosi vengono o meno ricompresi nella
disciplina del controllo dei pericoli di incidente
rilevante.
Classificazione ed
etichettatura
La classificazione di una
sostanza consiste nell'inserirla in una o più
categorie di pericolo di cui all'articolo 2,
paragrafo 2, della direttiva 93/32/CEE (esplosive,
comburenti, infiammabili, tossiche), attribuendole
la o le corrispondenti frasi di rischio. Dalla
classificazione derivano per la sostanza una serie
di disposizioni legislative e regolamenti relative
alle sostanze pericolose.
L'etichettatura di una sostanza pericolosa consiste
nell'attribuzione ad essa di una etichetta sulla
quale figurano i simboli indicanti la/le categoria/e
di pericolo a cui appartiene, le frasi di rischio
(rappresentate da una serie di cifre precedute dalla
lettera R) e i consigli di prudenza (rappresentati
da una serie di numeri precedute dalla lettera S).
Quando ad una sostanza si assegnano più simboli,
la sua etichetta potrà riportare soltanto quelli che
danno l'indicazione delle caratteristiche più
pericolose (art. 20 del D.Lgs. 52/97):
- l'obbligo di apporre
il simbolo T (tossico) o T+ (molto tossico)
rende facoltativi i simboli Xn (nocivo) e C
(corrosivo), salvo che l'allegato I del D.Lgs
52/97 contenga disposizioni in senso contrario
- l'obbligo di apporre
il simbolo C rende facoltativo il simbolo Xn
- l'obbligo di apporre
il simbolo E (esplosivo) rende facoltativi i
simboli F (infiammabile) o F+ (molto
infiammabile) e O (comburente)
A titolo di esempio, si
riportano figure e simboli più comuni.
|
|
TOSSICO |
|
NOCIVO/IRRITANTE |
|
|
COMBURENTE |
|
INFIAMMABILE |
|
|
TOSSICO PER
L'AMBIENTE |
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ESPLOSIVO |
|
|
CORROSIVO |
|
|
Frasi a rischio
- esplosivo allo stato
secco
- rischio di
esplosione per urto, sfregamento, fuoco o altre
sorgenti di ignizione
- elevato rischio di
esplosione per urto, sfregamento, fuoco o altre
sorgenti di ignizione
- forma composti
metallici esplosivi molto sensibili
- pericolo di
esplosione per riscaldamento
- esplosivo a contatto
o senza contatto con l'aria
- può provocare
incendio
- può provocare
l'accensione di materie combustibili
- esplosivo in miscela
con materie combustibili
- infiammabile
- facilmente
infiammabile
- estremamente
infiammabile
- reagisce
violentemente con l'acqua
- a contatto con
l'acqua libera gas estremamente infiammabili
- pericolo di
esplosione se mescolato con sostanze comburenti
- spontaneamente
infiammabile all'aria
- durante l'uso può
formare con l'aria miscele
esplosive/infiammabili
- può formare
perossidi esplosivi
- nocivo per
inalazione
- nocivo a contatto
con la pelle
- nocivo per
ingestione
- tossico per
inalazione
- tossico a contatto
con la pelle
- tossico per
ingestione
- molto tossico per
inalazione
- molto tossico a
contatto con la pelle
- molto tossico per
ingestione
- a contatto con
l'acqua libera gas tossici
- può divenire
facilmente infiammabile durante l'uso
- a contatto con acidi
libera gas tossici
- a contatto con acidi
libera gas molto tossici
- pericolo di effetti
cumulativi
- provoca ustioni
- provoca gravi
ustioni
- irritante per gli
occhi
- irritante per le vie
respiratorie
- irritante per la
pelle
- pericolo di effetti
irreversibili molto gravi
- possibilità di
effetti cancerogeni – prove insufficienti
- rischio di gravi
lesioni oculari
- può provocare
sensibilizzazione per inalazione
- può provocare
sensibilizzazione per contatto con la pelle
- rischio di
esplosione per riscaldamento in ambiente
confinato
- può provocare il
cancro
- può provocare
alterazioni genetiche ereditarie
- può provocare
malformazioni congenite
- pericolo di gravi
danni alla salute in caso di esposizione
prolungata
- può provocare il
cancro per inalazione
- altamente tossico
per gli organismi acquatici
- tossico per gli
organismi acquatici
- nocivo per gli
organismi acquatici
- può provocare a
lungo termine effetti negativi per l'ambiente
acquatico
- tossico per la flora
- tossico per la fauna
- tossico per gli
organismi del terreno
- tossico per le api
- può provocare a
lungo termine effetti negativi per l'ambiente
- pericoloso per lo
strato di ozono
- può ridurre la
fertilità
- può danneggiare i
bambini non ancora nati
- possibile rischio di
ridotta fertilità
- possibile rischio di
danni ai bambini non ancora nati
- possibile rischio
per i bambini allattati al seno
- nocivo: può causare
danni ai polmoni in caso di ingestione
- l'esposizione ai
vapori può provocare secchezza e screpolature
alla pelle
- l'inalazione dei
vapori può provocare sonnolenza e vertigini
- possibilità di
effetti irreversibili
Consigli di prudenza
- conservare sotto
chiave
- conservare fuori
dalla portata dei bambini
- conservare in luogo
fresco
- conservare lontano
da locali di abitazione
- conservare sotto
(liquido appropriato consigliato dal
fabbricante)
- conservare sotto
(gas inerte consigliato dal fabbricante)
- conservare il
recipiente ben chiuso
- conservare al riparo
dall'umidità
- conservare il
recipiente in luogo ben ventilato
- non chiudere
ermeticamente il recipiente
- conservare lontano
da alimenti o mangimi e da bevande
- conservare lontano
da (sostanze incompatibili da precisare)
- conservare lontano
dal calore
- conservare lontano
da fiamme o scintille - non fumare
- tenere lontano da
sostanze combustibili
- manipolare ed aprire
il recipiente con cautela
- non mangiare né bere
durante l'impiego
- non fumare durante
l'impiego
- non respirare le
polveri
- non respirare i
gas/fumi/vapori/aerosoli
- evitare il contatto
con la pelle
- evitare il contatto
con gli occhi
- in caso di contatto
con gli occhi, lavare immediatamente e
abbondantemente con acqua e consultare un medico
- togliersi di dosso
immediatamente gli indumenti contaminati
- in caso di contatto
con la pelle lavarsi immediatamente ed
abbondantemente con (prodotto specificato dal
produttore)
- non gettare i
residui nelle fognature
- non versare acqua
sul prodotto
- evitare l'accumulo
di cariche elettrostatiche
- evitare l’urto e lo
sfregamento
- non disfarsi del
prodotto e del recipiente se non con le dovute
precauzioni
- usare indumenti
protettivi adatti
- usare guanti adatti
- in caso di
ventilazione insufficiente, usare un apparecchio
respiratorio adatto
- proteggersi gli
occhi/la faccia
- per pulire il
pavimento e gli oggetti contaminati da questo
prodotto, usare...
- in caso di incendio
e/o esplosione non respirare i fumi
- durante le
fumigazioni/polimerizzazioni usare un
apparecchio respiratorio adatto
- in caso di incendio
usare... Se l'acqua aumenta il rischio precisare
"non usare acqua"
- in caso di malessere
consultare il medico
- in caso di incidente
o di malessere consultare immediatamente il
medico
- in caso di
ingestione consultare immediatamente un medico e
mostrargli il contenitore o l'etichetta
- conservare a
temperatura non superiore a ...°C
- mantenere umido con
...
- conservare soltanto
nel recipiente originale
- non mescolare con
...
