SENTENZE DI CASSAZIONE IN MATERIA DI PREVENZIONE E SICUREZZA PASSATE IN GIUDICATO NEL MESE DI OTTOBRE 2012


Cassazione Penale, Sez. 3, 01 ottobre 2012, n. 37903 - Lavoro notturno


Fatto

1, - Con sentenza del 10 novembre 2011, il Tribunale di Tolmezzo ha - per quanto qui rileva - condannato gli imputati alla pena dell'ammenda in relazione al reato di cui agli artt. 14, comma 1 e 18-bis del decreto legislativo n. 66 del 2003, per avere, quali soci amministratori di una società, adibito al lavoro notturno due lavoratrici, senza aver effettuato i prescritti accertamenti preventivi periodici volti a constatare l'assenza in capo alle stesse di controindicazioni al lavoro notturno.
2. - Avverso la sentenza gli imputati hanno proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, chiedendone l'annullamento.
2.1. - Si rilevano, in primo luogo, l'erronea applicazione della norma incriminatrice e la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione circa il lavoro notturno prestato dalle lavoratrici, perché dall'istruttoria sarebbe emerso che queste prestavano attività di lavoro in qualità di apprendiste bariste per 4 giorni consecutivi dalle ore 20 alle 3 di notte su 8 giorni lavorativi (alternandosi tra loro), mentre nei successivi 4 giorni rimanevano a riposo. Quando, nel corso delle 4 giornate lavorative, erano fissate le lezioni dell'impegno formativo per l'apprendistato, le lavoratrici non prestavano attività di lavoro né la sera antecedente né la notte successiva. Rileva la difesa che l'art, 2, comma i, lettera a), del decreto legislativo n. 532 del 1999 definisce "lavoro notturno" l'attività svolta nel corso di un periodo di almeno 7 ore consecutive comprendenti l'intervallo fra la mezzanotte e le 5 del mattino. Nel caso di specie, non sarebbe stato prestato lavoro notturno, perché, in forza dell'ordinanza comunale n. 76 del 7 giugno 2011, i locali notturni dovevano rispettare la fascia oraria di apertura dalle 5 alle 3 del giorno successivo, non rimanendo, dunque, mai aperti per l'intera fascia tra la mezzanotte e le 5. La difesa prosegue, sostenendo che non vi sarebbe prova del fatto che le due dipendenti avevano comunque prestato la loro opera in tale fascia di tempo indipendentemente da detta ordinanza, perché le dichiarazioni rese non sarebbero state sufficientemente specifiche sul punto.
2.2. - Si rileva, in secondo luogo, la violazione dell'art. 14 del d.lgs. n. 66 del 2003, in relazione all'art, 2, comma 1, lettera ò), n. 2), del d.lgs. n. 532 del 1999. Precisa la difesa che l'indicazione del lavoro notturno nelle buste paga non corrispondeva alla realtà, ma era stata fatta solo per consentire alle lavoratrici di fruire di una maggiorazione della retribuzione. Del resto, in difetto di disciplina collettiva, deve essere considerato lavoratore notturno colui che svolga lavoro notturno per un minimo di 80 giorni lavorativi all'anno. Nel caso in esame - secondo la difesa - gli 80 giorni lavorativi all'anno non erano stati superati e, in particolare: per la dipendente V.M. vi erano stati 48 giorni nel 2007 e 56 giorni nel 2008; per la dipendente V.M. vi erano stati 64 giorni nel 2007 e 64 giorni nel 2008. Tali dati dovrebbero, poi, essere diminuiti tenendo conto delle ferie, dei permessi e delle assenze per malattia effettuati da ciascuna lavoratrice e tenendo conto del fatto che, in concomitanza con le lezioni dell'apprendistato, le lavoratrici restavano assenti.