- usare soltanto in
luogo ben ventilato
- non utilizzare su
grandi superfici in locali abitati
- evitare
l'esposizione - procurarsi speciali istruzioni
prima dell'uso
- procurarsi il
consenso delle Autorità di controllo
dell’inquinamento prima di scaricare negli
impianti di trattamento delle acque di scarico
- utilizzare le
migliori tecniche di trattamento disponibili
prima di scaricare nelle fognature o
nell’ambiente acquatico
- smaltire questo
materiale e relativi contenitori in un punto di
raccolta rifiuti pericolosi o speciali
autorizzato
- usare contenitori
adeguati per evitare l'inquinamento ambientale
- smaltire come
rifiuto pericoloso
- richiedere
informazioni al produttore/fornitore per il
recupero/riciclaggio
- questo materiale e
il suo contenitore devono essere smaltiti come
rifiuti pericolosi
- non disperdere
nell'ambiente. Riferirsi alle istruzioni
speciali schede informative in materia di
sicurezza
- in caso di
ingestione non provocare il vomito: consultare
immediatamente il medico e mostrargli il
contenitore o l'etichetta
- in caso di
ingestione per inalazione, allontanare
l’infortunato dalla zona contaminata e
mantenerlo a riposo
- in caso di
ingestione, sciacquare la bocca con acqua
(solamente se l’infortunato è cosciente)
Gas medicinali
Per gas s’intende ogni
sostanza che si trovi nel particolare stato fisico,
detto appunto gassoso o aeriforme. I gas non hanno,
dal punto di vista fisico, né forma, né volume, ma
tendono ad occupare tutto lo spazio a loro
disposizione.
Essi sono classificati in: comburenti (permettono e
mantengono la combustione ma non possono bruciare),
combustibili (possono bruciare soltanto in presenza
di un comburente), inerti e asfissianti (non
mantengono la vita, non sono infiammabili, non
permettono e non mantengono la combustione), tossici
(nocivi per l’organismo a partire da una certa
concentrazione e in funzione della durata
dell’esposizione) e corrosivi (reagiscono
chimicamente con molti prodotti come metalli,
vestiti, tessuti umani, ecc.).
La produzione dei gas medicinali previsti dalla
farmacopea ufficiale è regolata dai D.Lgs. del
Ministero della Sanità n. 178/1991, n. 538/1992 e
s.m.i.
I principali gas medicinali sono:
- Azoto Protossido
(N2O)
- Carbonio diossido
(CO2)
- Aria Medicale
- Ossigeno (O2)
- Ossido Nitrico (Nox)
- Azoto (N2)
I principali gas
utilizzati nelle terapie sono:
- Aria compressa
(O2/N2)
- Elio (He)
- Miscele e prodotti
personalizzati
Inoltre esistono i gas
puri e speciali per applicazioni mediche, tecniche e
di laboratorio.
Ossigeno (O2): è nella pratica medica, un
farmaco legato alla funzione respiratoria che ha il
compito di diffonderlo a livello cellulare. Non è
infiammabile, ma favorisce la combustione. Può
provocare l’infiammabilità spontanea delle materie
organiche, in particolare oli, grassi o materie da
loro impregnate. L’inalazione di ossigeno puro
gassoso non è dannosa per l’organismo, salvo casi di
esposizione prolungata che possono provocare
fenomeni d’iperossia. L’ossigeno liquido, genera
vapori freddi più pesanti di quello dell’ossigeno
allo stato gassoso. Il contatto con oli, grassi,
tessuti, legno, vernici e sporcizia può provocare
reazioni violente ed infine può provocare gravi
lesioni alla pelle. Gli elementi che portano
all’identificazione della bombola sono: la scritta
"ossigeno" incisa per esteso sull’ogiva e il colore
distintivo dell’ogiva che deve essere bianco.
Protossido d’Azoto (N2O): in condizioni
normali è un gas incolore, non irritante ed inodore.
È un prodotto relativamente stabile, poco reattivo
in condizioni normali e debolmente anestetico
(narcotico). È un gas comburente in presenza di
altri gas e vapori infiammabili. Inoltre è più
pesante dell’aria e pertanto tende ad accumularsi
verso il basso (fosse, tombini, cunicoli, ecc.). Il
protossido d’azoto liquido può provocare gravi
lesioni alla pelle ed aumenta rapidamente di volume
quando si riscalda. Gli elementi che portano
all’identificazione della bombola sono: la scritta
"protossido d’azoto" incisa per esteso sull’ogiva e
il colore distintivo dell’ogiva che deve essere blu.
Anidride Carbonica (CO2): è un prodotto
fondamentale della combustione di tutte le sostanze
organiche. In ambito ospedaliero è utilizzata in
miscela con altri gas, per emogasanalisi o in
terapia viste le sue particolari caratteristiche di
vaso dilatatore. A temperature superiori di 31°C
(temperatura critica) si trova sotto forma gassosa
indipendentemente dalla pressione. È un gas
asfissiante (se > 7%) ed è più pesante dell’aria. La
sua decompressione produce freddo (ghiaccio secco).
Non è combustibile né comburente. Gli elementi che
portano all’identificazione della bombola sono: la
scritta "anidride carbonica" incisa per esteso
sull’ogiva e il colore distintivo dell’ogiva che
deve essere grigia.
Per quanto riguarda il rischio di esposizione a gas
anestetici (protossido d’azoto e i composti
alogenati, quali alotano, enflorano, isoflorano,
metossi-fluorano) occorre che al momento dell’uso
siano attuate una serie di misure comportamentali e
di tecnica anestesiologica:
- controllare sempre
la perfetta chiusura dei flaconi degli
anestetici alogenati
- controllare la
perfetta tenuta dei tubi e raccordi e sostituire
gli stessi in caso di riscontro di anomalie
- controllare
l’efficienza dei sistemi di ventilazione
- controllare
periodicamente gli apparecchi erogatori dei
quali occorre garantire la perfetta tenuta
- posizionare
correttamente il tubo endotracheale o la
maschera facciale e fare in modo che il loro
inserimento avvenga a circuito chiuso
- utilizzare in modo
corretto l’evacuatore di gas anestetici
Tutti i gas medicinali
sopra descritti sono stoccati generalmente ad alta
pressione in bombole o a pressione più bassa in
contenitori criogeni.
I rischi derivanti dalla bombole sono:
- poca stabilità -
cadute
- alta pressione -
elevata energia latente
- esposizione a freddo
artificiale - infragilimento
- esposizione a caldo
eccessivo - aumento di pressione
Alcune tra le
principali prescrizioni di sicurezza nella
movimentazione delle bombole sono:
- tutte le bombole
devono essere provviste dell’apposito
cappellotto di protezione delle valvole
- devono essere
maneggiate con cura evitando urti violenti
- per il sollevamento
non devono mai essere usati ferri o catene, ma
gabbie, cestelli, ecc.
- non utilizzare mai
le bombole come rulli, supporti, incudini, ecc.
- durante il maneggio
utilizzare i D.P.I. (guanti, scarpe
antinfortunistiche, ecc.).
Per individuare il gas
è essenziale riferirsi sempre all’etichetta apposta
sulla bombola e in particolare al colore dell’ogiva,
che deve essere:
- ossigeno: bianco
- protossido d’azoto:
blu
- biossido di
carbonio: grigio
- azoto: nero
- aria medicinale:
bianco-nero
- elio: marrone
- idrogeno: rosso
- acetilene:
marrone-rossiccio
- cloro: giallo
Macromolecole
organiche allergizzanti (esposizione a lattice)
È bene ricordare anche
l’esposizione a lattice di gomma naturale, derivante
principalmente dall’utilizzo di guanti.
I sintomi ed i segni conseguenti alla
sensibilizzazione al lattice possono essere:
- localizzati (in sede
di contatto)
- generalizzati (a
carico di cute e mucose, dell’apparato
respiratorio)
Si possono presentare
quindi quadri clinici di: orticaria localizzata o
generalizzata, rinite, asma bronchiale, edema della
glottide, dermatite da contatto immediata, ecc...
Esempi di prodotti che possono contenere lattice
sono: guanti, cerotti, elastici, scarpe, gomma per
cancellare, ecc...
Attualmente non sono disponibili trattamenti per la
cura dell’allergia al lattice; il provvedimento
preventivo più efficace è certamente l’impiego di
guanti privi di lattice o comunque modelli a basso
contenuto di proteine libere e senza polvere
lubrificante interna.
Inoltre i guanti devono essere indossati su mani
pulite e ben asciugate subito prima di iniziare le
manovre a rischio e rimossi al termine delle stesse
con un immediato lavaggio delle mani.
Fumo
Il fumo passivo da
sigaretta in ambiente di lavoro rappresenta un
rischio da prendere in esame nell’ambito del
documento di valutazione dei rischi, così come
indicato anche nella monografia IARC (Agenzia
Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione
che è organismo che opera all’interno
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), volume
83, anno 2002, che classifica il fumo passivo come
cancerogeno di Gruppo 1, ovvero sostanza cancerogena
per l’essere umano con l’evidenza di una relazione
causa-effetto tra l’esposizione alla sostanza in
esame e la comparsa di tumori nell’essere umano.
A tal proposito la normativa di riferimento è la
Legge 3/2003 che stabilisce il divieto di fumare nei
locali chiusi, ad eccezione di quelli provati non
aperti ad utenti o al pubblico e di quelli riservati
ai fumatori e come tali contrassegnati.
L’A.S.L. CN2 con determinazione aziendale n.91 del
26/01/2005 ha esteso il divieto di fumare alla
totalità dei locali al chiuso.
|
Rischi
biologici |
Virus da epatite B, C,
virus HIV, TBC e altre malattie infettive...
In ambiente ospedaliero
il rischio biologico è intrinsecamente correlato con
l’attività dell’operatore sanitario e quindi per il
diretto contatto con i malati, possibili portatori
di patologie infettive, e con i loro liquidi
biologici (sangue, saliva, aerosol respiratori,
urine, feci, ecc.) anch’essi potenzialmente infetti.
Le possibili vie attraverso cui si può realizzare
la penetrazione dei microrganismi patogeni
comprendono la:
- via muco-cutanea
- via aerea
- via ematica
- via orale
In generale il rischio
biologico può essere di tipo:
- cumulativo (dipende
dalla possibilità di venire a contatto con
agenti biologici patogeni nel corso delle
normali operazioni lavorative, tenendo distinti
gli eventi infortunistici)
- infortunistico (è
legato ad eventi accidentali).
Analizzando il rischio
biologico di tipo infortunistico, si può affermare
che molte infezioni possono essere contratte in
seguito a ferite casuali con aghi e strumenti
taglienti contaminati con materiale biologico
infetto e/o per contatto di materiale infetto con
mucose o pelle non integra, dal rapporto
continuativo tra il personale sanitario e i malati,
dalla presenza di materiale biologico potenzialmente
infetto, dall’uso di strumenti e apparecchi di
diagnosi e cura, dall’eventuale inquinamento
ambientale dei settori di degenza, ecc.
Sono quindi da considerarsi attività potenzialmente
a rischio tutte quelle manovre che sono compiute
quotidianamente dal personale infermieristico e
ausiliario che comportano la manipolazione di
strumenti, oggetti, materiali eventualmente
contaminati tipo le padelle, i pappagalli, la
strumentazione chirurgica.
I reparti a maggior rischio sono: Chirurgia,
Laboratori, Dialisi, Pediatria, Neonatologia, Pronto
Soccorso, Sale per autopsie, Anatomia Patologica,
ecc.
Data la gravità del rischio occorre prestare la
massima attenzione al pericolo di ferirsi e/o
pungersi, infatti, la puntura d’ago o il taglio con
strumenti chirurgici contaminati con materiale
biologico proveniente da pazienti potenzialmente
infetti, costituisce la principale causa di
trasmissione di malattie infettive per via
parenterale quali l’epatite virale B e C e l’HIV.
La prevenzione varia in relazione alla tipologia
d’infortunio e si attua soprattutto attraverso la
sensibilizzazione degli operatori (considerando che
il rischio maggiore dipende non dal paziente noto
per la patologia infettiva, ma da quello con
malattia non accertata) ed in particolare occorre
fare riferimento alle norme universali (evitare cali
d’attenzione che seguono il completamento della
pratica iniettoria, non reincappucciare mai l’ago
dopo l’uso, non disassemblare mai strumenti monouso,
organizzare correttamente gli spazi e gli strumenti
di lavoro, ecc.
Se si verifica un infortunio a seguito di
esposizione accidentale professionale a materiale
biologico attraverso punture, tagli o contatto
mucoso occorre:
- aumentare il
sanguinamento e detergere abbondantemente con
acqua e sapone
- procedere alla
disinfezione della ferita con idoneo
disinfettante, eccetto la cute del viso
- in caso di contatto
con il cavo orale procedere a risciacqui con
idonei disinfettanti (es. amuchina al 5%)
- in caso di contatto
di contatto con le congiuntive procedere con
abbondante con acqua corrente
Lo schema di percorso
del dipendente in caso di infortunio prevede:
- Infortunio
- Pronto Soccorso per
immediata denuncia dell’infortunio
- Ufficio I.N.A.I.L.
- S.O.C. Direzione di
Presidio per tempestiva sorveglianza sanitaria
(esami di laboratorio e loro controllo, verifica
stato immunitario per registrazione infortunio)
Le norme di comportamento
a seconda del tipo d’attività cui è addetto il
personale ospedaliero esposto sono imposte dal
decreto del Ministero Sanità del 28/09/90.
In ogni caso è opportuno e obbligatorio fare
riferimento ai protocolli sanitari presenti nella
struttura ospedaliera e nello specifico prevedono:
- Le raccomandazioni
universali sono le idonee procedure da adottare
con tutti i pazienti (ricoverati e/o
ambulatoriali) per prevenire l’esposizione
parenterale, cutanea e mucosa nei casi in cui si
preveda un contatto accidentale con sangue e/o
liquidi biologici.
- Devono essere
applicate di routine sia in tutte le procedure
assistenziali, diagnostiche e terapeutiche che
prevedano un possibile contatto accidentale con
materiale biologico, sia quando si maneggiano
strumenti o attrezzature che possono essere
contaminate con sangue ed altri materiali
biologici.
- Liquidi biologici
contaminati:
- liquidi
biologici in genere
- tessuti in
genere, compresi i frammenti ossei
- lacrime
- sangue
- feci
- urine
- sputi
- secrezioni
nasali
- espettorati
- vomito
- liquidi
biologici in genere
Le precauzioni
universali prevedono:
- Lavaggio delle mani
(lavaggio delle mani con acqua e detergente
seguito da lavaggio antisettico ogni qual volta
si verifichi accidentalmente il contatto con
sangue e/o liquidi biologici e dopo la rimozione
dei guanti)
- Uso dei guanti
(devono essere sempre indossati quando vi è o vi
può essere contatto con sangue e/o liquidi
biologici)
- Uso dei camici e dei
grembiuli di protezione (devono essere sempre
indossati durante l’esecuzione di procedure che
possono produrre l’emissione di goccioline o
schizzi di sangue e/o liquidi biologici)
- Uso di mascherine,
occhiali e coprifaccia protettivi (devono essere
sempre indossati durante l’esecuzione di
procedure che possono provocare l’esposizione
della mucosa orale, nasale e congiuntivele a
goccioline o schizzi di sangue e/o liquidi
biologici e emissione di frammenti di tessuto)
- Eliminazione di aghi
bisturi e taglienti (devono essere maneggiati
con estrema cura per prevenire ferite
accidentali, non devono essere reincappucciati,
disinseriti e piegati o rotti; devono essere
eliminati in contenitori resistenti, rigidi,
impermeabili, con chiusura finale ermetica e
smaltiti come rifiuti speciali)
- Campioni biologici
(vanno collocati e trasportati in contenitori
appositi che impediscano eventuali perdite o
rotture; il materiale a perdere che risulta
contaminato da sangue e/o liquidi biologici deve
essere riposto nei contenitori per rifiuti
speciali; le eventuali manovre chirurgiche e/o
endoscopiche su pazienti infetti devono essere
inserite come ultime nella programmazione delle
relative sedute)
Si devono infine
ricordare i rischi connessi alle attività lavorative
tipo quelle svolte dal Servizio Veterinario,
nell’esecuzione delle prove tubercolari, dei
prelievi di sangue su animali, delle vaccinazioni e
di altri interventi che possono comportare
esposizione a materiale infetto (zoonosi).