Diritto


3. - Il ricorso è fondato.
3.1. - Il primo motivo di impugnazione - con cui si contesta, in sostanza, la motivazione circa la configurabilità del lavoro notturno svolto dalle dipendenti - è infondato.
Deve, infatti, rilevarsi che, sul punto, la sentenza impugnata si basa su argomentazioni del tutto adeguate e coerenti, perché, prendendo le mosse dalle testimonianze delle due lavoratrici, giudicate sufficientemente precise ed attendibili, afferma che queste svolgevano parte della loro attività lavorativa nella fascia oraria comprendente l'intervallo fra la mezzanotte e le 5 del mattino. Lo stesso Tribunale procede, poi, al computo dei giorni complessivi di lavoro notturno ed evidenzia l'irrilevanza dell'esistenza della richiamata ordinanza sindacale, che imponeva fasce orarie di chiusura notturna, risultando smentito dalle testimonianze assunte che tale orario fosse rispettato dall'esercizio di proprietà degli imputati e non essendo, comunque, la chiusura del locale al pubblico incompatibile con la permanenza delle dipendenti al lavoro.
La motivazione fornita dal giudice circa la configurabilità del lavoro notturno e circa la durata giornaliera e i giorni complessivi dello stesso deve, dunque, essere ritenuta corretta.
3.2. - Il secondo motivo di impugnazione, con il quale si contesta che le due dipendenti abbiano prestato lavoro notturno per almeno 80 giorni lavorativi all'anno è, invece, fondato.
La decisione impugnata, infatti, dopo avere individuato nell'art. 2, comma 1, lettera o), n. 2), del d.lgs. n. 532 del 1999 - il quale prevede che «in difetto di disciplina collettiva è considerato lavoratore notturno qualsiasi lavoratore che svolga lavoro notturno per un minimo di ottanta giorni lavorativi all'anno» - la disposizione applicabile al caso in esame, interpreta erroneamente tale disposizione. In particolare, alle pagine 3 e 4 della sentenza impugnata si legge, che V.M. ha svolto «nel solo anno compreso tra aprile 2007 e marzo 2008», almeno 82 giorni di lavoro notturno e V.M ha svolto «nel solo anno compreso tra ottobre 2007 e luglio 2008» almeno 111 giorni di lavoro notturno. Tali riferimenti - che, come anticipato al precedente punto 3.1., devono essere ritenuti corretti in punto di fatto - sì fondano, in punto di diritto, sull'implicito assunto per cui l'anno cui riferirsi per calcolare se il limite dì 80 giorni sia stato superato può essere individuato in qualsiasi intervallo temporale di 365 giorni, con la conseguenza che, nel caso di specie, detto limite dovrebbe ritenersi, appunto, superato. Si tratta di un'interpretazione che si pone in conflitto con la lettera e con la ratio della disposizione, perché trascura del tutto la durata complessiva del rapporto di lavoro, non consentendo, ad esempio, la concentrazione delle giornate di lavoro notturno alla fine dell'anno lavorativo e all'inizio dell'anno lavorativo successivo. Né la disposizione censurata può essere intesa nel senso che l'anno cui fa riferimento sia l'anno solare, perché tale interpretazione - non tenendo conto dell'effettiva durata del rapporto di lavoro - avrebbe l'inconveniente di consentire, per rapporti di lavoro iniziati in prossimità della fine dell'anno solare, un cumulo di giornate di lavoro notturno nella fase finale dell'anno e nella fase iniziale dell'anno successivo: sarebbe, in altri termini, possibile svolgere 160 giorni sostanzialmente consecutivi di lavoro notturno, a condizione di ripartirli fra i mesi finali dell'anno in cui il rapporto di lavoro è sorto e i mesi iniziali dell'anno successivo.
Deve invero rilevarsi che la ragione per cui il limite in questione è stato fissato è quella di tutelare la salute e la sicurezza del lavoratore in relazione all'attività da questo effettivamente svolta. Una tale tutela si realizza solo interpretando la disposizione in questione nel senso che il riferimento all'anno deve calcolarsi dall'inizio del rapporto di lavoro, in modo tale che per ogni effettivo anno di rapporto di lavoro, e non in relazione a periodi di tempo convenzionalmente considerati, il lavoratore abbia la garanzia di non dover prestare più di 80 giorni di lavoro notturno.
Ne deriva, nel caso in esame, l'annullamento della sentenza impugnata, con rinvio al Tribunale di Tolmezzo, in diversa composizione, in mancanza di elementi certi desumibili dalla sentenza stessa circa l'effettivo inizio dei rapporti di lavoro delle due dipendenti.
4. - Posto che - come visto - la prova del lavoro notturno e delle giornate nelle quali questo si è svolto è stata oggetto di adeguato scrutinio nella sentenza impugnata, il giudice del rinvio dovrà dare applicazione al principio di diritto enunciato sub 3.2., procedendo preliminarmente ai necessari accertamenti in punto di fatto circa l'inizio dei rapporti di lavoro in questione.



P.Q.M.



Annulla la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Tolmezzo per nuovo giudizio.
Così deciso in Roma, il 27 aprile 2012.

CONTINUA DOPO IL MESSAGGIO PUBBLICITARIO
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Cassazione Penale, Sez. 4, 01 ottobre 2012, n. 37961 - Infortunio sul lavoro e violazione delle norme sulla sicurezza



Fatto


(Omissis), presidente della "(Omissis) s.r.l." propone ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte d'Appello di Firenze, del 29 giugno 2009, che ha confermato la sentenza del Tribunale di Prato, del 18 dicembre 2007, che lo ha ritenuto colpevole del delitto di lesioni colpose commesso, con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro in pregiudizio del dipendente (Omissis), e lo ha condannato, riconosciute le circostanze attenuanti generiche con giudizio di prevalenza sull'aggravante contestata, alla pena di un mese e dieci giorni di reclusione, sostituita con la corrispondente pena pecuniaria.

Deduce il ricorrente violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata in punto di affermazione della responsabilità; segnala, inoltre, lo stesso ricorrente l'intervenuta prescrizione di reato.