Per quanto riguarda l’esecuzione della prova
tubercolina, si ritiene necessario indicare le
seguenti norme:
- adeguato
contenimento degli animali per impedire
movimenti improvvisi, causa principale di
incidenti infortunistici
- utilizzazione
costante da parte degli operatori di guanti di
protezione monouso
- prolungamento del
tempo di esecuzione della prova diagnostica per
consentire la puntuale applicazione delle misure
di protezione
|
Rischi
trasversali o organizzativi |
Infortuni (dispositivi
medici, macchine, uso dei veicoli, movimentazione
manuale dei pazienti e dei carichi, scivolamento e
caduta, urti, atti violenti, elettricità)
Gli infortuni sono un
evento dannoso la cui causa agisce in un tempo breve
e concentrato. Sono infortuni professionali se si
verificano durante un turno di lavoro: "la causa
dell’infortunio deve aver agito mentre il soggetto o
si trova sul luogo di lavoro oppure sta compiendo
un’azione correlata al lavoro stesso".
In ambiente ospedaliero gli infortuni sul lavoro
costituiscono un fenomeno non trascurabile e possono
avere cause molteplici; le più comuni sono
costituite da cadute, urti, tagli o punture e da un
non corretto utilizzo dei dispositivi di protezione
individuale forniti dall’Azienda, dei dispositivi
medici (apparecchiature elettromedicali) e delle
macchine (molatrici, saldatrici, trapani verticali,
frullatori, affettatrici, carrelli elevatori, ecc.).
Si osserva inoltre che gli eventi più gravi sono
quelli legati all’uso dei veicoli.
Per la prevenzione dei rischi da movimentazione
dei pazienti e dei carichi occorre:
- eseguire la
mobilizzazione dei pazienti con manovre corrette
ed eventualmente con l’uso di appropriati ausili
meccanici
- adottare confezioni
di materiali di consumo di minor peso e volume
ed utilizzare carrelli di trasporto funzionali e
sicuri
- organizzare in modo
adeguato tutti quei servizi che prevedono sforzi
fisici notevoli
Per i rischi da
scivolamento e caduta in piano e di urti contro
mobili, apparecchiature, suppellettili occorre:
- adottare da parte
del personale di corsia scarpe ben calzanti e
con suola in gomma
- evitare gli
affollamenti e l’ingombro delle sale di degenza
e di assistenza
Per il problema di atti
violenti occorre specificare che molte volte questi
sono involontari in quanto dipendenti
dall’insufficiente autocontrollo dei pazienti
riconducibile a specifiche patologie . La
prevenzione si attua attraverso la tempestiva
identificazione delle patologie dei pazienti che
possono assumere involontari comportamenti
aggressivi (pazienti psichiatrici, etilisti, ecc.) e
attraverso una sempre migliore pianificazione
dell’assistenza, in modo da ridurre o ancor meglio
eliminare i motivi di attrito tra operatori sanitari
e pubblico.
I dispositivi medici
I dispositivi medici,
anche se gestiti in modo separato, seguono i criteri
organizzativi ed i sistemi procedurali indicati per
le macchine (direttiva 89/392/CEE). Il nostro
ordinamento ha recepito tale direttiva con il D.Lgs.
46/97 e s.m.i., entrato in vigore nel giugno 1998.
La normativa ha radicalmente rivoluzionato il modo
di operare delle aziende costruttrici di dispositivi
medici, al fine di offrire al mercato prodotti con
un elevato e garantito grado di sicurezza ed
affidabilità.
Quest’elevato grado di sicurezza è garantito dalla
presenza della marcatura CE di conformità apposta
sul prodotto (non sono soggetti alla marcatura CE: i
dispositivi destinati ad indagini cliniche e i
dispositivi su misura); tale marcatura è assegnata
solo a quei prodotti che dimostrano di aver
pienamente soddisfatto i requisiti essenziali di
sicurezza.
Continuano invece ad essere oggetto di
commercializzazione ed uso, pur privi della
marcatura CE di conformità, tutti quei dispositivi
che sono stati per la prima volta immessi in
commercio ed in servizio in data anteriore al 14
giugno 1998.
All’acquisto di un dispositivo medico si deve
scrupolosamente verificare inoltre che insieme al
prodotto siano fornite tutte le informazioni e le
istruzioni d’uso necessarie (che devono essere
sempre correttamente conservate) in materia di:
- destinazione d’uso
del dispositivo
- limitazione
d’impiego del dispositivo
- condizioni di
utilizzo del dispositivo.
È chiaramente
comprensibile come l’intrinseca sicurezza di un
dispositivo medico sia condizione essenziale ma non
sufficiente a garantire il paziente: a questa
condizione deve infatti accompagnarsi un utilizzo
appropriato e corretto del dispositivo.
Uso di macchine
La definizione di
macchina data dalla cosiddetta "Direttiva Macchine"
(D.P.R. 459/96) è assai vasta e in essa rientrano
molte attrezzature di lavoro presenti normalmente
anche nei vari reparti di un ospedale: nelle mense e
nelle cucine (frullatori, coltelli elettrici,
affettatrici, ecc.), in lavanderia (rotaie
meccanizzate, trasporto abiti, lavatrici, ecc.),
negli uffici (archivi meccanizzati, ecc.), e
macchine che si trovano un po’dovunque, quali
utensili per manutenzione (trapani, seghetti, ecc.),
macchine per il trasporto e il sollevamento
(carrelli elevatori, piattaforme di sollevamento,
ecc.), cancelli automatizzati, ecc.
Il Datore di Lavoro deve garantire che le macchine
siano "a norma" e siano utilizzate in conformità al
manuale d’uso, da parte di personale consapevole,
informato e formato ed eventualmente munito di
D.P.I. ove necessario.
Tale Direttiva è rivolta principalmente al
fabbricante e gli impone l’obbligo della marcatura
CE che attesta la piena conformità i requisiti
Essenziali di Sicurezza stabiliti dalla Direttiva
stessa, sotto la sua piena responsabilità. Per
macchine costruite prima dell’entrata in vigore
della "Direttiva Macchine" è necessaria
l’autocertificazione attestante la rispondenza della
macchina alla legislazione previgente, la presenza
del manuale d’uso e di manutenzione redatto in
lingua italiana e l’effettiva rispondenza della
macchina alla precedente legislazione mediante
controlli e prove.
In ogni caso lavorare in sicurezza significa
conoscere i rischi che possono manifestarsi durante
l’uso delle macchine: è quindi indispensabile
prestare sempre molta attenzione.
I rischi ai quali si può essere esposti possono
derivare:
- dal contatto con
parti mobili della macchina
- dalla perdita di
oggetti che sono spinti fuori della macchina a
causa di qualche guasto
- dal cattivo
funzionamento della macchina
Gli addetti alle macchine
operatrici devono quindi fare un corretto uso ed
avere la massima cura dei D.P.I. (caschi, berretti,
tappi auricolari, occhiali protettivi, visiere,
guanti e scarpe antinfortunistiche) avuti in
dotazione e non vi possono apportare modifiche di
propria iniziativa.
Ad esempio per quanto riguarda i processi di
saldatura, i rischi sono riferibili ai seguenti
fattori:
- gas e vapori, fumi e
polveri, che si sviluppano per il calore
generato sugli elettrodi e/o sulle superfici da
saldare
- radiazioni
ultraviolette e infrarosse emesse dall’arco
I danni per la salute
possono dipendere da:
- inalazioni di fumi,
gas e polveri da cui possono derivare
irritazioni a carico delle prime vie aeree
- esposizioni a raggi
ultravioletti (cheratocongiuntiviti) o raggi
infrarossi (cataratta, del resto molto rara)
- contatto degli
inquinanti con gli occhi con conseguente
irritazione delle congiuntive
- assorbimento di
sostanze tossiche (ossido di carbonio, piombo,
manganese, ecc.)