Diritto


1 - Osserva la Corte che, non ravvisandosi ragioni di inammissibilità dei motivi di doglianza proposti, il reato ascritto deve dichiararsi estinto per prescrizione.

Accertato, invero, che l'evento oggetto di esame si è verificato il 30 luglio 2003, e che, avuto riguardo alla pena prevista per il delitto contestato, come ritenuto dai giudici di merito, il termine massimo di prescrizione è, ai sensi dell'articolo 157 c.p. (sia per l'attuale che per la previdente normativa), nella sua massima estensione, di sette anni e sei mesi, ne discende che il termine in questione è interamente trascorso.

D'altra parte, le coerenti argomentazioni svolte dalla corte territoriale nella sentenza impugnata escludono qualsiasi possibilità di proscioglimento nel merito, ex articolo 129 c.p.p., comma 2, posto che, dall'esame di detta decisione e dei motivi di ricorso proposti, non solo non emergono elementi di valutazione idonei a riconoscere la prova evidente della insussistenza del fatto contestato all'imputato o della sua estraneità ad esso, ma sono rilevabili valutazioni di segno del tutto opposto, conducenti alla responsabilità dello stesso.

2 - La sentenza impugnata deve essere, quindi, annullata senza rinvio, essendo rimasto estinto per prescrizione il reato ascritto all'imputato.



P.Q.M.



Annulla senza rinvio l'impugnata sentenza perchè il reato è estinto per prescrizione.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 01 ottobre 2012, n. 37986 - Omesso contrassegno del contenitore del liquido detergente per lavastoviglie e confusione con una bottiglia di acqua


Responsabilità del legale rappresentante di una sas per non aver formato e informato una dipendente sullo svolgimento delle mansioni specifiche e per aver omesso di contrassegnare il contenitore del liquido detergente per lavastoviglie utilizzato all'interno di una discoteca: in questo modo cagionava l'infortunio di una dipendente la quale, mentre stava effettuando l'operazione di pulizia della lavastoviglie con l'utilizzo di un detersivo denominato "Triton" contenuto in una bottiglia non contrassegnata, per dissetarsi utilizzava tale bottiglia al posto di una bottiglia di acqua minerale - non potendosi distinguere i due liquidi - e a causa della ingestione del suindicato detergente, riportava lesioni personali gravi comportanti una incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni superiore a giorni quaranta.

Condannato in primo e secondo grado, ricorre in Cassazione - Rigetto.

La Corte afferma che, in base all'art. 2087 c.c., le norme sulla prevenzione degli infortuni hanno la funzione primaria di evitare che si verifichino eventi lesivi della incolumità fisica, intrinsecamente connaturati all'esercizio dell'attività lavorativa, anche nelle ipotesi in cui siffatti rischi siano conseguenti ad eventuale disaccortezza, imprudenza e disattenzione da parte del lavoratore subordinato.


Nell'ipotesi di infortunio sul lavoro originato dall'assenza o inidoneità delle misure di prevenzione, nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento del lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all'evento, quando questo sia da ricondurre, comunque, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio di siffatto comportamento


Fatto



1. Con sentenza del 26 maggio 2011, la Corte di appello di Roma, confermava la sentenza del Tribunale di Roma in data 19 gennaio 2010, impugnata da (Omissis). Quest'ultimo era stato tratto a giudizio per rispondere del reato di cui all'articolo 590 c.p., comma 3, poichè nella qualità di legale rappresentante dell'impresa (Omissis) s.a.s. tenendo nella qualità come sopra indicata, condotte improntate a negligenza, imprudenza, imperizia e integrante la violazione dei rischi per la presenza di agenti chimici pericolosi sul luogo di lavoro; per non aver formato e informato (o comunque aver omesso di provvedere a tale formazione e informazione) alla dipendente (Omissis) sullo svolgimento delle sue mansioni specifiche; per aver omesso affinchè si provvedesse a contrassegnare il contenitore del liquido detergente per lavastoviglie utilizzato all'interno della discoteca denominata "(Omissis)", cagionava l'infortunio di (Omissis) la quale, mentre stava effettuando l'operazione di pulizia della lavastoviglie con l'utilizzo di un detersivo denominato "Triton" contenuto in una bottiglia non contrassegnata, per dissetarsi utilizzava tale bottiglia al posto di una bottiglia di acqua minerale - non potendosi distinguere i due liquidi - e a causa della ingestione del suindicato detergente, riportava lesioni personali gravi comportanti una incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni superiore a giorni quaranta.

2. Avverso tale decisione ha proposto ricorso il difensore dell'imputato, lamentando con un unico motivo:

2.1 la nullità della impugnata sentenza in relazione all'articolo 606 lettera b) ed e) per violazione dell'articolo 590 c.p., Decreto Legislativo n. 626 del 1994, articoli 21, 22, 72 octies e quater e comunque per contraddittorietà, manifesta illogicità e apoditticità della motivazione.