Le azioni correttive
necessarie al fine di ridurre i rischi sono:
- quando si opera in
vicinanza di altri posti di lavoro o di
passaggio, occorre predisporre idonee protezioni
per l’intercettazione delle scorie
- nei pressi dei posti
di saldatura non è consentita la presenza di
materiali infiammabili o combustibili
- è vietato effettuare
operazioni di saldatura all’interno di locali
non sufficientemente ventilati durante le
operazioni di saldatura è obbligatorio fare un
costante e corretto uso dei D.P.I. (occhiali con
protezioni laterali e vetri colorati inattinici,
guanti in cuoio, elmetto, calzature di
sicurezza, ecc.)
Uso dei veicoli
Automezzi
I mezzi ospedalieri possono essere utilizzati solo
per esigenze di servizio dal personale autorizzato e
munito di patente di guida adeguata.
Prima di iniziare la guida di un mezzo è
necessario controllare che:
- la pressione dei
pneumatici sia quella indicata dal costruttore
- i pneumatici non
presentino tagli o screpolature profonde
- lo spessore del
battistrada sia almeno di 1 mm
- i freni siano
efficienti
- i segnali luminosi
siano efficienti e puliti
- i segnali acustici
funzionino
- i tergicristalli
funzionino a dovere e le relative spazzole non
siano usurate
- a bordo vi siano,
nel periodo invernale, le catene antineve
complete di tutti gli accessori e il giubbotto
ad alta visibilità
Durante la guida
dell’automezzo il conduttore deve:
- rispettare le norme
sulla circolazione stradale (segnaletica, ecc.)
- mantenere un assetto
di guida corretto
- non compiere
movimenti od azioni che distolgano la sua
attenzione, pregiudicando la sicurezza
- effettuare il
rifornimento di carburante a motore spento
- utilizzare
sistematicamente le cinture di sicurezza
- segnalare al
responsabile ogni anomalia riscontrata
- porre particolare
attenzione al carico dei veicoli in modo che non
sia superata la portata indicata nel documento
di circolazione, non sia dimenticata la
visibilità del conducente, il carico sia
stabile, ecc
- trasportare in
sicurezza i materiali infettivi e i campioni
diagnostici
- è compito di ogni
Responsabile di Servizio far effettuare la
manutenzione ordinaria ogni 5.000 km o 6 mesi
Inoltre il conduttore
non deve:
- far uso di bevande
alcoliche
- usare i cellulari
senza dispositivo vivavoce/auricolare
- fumare a bordo degli
automezzi aziendali
Carrelli elevatori
Anche per la guida di carrelli elevatori l’operatore
è tenuto:
- inizio lavoro, a
controllare il regolare funzionamento del freno,
dei comandi, dell’avvisatore acustico e delle
luci
- fine lavoro, a
parcheggiare il carrello nel luogo designato,
appoggiare le forcole sul pavimento (questo
anche quando il carrello è abbandonato
momentaneamente), spegnere il motore, asportare
la chiave e azionare il freno di stazionamento
Si rammenta infine di
prestare particolare attenzione nell’attraversamento
di incroci e strettoie, durante il trasporto le
forcole del carrello devono essere tenute inclinate
verso l’alto, tutte le manovre di sollevamento o
prelievo devono essere effettuate previo
allontanamento delle persone che si trovino esposte
al rischio dell’eventuale caduta del carico, è
vietato trasportare e/o sollevare persone sul
carrello, non utilizzare il carrello per usi diversi
da quello del trasporto di carichi, ecc...
Movimentazione manuale
dei pazienti (posture e sforzi muscolari)
I disturbi acuti e
cronici del rachide sono assai diffusi tra coloro
che devono assistere persone malate.
Sono moltissimi gli studi e le ricerche che indicano
come gli infermieri siano tra le categorie
professionali più colpite, già nei primi anni di
lavoro, da patologie alla colonna vertebrale.
Il legame tra queste patologie e gli sforzi fisici e
le conseguenti patologie è ovviamente più elevato
laddove bisogna assistere soggetti immobilizzati o
poco collaboranti (rianimazione, ortopedia,
fisiatria, chirurgia, geriatria, ecc.). La
prevenzione in questo campo non è facile; un
paziente non è un qualsiasi oggetto pesante ma ha
caratteristiche ed esigenze particolari di cui
bisogna tenere conto per non fargli, oltre che non
farsi, male.
Le metodologie di trasferimento possono variare in
relazione all’entità / tipologia della disabilità
del paziente.
È utile suddividere questi ultimi in due
categorie:
- paziente
collaborante, il paziente può sfruttare una
residua capacità di movimento
- paziente non o
scarsamente collaborante, il paziente non può
aiutare il movimento né con gli arti superiori,
né con gli arti inferiori
Il corpo risulta in
equilibrio quando la linea di gravità cade
all’interno della base di appoggio. Un corpo è
maggiormente stabile quando la base di appoggio è
ampia e il centro di gravità è basso. La base di
appoggio del corpo umano in stazione eretta è
costituita dalla pianta dei piedi e dallo spazio
interposto. Mantenendo i piedi uniti, la base di
appoggio è più piccola e quindi l’equilibrio è
instabile. Divaricando gli arti inferiori si rende
la base di appoggio più ampia, migliorando
l’equilibrio della posizione.
La prevenzione è anche possibile usando
specifiche attrezzature per il sollevamento dei
pazienti come:
- la traversa che
permette di muovere il paziente nel letto senza
avvicinarsi troppo, stando in ginocchio o in
piedi
- il trapezio (o
balcanica) che permette al paziente di
collaborare durante gli spostamenti nel letto
- la tavola di
trasferimento che è usata per far scivolare il
paziente da una superficie all’altra
- il sollevatore
meccanico che agisce sollevando il paziente
sistemato in una robusta imbracatura
ed attraverso
l’istituzione di corsi di addestramento per il
personale infermieristico dove siano insegnate le
corrette modalità di sollevamento del paziente.
Movimentazione manuale
dei carichi
Con tale termine
s’intende l’operazione di trasporto o di sostegno di
un carico ad opera di uno o più lavoratori, comprese
le azioni di sollevare, deporre, spingere, tirare,
portare o spostare un carico che per la sua
caratteristica o in conseguenza di condizioni
ergonomiche sfavorevoli, può comportare tra l’altro
rischi di lesioni dorso-lombari.
Se la necessità di una movimentazione manuale dei
carichi ad opera del lavoratore non può essere
evitata occorre adottare alcune misure preventive in
modo che essa sia quanto più possibile sicura e
sana.
La movimentazione manuale di un carico può
costituire un rischio tra l’altro dorso-lombare nei
casi in cui il carico sia troppo pesante, sia
ingombrante o difficile da afferrare, sia in
equilibrio instabile o sia collocato in una
posizione tale per cui deve essere tenuto o
maneggiato ad una certa distanza dal tronco. Se la
movimentazione è eseguita male potete farvi male
alla schiena.
Una corretta postura rende tutto quello che fate
più semplice e sarete meno soggetti a patologie del
rachide, indolenzimenti o danni, quindi:
- verificate che le
vie da percorrere siano sgombre da materiali che
possano costituire ostacolo o inciampo
- verificate che la
natura del pavimento non presenti pericoli di
scivolamento, buche, ecc.
- verificate che il
piano di lavoro sia alla giusta altezza in modo
che le spalle e le ginocchia possano rimanere
rilassate
- muovetevi con il
peso vicino al corpo, piegate le ginocchia e
tenete la schiena e il collo rilassati tenete la
schiena diritta
- evitate di ruotare
solo il tronco, ma girate tutto il tronco. Non
compite torsioni accentuate con la colonna
vertebrale
- chiedete aiuto se il
peso è troppo voluminoso o pesante (>= di 30 Kg
per gli uomini e >= di 20 Kg per le donne) per
una sola persona
- utilizzate uno
sgabello o gradini o scala a pioli
(verificandone preventivamente la stabilità) per
raggiungere tutti i carichi che sono ad
un’altezza superiore alle spalle.
Elettricità
Il rischio elettrico in
ambiente ospedaliero riguarda sia i pazienti
(rischio da macroshock per passaggio di corrente
elettrica nell’organismo attraverso la pelle intatta
e rischio da microshock legato all’uso di cateteri,
sonde, elettrodi di stimolazione inseriti nei vasi o
nel cuore) sia il personale sanitario (rischio di
microshock per passaggio di corrente elettrica
nell’organismo attraverso la pelle intatta).
Ai fini della riduzione dei rischi di infortunio
di tipo elettrico occorre che il personale di
assistenza segua precise norme di sicurezza atte ad
evitare un uso improprio di apparecchiature
elettriche ed in particolare occorre:
- non inserire
forzatamente una spina nella presa sbagliata
- non estrarre spine
dalle prese agendo sul cavo anziché sulla spina
stessa
- non rovesciare
liquidi su apparecchiature elettriche e non
usare apparecchiature elettriche con le mani
bagnate
- non eseguire mai
collegamenti elettrici volanti
- seguire le
indicazioni d’uso e le misure di sicurezza
indicate nel libretto d’istruzione rilasciato
dal fornitore
- avvisare il
personale tecnico competente per qualsiasi
alterazione individuata nel funzionamento degli
apparecchi elettrici ed evitare assolutamente di
eseguire riparazioni di fortuna
- non usare mai
adattatori, spine multiple, cavi di prolunga
senza terra, ecc.
In particolare gli
elettricisti dovranno:
- realizzare gli
impianti secondo i principi del Decreto 37/2008
- utilizzare solo
materiale elettrico a norma di legge e
certificato IMQ
- eseguire la ricerca
dei guasti con l’impianto non in tensione
- qualora la verifica
non dia risultati positivi effettuarla
rimettendo tensione, facendo uso dei D.P.I. e
degli attrezzi idonei
- ripristinare con
scrupolo, dopo qualsiasi intervento, le
condizioni preesistenti e la funzionalità
dell’impianto ai fini della sicurezza
- usare scale
portatili preferibilmente in materiale isolante.
La salita e discesa deve avvenire tenendosi con
ambedue le mani ai pioli e gli attrezzi e gli
utensili devono essere contenuti nelle apposite
borse
- rispettare nei
locali di lavoro tutte le normative e le
cartellonistiche generali e specifiche per
determinati ambienti a rischio.
In caso di folgorazione
interrompere la corrente e se non possibile
allontanare l’infortunato dalle parti in tensione
utilizzando aste in legno, pedane isolanti o altri
mezzi idonei e richiedere con la massima urgenza
l’intervento sanitario.
Videoterminali
L’uso dei videoterminali
(VDT) è ormai in costante crescita in tutte le
attività d’ufficio e una così ampia diffusione ha
focalizzato l’attenzione nell’individualizzazione di
ogni possibile rischio connesso con le specifiche
modalità operative.
Su queste basi, alla luce di numerosissimi riscontri
scientifici, si può escludere che l’uso di VDT da
parte di persone in normali condizioni di salute
possa indurre effetti nocivi, a breve e lungo
termine. Occorre ricordare invece che lavorare al
VDT può evidenziare l‘esistenza di disturbi visivi
preesistenti e magari trascurati o non noti
all’operatore. Inoltre tutte le ricerche fino ad ora
realizzate hanno escluso la possibilità di emissioni
di radiazioni ionizzanti da parte del video, in
quanto la potenza di tali raggi è modestissima.
Si definisce videoterminalista, ai sensi del D.Lgs.
81/2008 e s.m.i., il lavoratore che utilizza in modo
sistematico e abituale per 20 ore settimanali
dedotte le interruzioni di cui all’art. 175 (15
minuti ogni 120 minuti di lavoro).
I più comuni "disturbi da computer" si possono
dividere in:
- disturbi visivi (mal
di testa ed affaticamento agli occhi quando si
guarda a lungo lo schermo)
- disturbi
osteomuscolari (rigidità muscolare, dolori ai
polsi e alle braccia derivanti dallo scrivere
troppo a lungo in posizioni innaturali e senza
un appoggio confortevole; dolori in tutto il
corpo derivanti dal rimanere seduti alla
scrivania senza pause).
Per prevenire i disturbi
visivi è necessario: adattare lo schermo alle
condizioni di illuminamento ambientale, regolare la
luminosità dello schermo, posizionare lo schermo ad
angolo retto rispetto alle finestre o a sorgenti di
luce riflessa in modo che gli occhi non ricevano
luce diretta, collocare lo schermo ad una distanza
dagli occhi compresa fra i 50 e gli 80 cm e
ricordarsi che il monitor deve essere un po' più
basso dell’altezza degli occhi, posizionare i
documenti alla stessa distanza dal video.
I disturbi osteomuscolari invece sono legati
all’errata abitudine di mantenere per lungo tempo
posizioni fisse e sovente non ergonomicamente
corrette.
Infine si dovrà ricordare ancora che per una
corretta ed idonea postazione di lavoro occorre che:
- la scrivania sia di
dimensioni sufficientemente grandi (in
particolare deve poter consentire l’appoggio
degli avambracci), di colore chiaro ma non
bianco, di altezza pari a circa 72 cm, ecc.
- la sedia sia a 5
razze e provvista di un buon supporto
dorso-lombare, lo schienale sia inclinato tra
90° e 110°
- la tastiera sia
mobile e leggermente inclinata.
Il lavoratore che
utilizza in modo sistematico e abituale per 20 ore
settimanali dedotte le pause un’attrezzatura munita
di videoterminale, è considerato esposto ed è
sottoposto ad una visita medica per evidenziare
eventuali malformazioni strutturali e ad un esame
degli occhi e della vista effettuati dal Medico
Competente (art. 176 del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.).
Qualora l'esito della visita medica ne evidenzi la
necessità, il lavoratore è sottoposto ad esami
specialistici.
Aspetti psicologici e
organizzativi
In ambiente ospedaliero
sono frequentemente segnalate situazioni di stress
psichico tra il personale.
Le cause possono essere legate sostanzialmente a
fattori di tipo individuale, organizzativo, sociale
o culturale.
Il coinvolgimento emotivo richiesto talvolta dal
paziente, l’impatto quotidiano con la sofferenza, il
dolore o la morte, possono generare nel personale
sanitario ed in particolare in quell’infermieristico
sensazioni di fallimento e distacco personale.
Le condizioni dell’ambiente di lavoro che prevedono
molte volte un sovraccarico di lavoro, mancanza di
pianificazione, svalutazione della professionalità,
burocratizzazione eccessiva, sono spesso motivo di
perdita d’interesse alla professione e alla
responsabilità nel proprio lavoro.
La prevenzione dovrebbe prevedere una riduzione dei
sovraccarichi di lavoro, il coinvolgimento dei
lavoratori nell’organizzazione, la formazione
costante del personale ed il suo sostegno
psicologico finalizzato a sostenere angosce e ansie
legate alla sofferenza, alle malattie e alla morte.
Lavoro notturno
Il D.Lgs. 532/99
recante disposizioni in materia di lavoro notturno
definisce:
- lavoro notturno:
- l'attività
svolta nel corso di un periodo di almeno
sette ore consecutive comprendenti
l'intervallo fra la mezzanotte e le cinque
del mattino
- l'attività
svolta nel corso di un periodo di almeno
sette ore consecutive comprendenti
l'intervallo fra la mezzanotte e le cinque
del mattino
- lavoratore notturno:
- qualsiasi
lavoratore che durante il periodo notturno
svolga, in via non eccezionale, almeno tre
ore del suo tempo di lavoro giornaliero
- qualsiasi
lavoratore che svolga, in via non
eccezionale, durante il periodo notturno
almeno una parte del suo orario di lavoro
normale secondo le norme definite dal
contratto collettivo nazionale di lavoro. In
difetto di disciplina collettiva è
considerato lavoratore notturno qualsiasi
lavoratore che svolga lavoro notturno per un
minimo di 80 giorni lavorativi all'anno; il
suddetto limite minimo è riproporzionato in
caso di lavoro a tempo parziale
- qualsiasi
lavoratore che durante il periodo notturno
svolga, in via non eccezionale, almeno tre
ore del suo tempo di lavoro giornaliero
L’alterazione delle
condizioni di salute dei turnisti dipende oltre che
dall’alterazione dei ritmi biologici (sfera
biologica) anche dalle interferenze sulle abitudini
alimentari e di sonno dei soggetti esposti (sfera
lavorativa) e dalle eventuali interferenze sulla
vita di relazione (sfera relazionale). I dati
disponibili riguardano in special modo altre aree
lavorative, ma possono essere facilmente estrapolati
per il personale ospedaliero. Il sonno è la prima
attività a subire modifiche dal lavoro a turni.