Diritto


3. Il ricorso è infondato.

Va premesso che, secondo il consolidato indirizzo interpretativo di questa Corte, le norme sulla prevenzione degli infortuni hanno la funzione primaria di evitare che si verifichino eventi lesivi della incolumità fisica, intrinsecamente connaturati all'esercizio dell'attività lavorativa, anche nelle ipotesi in cui siffatti rischi siano conseguenti ad eventuale disaccortezza, imprudenza e disattenzione da parte del lavoratore subordinato.

Tale conclusione è fondata sulla disposizione generale di cui all'articolo 2087 c.c. e di quelle specifiche previste dalla normativa antinfortunistica, secondo le quali, il datore di lavoro o comunque la persona dallo stesso delegata, è costituito garante dell'incolumità fisica e della salvaguardia della personalità morale dei prestatori di lavoro, con l'ovvia conseguenza che, ove egli non ottemperi agli obblighi di tutela, l'evento lesivo correttamente gli viene imputato in forza del meccanismo reattivo previsto dall'articolo 40 c.p., comma 2.

Ne consegue che il titolare della posizione di garanzia ha il dovere di accertarsi del rispetto dei presidi antinfortunistici e del fatto che il lavoratore possa prestare la propria opera in condizioni di sicurezza, vigilando altresì a che le condizioni di sicurezza siano mantenute per tutto il tempo in cui è prestata l'opera, essendo tale posizione di garanzia estesa anche al controllo della correttezza dell'agire del lavoratore, essendo imposto al "garante" (anche) di esigere dal lavoratore il rispetto delle regole di cautela. Le censure avanzate non tengono quindi conto che in tema di infortuni sul lavoro, l'eventuale colpa concorrente dei lavoratori non può spiegare alcun effetto esimente per uno dei "garanti" della sicurezza sul posto di lavoro, che si sia reso comunque responsabile, come nel caso in esame, di specifica violazione di prescrizioni in materia antinfortunistica, in quanto la normativa relativa è diretta a prevenire pure la condotta colposa dei lavoratori per la cui tutela è adottata (v. tra le tante. Sezione 4, 22 gennaio 2007, Pedone ed altri). In particolare quanto alla censura volta a prospettare l'interruzione del nesso causale basata sul comportamento della vittima (che avrebbe inopinatamente afferrato la bottiglietta senza guardarla), questa non tiene conto che, poichè le norme di prevenzione antinfortunistica - come già sopra ricordato- mirano a tutelare il lavoratore anche in ordine ad incidenti che possano derivare da sua negligenza, imprudenza ed imperizia, la responsabilità del datore di lavoro e, in generale, del destinatario dell'obbligo di adottare le misure di prevenzione può essere esclusa, per causa sopravvenuta, solo in presenza di un comportamento del lavoratore che presenti i caratteri dell'eccezionalità, dell'abnormità, dell'esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle precise direttive organizzative ricevute, che sia del tutto imprevedibile o inopinabile. Peraltro, in ogni caso, nell'ipotesi di infortunio sul lavoro originato dall'assenza o inidoneità delle misure di prevenzione, nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento del lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all'evento, quando questo sia da ricondurre, comunque, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio di siffatto comportamento (Sez. 4, 29 gennaio 2007, Di Vincenzo). Partendo da queste premesse indiscutibili in diritto, deve ritenersi corretta la decisione del giudice di merito che, con ricostruzione dei fatti e analisi convincente, ha escluso che la condotta della (Omissis) avesse integrato alcunchè di esorbitante o di imprevedibile, tale da poter rilevare ai fini dell'interruzione del nesso causale, avendo ravvisato questo, sempre con argomentazioni qui incensurabili e giuridicamente corrette, nelle inosservanze colpose ascritte all'imputato (in particolare, di non aver effettuato la valutazione dei rischi, la formazione e la informazione del personale con particolare riguardo alle modalità di prelievo e conservazione del liquido per lavastoviglie da usare per la macchina piccola ubicata sotto il bancone del bar). Siffatta conclusione è ineccepibile, tenendo altresì conto della situazione particolare del caso in esame, in cui la decisione (da cui è scaturito l'episodio) di provvedere ad alimentare il piccolo serbatoio della macchina da bar, non acquistando più i singoli flaconi, ma utilizzando più economicamente il liquido acquistato all'ingrosso per la lavastoviglie più grande, come giustamente posto in rilievo dalla Corte territoriale non era certo di competenza nè addebitarle ai dipendenti del bar.

4. Il ricorso va pertanto rigettato.

Ne consegue ex articolo 616 c.p.p. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese sostenute in questo grado di giudizio dalla costituita parte civile.



P.Q.M.



rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Condanna il ricorrente a rifondere le spese del giudizio in favore della parte civile, liquidandole in complessivi euro 1800,00 oltre IVA e C.P.A., come per legge.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 01 ottobre 2012, n. 37989 - Ribaltamento di una piattaforma semovente e lavori in altezza: elevatore a pantografo


Fatto




1. Il Tribunale di Bergamo, Sede Distaccata di Grumello del Monte, con sentenza del 3/11/2009, condannò (Omissis), amministratore della (Omissis) e (Omissis), coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione a riguardo dei lavori di cui al cantiere sito in (Omissis), alle pene reputate di giustizia, in relazione alle lesioni personali gravissime subite da (Omissis), operaio alle dipendenze della (Omissis), il quale, a seguito del ribaltamento della piattaforma semovente, sul cestello aereo della quale trovavasi per svolgere la propria attività lavorativa, precipitava al suolo dall'altezza di circa 3 metri.

1.1. La Corte d'appello di Brescia, giudicando sulle impugnazioni proposte dagli imputati, in parziale riforma della sentenza gravata, che nel resto confermava, concesse le attenuanti generiche con criterio di equivalenza, riduceva la pena inflitta al (Omissis).

2. Entrambi gli imputati proponevano separati ricorsi per cassazione.

2.1. Con il primo motivo (Omissis) denuncia inosservanza di legge in relazione alla dichiarazione di utilizzabilità delle dichiarazioni rese alla p.g. da (Omissis) e (Omissis).

La Corte territoriale aveva reputato sussistessero i presupposti di cui all'articolo 512 cod. proc. pen., in quanto i due operai, presenti sui luoghi al momento dell'infortunio, non censiti all'anagrafe e non più reperibili all'indirizzo da loro indicato, dei quali si sconosceva la residenza e il luogo di nascita in (Omissis), non avrebbero potuto in alcun modo essere escussi al dibattimento.

Assume il ricorrente, dopo aver premesso che il contenuto dell'articolo 512 in parola doveva reputarsi sostanzialmente mutato dopo le modifiche apportate all'articolo 111 della Costituzione nel 2009 (residuando solo in via d'ipotesi del tutto eccezionale la possibilità di sottrarre al contraddittorio delle parti la formazione della prova) e dopo aver preso in considerazione la regola derivante dall'articolo 6 della C.E.D.U., così come interpretato dalla Corte Europea, che impone cautela nella ponderazione probatoria di acquisizioni avvenute solo per lettura e necessità di specifica correlazione con altri elementi probatori, esclude che il giudice si trovasse nell'oggettiva impossibilità di avere la presenza in aula dei due operai, non potendo costituire prova dell'irreperibilità una mera verifica burocratica e, in ogni caso, assume che la ritenuta condizione d'irreperibilità fosse circostanza prevedibile al momento dell'acquisizione delle dichiarazione delle persone informate in discorso. In definitiva, per un verso, la prospettata impossibilità dovevasi addebitare alla parte processuale richiedente la lettura; per altro verso, il giudice non aveva fornito motivazione adeguata per dimostrare che l'irreperibilità non fosse dipesa da una libera scelta dei due soggetti.

2.2. Con il secondo motivo il (Omissis) deduce violazione dell'articolo 606 cod. proc. pen., lettera e), lamentando erronea ricostruzione dei fatti, che sarebbe stata causa dell'ingiusta affermazione di colpevolezza del predetto.

Il ricorrente, amministratore unico della società (Omissis) con sede in (Omissis), nonchè socio e amministratore della (Omissis) s.r.l., nel luglio del 2005 aveva stipulato, nella detta ultima qualità, un contratto d'appalto con la (Omissis) s.n.c., per i lavori di fornitura e montaggio di serramenti e rivestimenti facciate da effettuarsi nell'indicato sito, con facoltà di subappalto ed in effetti veniva stipulato, nei giorni successivi, contratto di subappalto tra la (Omissis) e la (Omissis). Il committente, per contratto era obbligato a farsi carico dei ponteggi esterni o, in alternativa, di adeguati strumenti di sollevamento. Sul finire del luglio del 2005 l'arch. (Omissis), coordinatore per la sicurezza nominato dal (Omissis), aveva richiesto alla (Omissis) il rilascio del Piano Operativo di Sicurezza, rilascio effettuato a cura del (Omissis). Predisposto il POS definitivo, il giorno successivo (il 31/8/2005) sia il committente che l'arch. (Omissis) venivano avvertiti del fatto che ad operare nel cantiere sarebbero stati gli operai della (Omissis). Il POS non prevedeva l'utilizzazione di piattaforme mobili ma solo di ponteggi, a riguardo dei quali venivano presi in rassegna i rischi. Imposto blocco dei lavori e smontaggio dei ponteggi a causa di opere di scavo prescritte dai Vigili del Fuoco, il (Omissis), onde ridurre i danni del fermo, aveva proposto al (Omissis) di sospendere i lavori solo al pianterreno e coltivare gli altri mediante ricorso ad acconci strumenti di sollevamento. Dopo che per qualche tempo i predetti lavori erano continuati mediante l'uso di una piattaforma/navicella a braccio, risultando pericolosa quelle di tipo verticale, a cagione della sporgenza del marciapiedi, il committente, a causa dei costi, aveva deciso di non avvalersi più del predetto strumento. Al contrario di quel che avevano reputato i giudici di merito l'imputato aveva fatto utilizzare solo il sicuro sollevatore a braccio, nel mentre si deve all'inopinata e autonoma decisione della vittima l'uso della piattaforma verticale, il cui utilizzo il (Omissis) aveva espressamente vietato, se non su superfici perfettamente piane e lisce. Peraltro, l'infortunato era operaio esperto ed informato e giammai si sarebbe potuto sentire costretto ad utilizzare strumento di lavoro insicuro; inoltre era dotato dei presidi di sicurezza personali.