Una riduzione delle ore di sonno si determina già
nel corso del turno mattutino in relazione
all’alzata precoce.
Nel turno notturno la riduzione del sonno è più
vistosa in presenza di situazioni familiari ed
abitative sfavorevoli, che limitano la possibilità
di recupero successivo.
Non solo la quantità di sonno ma anche la qualità si
altera con il lavoro a turno a causa della
perturbazione delle fasi del sonno che riducono i
periodi di sonno profondo e di sonno REM, ciò
determina un minor effetto ristoratore del sonno che
si accentua quando si dorme di giorno.
Con l’età si è visto un’accentuazione delle
alterazioni quantitative e qualitative del sonno. Si
pensa che i lavoratori turnisti abbiano un più
precoce invecchiamento funzionale rispetto a quelli
non in turno anche a causa di tale fattore.
I problemi alimentari sono legati alla anomala
sequenza dei pasti ed all’interferenza sui pasti
operata dal sonno: i turnisti - anche se si
alimentano normalmente - per effetto del turno
spostano la sincronizzazione socio-ambientale dei
pasti:
- il turno mattutino
di solito interferisce con l’orario del pranzo
ed induce uno spostamento del pasto di due o tre
ore
- allo stesso modo il
turno pomeridiano ha un effetto sulla cena
- durante il turno di
notte, anche se gli orari dei pasti si
mantengono, si modifica la qualità dei cibi
consumati (prevalentemente freddi e
preconfezionati) ed aumenta l’incremento di
bevande stimolanti (caffè e tè) e di tabacco.
Nei turnisti, pertanto,
si registra un incremento delle malattie
dell’apparato digerente (gastroduodenite, ulcera
peptica, colonpatie funzionali).
Un altro problema rilevante nel lavoro a turni è
l’incidenza dei disturbi psichici (disturbi
comportamentali, sindromi ansiose e depressive) e
neurologici (fatica cronica, insonnia).
I lavoratori a turni, pertanto, spesso assumono
psicofarmaci e ricorrono al ricovero in luoghi di
cura con maggior frequenza della restante
popolazione attiva.
Infine recenti indagini effettuate nei paesi
scandinavi hanno rilevato un aumento del rischio per
le malattie cardiovascolari tra i turnisti.
Da una sommaria consultazione di tale letteratura
risulta che i turnisti sono esposti a problemi
cardiaci (angina, infarto) da due a tre volte più
spesso dei lavoratori con turni solo di mattina.
Tale rischio è indipendente dall’età e dal consumo
di tabacco.
Nei turnisti, inoltre, si riscontra un aumento del
colesterolo e dei trigliceridi a prescindere
dall’uso o dall’abuso di tabacco e dall’anzianità
anagrafica; si è riscontrato infine un maggiore
incremento del LDL ed una riduzione del HDL durante
il lavoro notturno. Le alterazioni dell’assetto
lipidico appaiono indipendenti dall’obesità e dalle
abitudini alimentari.
Le donne, infine, denunciano irregolarità mestruali,
un minor numero di gravidanze, ed un incremento
d’incidenza di minacce d’aborto e di aborti
spontanei rispetto alle donne che lavorano soltanto
la mattina.
Tali situazioni sono anche confermate da un recente
studio dell'Eurispes dal titolo "Il lavoro notturno:
scelta o necessità", nel quale si afferma che può
interferire nell'organizzazione delle attività
sociali, creando delle difficoltà a instaurare e a
mantenere le relazioni, fino a rischiare di
diventare un elemento di discriminazione sociale.
Dal punto di vista legislativo, fin dall'inizio del
900 ci si è occupati della disciplina del lavoro
notturno. Gli ultimi in ordine ti tempo sono però la
Legge 25/1999, il D.Lgs 532 del 26 novembre 1999
(che regola il lavoro notturno negli enti pubblici)
e il D.Lgs 66 dell’8/04/2003 ("Attuazione delle
direttive 93/104/Ce e 2000/34/Ce concernenti taluni
aspetti della organizzazione dell'orario di
lavoro").
Tra le altre disposizioni, queste norme vietano il
lavoro notturno alle donne in gravidanza e fino al
compimento del primo anno di età del bambino e
prevedono particolari disposizioni per la
lavoratrice madre (o il padre) di un figlio di età
inferiore a 3 anni, per i genitori affidatari di un
figlio di età inferiore a 12 anni, per coloro che
hanno a carico un soggetto disabile (nello specifico
si veda la valutazione per la salute delle
lavoratrici madri, puerpere o in allattamento fino a
sette mesi dopo il parto ai sensi del D.Lgs.
151/2001).
Da quanto sopra visto occorre valutare sotto una
nuova ottica le implicazioni che il lavoro a turni
determina sulla vita e sulla salute dei lavoratori.
In particolare tali lavoratori, se non già soggetti
a controllo periodico obbligatorio da parte di un
Medico Competente, dovrebbero esser periodicamente
sottoposti a visita sanitaria allo scopo di
evidenziare il più precocemente possibile i segni ed
i sintomi di alterazione.
Fin ora il personale sanitario è stato trascurato da
indagini epidemiologiche sull’incidenza di tale
rischio sulla salute.
Un’altra esigenza da curare è questa: avviare
un’indagine che approfondisca le implicazioni di
tale organizzazione del lavoro sui diversi aspetti
della vita relazionale e lavorativa dei turnisti e
sulle ricadute che si determinano sulla loro salute.
La valutazione deve avvenire attraverso controlli
preventivi e periodici, almeno ogni due anni, volti
a verificare l'assenza di controindicazioni al
lavoro notturno a cui sono adibiti i lavoratori
stessi.
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Tutela delle
lavoratrici madri |
Lavoratrici gestanti,
puerpere o in allattamento
Il settore sanitario e
socio assistenziale ha come caratteristica quella di
incorporare un gran numero di personale femminile.
Anche nell’A.S.L. CN2 su un numero complessivo di
circa 1.700 dipendenti il 70% sono donne mentre solo
il 30% sono uomini.
Gestanti, puerpere e madri in periodo di
allattamento ai sensi del D.Lgs 645/96 integrato dal
D.Lgs. 151/2001, hanno un’ulteriore normativa di
protezione sui luoghi di lavoro.
Le altre norme più importanti, attualmente ancora in
vigore, sono la Legge n.1204/1971 "Tutela delle
lavoratrici madri" e il D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.
“Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro".
La valutazione dei rischi per la salute delle
lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di
allattamento fino a 7 mesi dopo il parto:
- è predisposta dal
S.P.P.
- fa parte del
documento di valutazione dei rischi ai sensi del
D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.
- tiene conto del
parere espresso dal Medico Competente
In ogni caso si deve
precisare che la gravidanza, se priva di
complicazioni, è del tutto compatibile con la
normale attività lavorativa. Infatti le Linee
Direttrici dell’U.E. sottolineano che la gravidanza
non è una malattia ma un aspetto della vita
quotidiana.
Tuttavia se l’attività lavorativa o l’ambiente in
cui si svolge presentano rischi specifici per la
salute della lavoratrice o del nascituro, è fatto
obbligo al datore di lavoro, oltre a valutare i
rischi e ad individuare le misure di prevenzione e
protezione da adottare, evitare l’esposizione
al rischio, modificando temporaneamente le
condizioni e/o l’orario di lavoro o procedere allo
spostamento temporaneo ad altre mansioni.