Andava soggiunto che in data 27/3/2006 il POS (controfirmato dall'arch. (Omissis) in pari data), specificamente aggiornato, prevedeva l'uso di "ponteggi, piattaforme aeree, trabattelli".

In definitiva, la Corte territoriale aveva malamente interpretato i fatti reputando che la decisione di usare il sollevatore causa dell'incidente fosse stata presa dal (Omissis); che il POS non fosse stato modificato; che l'operaio infortunato non fosse stato formato ed informato, oltre che dotato dei presidi di sicurezza personali, dei quali per sua scelta non si era avvalso.

2.3. Il (Omissis), poi, si duole del capo concernente le statuizioni civili. In particolare l'entità della disposta provvisionale (600.000 euro) doveva reputarsi tale da procurare pregiudizio grave ed irreparabile al ricorrente, il quale avrebbe dovuto dismettere l'attività d'impresa, già di per sè non florida, e vendere la propria personale abitazione.

3. Il (Omissis) con il primo motivo enuclea doglianza sostanzialmente identica a quella prospettata nel primo motivo del (Omissis). Di specifico il predetto ricorrente soggiunge che i due cittadini polacchi, con un ragionevole sforzo di ricerca, avrebbero potuto essere rintracciati in Polonia; oltre a sottolineare che, senza garanzia di affidabilità della traduzione, i due operai erano stati sentiti in assenza d'interprete. Nè poteva mettersi in dubbio la decisività delle dichiarazioni attribuite ai due operai in discorso (solo dal verbale firmato da (Omissis) risultava che l'infortunato utilizzava la piattaforma causa dell'incidente da una decina di giorni).

3.1. Con il secondo motivo il ricorrente denunzia la nullità della sentenza per difetto di correlazione tra imputazione contestata e l'ipotesi concretamente ritenuta, il (Omissis) rivestiva la carica di coordinatore per la sicurezza solo a riguardo della fase esecutiva dei lavori e non per quella di progettazione.

3.2. Con il successivo motivo in rassegna il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione a riguardo del ritenuto nesso di causalità.

Secondo la Corte d'Appello di Brescia il (Omissis) non aveva preso visione del piano integrativo presentato dalla (Omissis) in data 27/3/2006 e per questo non era intervenuto per impedire l'uso della piattaforma a pantografo; intervento che, comunque, si sarebbe reso necessario a causa della genericità del piano. Nell'affermare ciò i giudici erano incorsi in errore: la piattaforma in discorso ben avrebbe potuto utilizzarsi anche all'esterno e anche sopra un marciapiedi, a condizione che, seguendo le istruzioni del libretto d'uso, fossero previamente stati messi in sicurezza i luoghi (la larghezza del marciapiedi avrebbe dovuto essere portata a misura congrua e andavano eliminate pendenze e difformità del suolo). Il coordinatore per la sicurezza in fase esecutiva non poteva essere considerato responsabile di manchevolezze derivanti dalla mancata conformazione al manuale della macchina, specie tenuto conto che nel PSC era trascritto lo specifico avvertimento di consultare il manuale d'uso di siffatto macchinario.

3.3. Collegato al motivo precedente risulta il successivo con il quale il ricorrente esclude poterglisi addebitare responsabilità penale a causa dell'erroneo utilizzo della piattaforma.

Egli, in qualità di coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione, aveva predisposto il PSC, che prevedeva, oltre all'uso di ponteggi, quello di piattaforme aeree, indicando le relative prescrizioni e cautele d'uso. Egli si recava in cantiere 3/4 volte alla settimana, nè poteva esigersi maggior presenza. Avrebbe potuto ordinare la sospensione dei lavori solo in caso di situazione di pericolo grave ed imminente. L'elevatore causa dell'incidente, ove correttamente utilizzato, non poteva costituire pericolo. Aveva visto in uso solo cestelli su mezzi mobili ben diversi dall'elevatore di cui si è detto e, peraltro, anche a voler credere che lo strumento in questione fosse stato utilizzato da una decina di giorni, non emergono elementi per potersi affermare che il detto utilizzo fosse stato difforme dalle modalità previste dal relativo libretto.

3.4. Con la successiva doglianza il ricorrente assume che non aveva avuto comunicazione del subappalto in favore della (Omissis). Il tecnico della Asl, (Omissis), infatti, non aveva rinvenuto in cantiere il POS aggiornato. Anche ad ammettere, peraltro, che il detto documento gli fosse stato consegnato dalla ditta, la stessa, in assenza di visto di congruità da parte del coordinatore non lo avrebbe potuto considerare operativo. Infine, la (Omissis) era tenuta al rispetto delle misure di sicurezza del PSC. Inoltre il PSC non necessitava di adeguamenti, essendo completo e, comunque, l'incidente non era dipendente causalmente da esso, ma andava ricondotto ad un erroneo utilizzo della piattaforma.

Nulla, infine, sapeva il (Omissis) degli accordi intercorsi tra il (Omissis) e il (Omissis) e, in special modo, della decisione di far utilizzare agli operai la piattaforma dell'impresa Faletti, incaricata d'installare gli impianti elettrici.

3.5. Di poi, l'imputato insiste nel prospettare l'impossibilità di conoscere la situazione di pericolo. Escluso che egli potesse vigilare continuativamente sul cantiere, non poteva averlo allarmato aver visto usare l'elevatore di cui si discorre in condizione di piena sicurezza (all'interno dell'edificio). Non avrebbe potuto prevedere che lo stesso sarebbe stato illogicamente adoperato sul marciapiedi esterno, che aveva uno spazio utile corrispondente, nella sostanza, alle dimensioni della piattaforma, dotata di quattro ruote, delle quali le due anteriori sterzanti e motrici, ancor più in assenza di un operatore a terra, addetto alle necessarie informazioni per gli spostamenti.

3.6. Con successiva censura il (Omissis) si duole, anche in questo caso deducendo difetto motivazionale rilevabile in sede di legittimità, della condanna al risarcimento del danno e al pagamento della provvisionale, al quale ultimo era stata subordinata la sospensione condizionale della pena. A parere della stessa Corte di merito gli si poteva attribuire un grado minore di colpa rispetto al coimputato e, pertanto, anche la misura di partecipazione alla provvisionale avrebbe dovuto tener conto di ciò. Irragionevole, inoltre, doveva reputarsi la subordinazione del beneficio della sospensione condizionale al pagamento di una provvisionale di così elevato importo.

3.7. Infine,con l'ultimo motivo, il ricorrente rileva analogo vizio motivazionale a riguardo del trattamento sanzionatorio: la Corte d'Appello, pur accogliendo sul punto l'appello, non aveva, di poi, sostituito la pena detentiva con l'equivalente pecuniario, nonostante l'incensuratezza.



Diritto


4. Conviene, in primo luogo, prendere in esame le censure afferenti l'assunta violazione dell'articolo 512 cod. proc. pen., avuto riguardo alla lettura delle dichiarazioni a suo tempo rese dagli operai (Omissis) e (Omissis), mosse da entrambi i ricorrenti (cfr. p. 2.1. e 3.). La questione, peraltro dipanata dal giudice del merito con argomenti che, in questa sede, appaiono esenti da censure (in particolare, la Corte territoriale ha evidenziato che i due soggetti, cittadini polacchi, erano muniti di passaporto privo d'indicazione del luogo di residenza in Polonia e, pertanto, non censiti fra la popolazione residente, nonostante avessero dichiarato, quando vennero intesi, di abitare a (Omissis), ne era divenuta impossibile la ricerca, circostanza, questa, peraltro, non prevedibile allorquando erano stati sentiti) non assume carattere decisivo sul piano delle acquisizioni probatorie.

La vicenda e i suoi contorni, anche minuti, risultano, infatti ben acquisiti e riportati in sentenza attraverso il complesso dell'istruttoria svolta (audizioni testimoniali di (Omissis), di (Omissis), dalle stesse dichiarazioni degli imputati e dalla documentazione prodotta). Appare, sul punto, decisivo osservare che la Corte territoriale ha esattamente colto che la circostanza che l'uso spericolato ed improprio della piattaforma a pantografo non poteva considerarsi fatto estemporaneo ed occasionale, dovuto a bizzarra ed imprevedibile decisione del lavoratore rimasto tragicamente infortunato, stante che risaliva a circa quindici giorni prima dell'incidente la restituzione della sicura piattaforma a braccio (punto rimasto incontroverso) e poichè non consta che i lavori restarono fermi dopo la detta restituzione ne consegue che gli stessi proseguirono mediante l'uso della piattaforma mobile a pantografo.

Evenienza, questa che non avrebbe dovuto sfuggire all'osservazione del responsabile per la sicurezza (il quale, ovviamente, in un lasso così cospicuo di tempo avrebbe dovuto rendersi conto della macroscopica pericolosità dello strumento siffattamente adoperato) e che indubbiamente, come in seguito si avrà modo di rimarcare, è da addebitare a scelta dell'imprenditore.