Qualora la lavoratrice non possa essere adibita ad
altre mansioni, l’Ispettorato del Lavoro può
disporre l’interdizione dal lavoro per tutto il
periodo. In ospedale i rischi sono legati a tutte
quelle professioni che quotidianamente sono esposte
a prodotti chimici, radiazioni ed altri fattori
fisici, organizzativi, biologici, ecc...
Tutto il personale è sottoposto a programmi di
formazione e informazione periodica ed ogni
tipologia di rischio prevede la distribuzione di
adeguati DPI (dispositivi di protezione
individuali).
Elenco dei lavori faticosi, pericolosi e
insalubri in ambito ospedaliero e assistenziale.
Lavori faticosi:
- movimentazione
manuale dei carichi
- azione di spinta e/o
tiro (es. lettini, carrozzine, carrelli mensa,
ecc.)
- movimenti, posizioni
di lavoro, stazione eretta per oltre 4 ore
giornaliere
- lavoro notturno
Lavori pericolosi
- assistenza a malati
psichiatrici ed in aree di emergenza (es. pronto
soccorso), a pazienti non collaboranti
- attività comportante
il maneggio di valuta
Lavori stressanti
- lavoro al VDT
- lavoro al centralino
Lavori in presenza di
agenti fisici
- lavori comportati
esposizione a radiazioni ionizzanti e non
- lavori comportanti
colpi, vibrazioni e scuotimento
- lavori comportanti
esposizione a rumore eccedente gli 85 dBA
- lavori in presenza
di sollecitazioni termiche come attività di
magazzinaggio in celle frigorifere, centri di
sterilizzazione, cucine, ecc.
Lavori in presenza di
agenti biologici
- lavori comportanti
esposizioni ad agenti biologici dei gruppi di
rischio da 2 a 4 ai sensi dell’art.268 del
D.Lgs. 81/2008.
Lavori in presenza di
agenti chimici
- lavori comportanti
uso di prodotti chimici classificati con le
seguenti frasi di rischio “R” e di farmaci
antiblastici (R46, R47)
- 40 - possibilità
di effetti cancerogeni – prove insufficienti
- 45 - può
provocare il cancro
- 46 - può
provocare alterazioni genetiche ereditarie
- 47 - può
provocare malformazioni congenite
- 49 - può
provocare il cancro per inalazione
- 61 - può
danneggiare i bambini non ancora nati
- 63 - possibile
rischio di danni ai bambini non ancora nati
- 64 - possibile
rischio per i bambini allattati al seno
- 40 - possibilità
di effetti cancerogeni – prove insufficienti
- nei lavori
comportanti usi di prodotti chimici pericolosi
per assorbimento cutaneo o inalatorio (glutaraldeide,
gas anestetici, xilene, ecc.)
- lavori di
disinfezione/disinfestazione
Classificazione delle
manovre o procedure invasive comportanti rischio
biologico (da S. Cantoni, 1993).
Alto rischio:
- incannulazione vie
arteriose/venose e prelievi arteriosi
- angiografie
- interventi
chirurgici
- riscontri autoptici
- broncoscopie,
induzione dell’escreato per aerosolizzazione
- aspirazioni
endobronchiali ed endotracheali
- intubazioni endo/naso/oro-tracheali
- tracheotomie, cambio
di cannule tracheotomiche
- punture esplorative
in cavità ed organi: lombare, toracica,
sternale, artrocentesi, biopsia epatica e renale
- punture evacuative
in cavità ed organi: toracentesi, paracentesi,
dialisi peritoneale, drenaggio toracico
- cateterismo
vescicole
- cistoscopia
- isteroscopia
- amniocentesi
- fetoscopia
Medio rischio:
- prelievo o iniezioni
endovenose
- lavaggio materiale e
strumenti (ferri chirurgici)
- svuotamento
contenitori ripieni di liquidi organici (sangue,
urine, escreato)
- endoscopia digestiva
- medicazione di
ferite chirurgiche
- iniezioni
intramuscolari
Basso rischio:
- clistere
- pulizia cavo orale
- tricotomia
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Imprese
esterne |
Imprese con contratti
d'appalto e contratti d'opera
Sono molteplici le
ragioni per le quali si può presentare ricorso ad
imprese esterne:
- per attività
periferiche dell’impresa (manutenzione, pulizia,
vigilanza, trasporto, ecc.)
- per far fronte a
punte di attività
- in occasioni di
operazioni di rinnovo o di sistemazione dei
locali
L’intervento di queste
imprese presenta delle caratteristiche particolari,
in materia di rischi professionali, legati alla:
- non conoscenza dei
locali, dell’ambiente, delle attività delle
imprese, ecc...
- interferenza di
attività, materiali, impianti
- mancanza di
preparazione a causa dei tempi di intervento
molto ravvicinati
S’impongono quindi delle
misure di prevenzione per ridurre questi rischi
specifichi, anche con una concertazione preventiva
allo svolgimento dei lavori, ai sensi dell’art. 26
del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.
I datori di lavoro delle ditte devono pertanto
cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione
e protezione dai rischi sul lavoro incidenti
sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto e
coordinare gli interventi di protezione e
prevenzione dai rischi cui sono esposti i
lavoratori, informandosi reciprocamente anche al
fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze
tra i lavori delle diverse imprese coinvolte
nell’esecuzione dell’opera complessiva.
È necessario:
- conoscere i modi
operativi di ciascuna delle imprese
- informare l’impresa
appaltatrice e i lavoratori impegnati nella
prestazione, sugli eventuali rischi legati alle
attività presenti sul luogo di lavoro, sulle
misure preventive da porre in atto e sulle
attrezzature da utilizzare
- cooperare nella
valutazione dei rischi legati all’interferenza
dell’attività
- coordinare le misure
di prevenzione dei rischi generici o specifici
connesse all’attività delle imprese
- informare i
lavoratori dei pericoli specifici dei lavori da
eseguire.
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Personale non
dipendente |
Oltre al personale
dipendente nell'A.S.L. CN2 è presente anche altro
personale non dipendente che a vario titolo svolge
un'attività in modo più o meno continuativo (es.
volontari, borsisti, lavoratori somministrati,
liberi professionisti, studenti, tirocinanti, ecc.).
Il D.Lgs. 81/2008 all'art. 2, comma 1 definisce come
lavoratore la persona che, indipendentemente dalla
tipologia contrattuale, svolge un'attività
lavorativa nell'ambito dell'organizzazione di un
datore di lavoro pubblico o privato, con o senza
retribuzione, anche al solo fine di apprendere un
mestiere, un'arte o una professione, esclusi gli
addetti ai servizi domestici e familiari.
Al lavoratore così definito è equiparato: il socio
lavoratore di cooperativa o di società, anche di
fatto, che presta la sua attività per conto delle
società e dell'ente stesso; l'associato in
partecipazione di cui all'articolo 2549, e seguenti
del codice civile; il soggetto beneficiario delle
iniziative di tirocini formativi e di orientamento
di cui all'articolo 18 della legge 24 giugno 1997,
n. 196, e di cui a specifiche disposizioni delle
leggi regionali promosse al fine di realizzare
momenti di alternanza tra studio e lavoro o di
agevolare le scelte professionali mediante la
conoscenza diretta del mondo del lavoro; l'allievo
degli istituti di istruzione ed universitari e il
partecipante ai corsi di formazione professionale
nei quali si faccia uso di laboratori, attrezzature
di lavoro in genere, agenti chimici, fisici e
biologici, ivi comprese le apparecchiature fornite
di videoterminali limitatamente ai periodi in cui
l'allievo sia effettivamente applicato alla
strumentazioni o ai laboratori in questione; i
volontari del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e
della protezione civile; il volontario che effettua
il servizio civile; il lavoratore di cui al decreto
legislativo 1° dicembre 1997, n. 468, e successive
modificazioni.
Pertanto, sulla base delle indicazioni sopra
esposte, tale personale, ai fini della sicurezza sui
luoghi di lavoro deve fare riferimento al proprio
Tutor o al Responsabile del Servizio e attenersi ai
regolamenti del servizio e aziendali.