5. Non ha apprezzabile fondamento il motivo di ricorso del (Omissis), enucleato al p. 2.2., con il quale costui lamenta erronea ricostruzione dei fatti. Al contrario dell'assunto impugnatorio il Giudice del merito ha puntualmente ripercorso gli avvenimenti, sulla base delle acquisizioni istruttorie, senza che si possano qui rilevare manifeste contraddizioni o lacune. Quale che sia stata, infatti, la verità in ordine alla pretesa integrazione del POS (sul punto il contrasto di versione tra i due imputati è stridente), è certo che il (Omissis), factotum di due società gemelle (la (Omissis), con sede in (Omissis) e la (Omissis) s.r.l., con sede in (Omissis)), per le esigenze organizzative che prima si sono narrate, decise di proseguire i lavori d'installazione di chiusure delle facciate dell'edificio in ristrutturazione, mediante utilizzo di pannellature precostruite in profilati e vetri, utilizzando degli strumenti elevatori che consentissero di raggiungere i piani superiori, senza necessità di ponteggio. Per far ciò occorreva, a parte ogni altra considerazione (attinente al provato disinteresse per il rispetto dell'effettivo uso dei mezzi antinfortunistici individuali, e il mancato adempimento degli obblighi di formazione ed informazione del personale), utilizzare macchine elevatrici che consentissero di lavorare in sicurezza all'esterno.

Tale era, a dire degli stessi imputati, la navicella a braccio, in un primo tempo utilizzata e poi accantonata a causa dei costi di noleggio. Tale, invece, non era, e per più ragioni, l'elevatore a pantografo precipitato rovinosamente al suolo. Trattasi, invero, di macchinario mobile, dotato di ruote, incapace di mantenere la posizione in presenza di accidentalità o pendenze del terreno (e il marciapiedi era accidentato e in pendenza), al quale sarebbe comunque, occorso spazio di manovra adeguato (invece risultava largo praticamente quanto il marciapiedi).

La circostanza che uno strumento del genere, che ha precipua destinazione d'uso all'interno di edifici e che proprio all'interno di quel fabbricato era stato utilizzato dalla ditta che si occupava dell'impianto elettrico, possa, eccezionalmente, previa attenta verifica e bonifica dei luoghi, essere utilizzato anche all'esterno, non sposta i termini della questione, perchè, appunto, nessuna previa messa in sicurezza dei luoghi venne posta in essere.

Infine, onde evitare inutili ripetizioni è bastevole rinviare alle pagine 13 e 14 della sentenza d'appello per rendersi conto dell'inconcludenza degli asserti del (Omissis), il quale prospetta che la decisione di utilizzare l'elevatore a pantografo dovevasi attribuire ad autonoma decisione del lavoratore, quando quello sicuro a cestello era stato restituito al noleggiatore; che, nonostante ciò la vittima avrebbe potuto (e come?) utilizzare l'elevatore a cestello; che egli avesse vietato d'utilizzare la piattaforma a pantografo (affermazione, questa, ridimensionata dallo stesso (Omissis), il quale, nel corso dell'esame ha ammesso che, nonostante non vi fosse stato un suo esplicito divieto, era competenza della persona offesa rendersi conto della pericolosità di quell'impiego del macchinario).

6. Privo di pregio si appalesa il motivo sub. P. 2.3.

Assume il (Omissis) l'ingiustizia della statuizione civile concernente la provvisionale, giudicata d'entità tale da procurargli pregiudizio grave ed irreparabile, senza tuttavia fornire alcun concreto elemento a corredo, sia in ordine alle proprie capacità economiche, che a riguardo del pregiudizio gravissimo patito dalla persona offesa, la quale durante tutto il corso del processo ha versato in stato di coma vegetativo, senza contare che la condanna è solidalmente estesa ad entrambi gli imputati.

7. I motivi da sub. p. 3.1., 3.2., 3.3., 3.4, 3.5. del (Omissis), presi in esame unitario, stante la loro interconnessione, vanno disattesi. Non ha fondamento il preteso difetto di correlazione tra imputazione contestata e concretamente ritenuta. Sul punto ha risposto in maniera convincente la Corte d'Appello di Brescia: il medesimo imputato, infatti, aveva asserito (e anche in questa sede confermato) che il progetto per la sicurezza da lui redatto era esente da censure e, pertanto, si è difeso sul punto ampiamente. Invero, "in tema di correlazione tra imputazione contestata e sentenza, per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un'incertezza sull'oggetto dell'imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l'indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perchè, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l'imputato, attraverso l'iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all'oggetto dell'imputazione" (in senso conforme, fra le tante, 4, 22/11/2011, n. 47474; 4, 28/6/2011, n. 36891; S.U., 15/7/2010, n. 36551).

Non inficiano i solidi argomenti della sentenza gravata quelli difensivi spesi al fine di contestare la sussistenza del nesso di causalità e della colpevole condotta omissiva e commissiva tenuta.

Il (Omissis), tecnico responsabile della sicurezza, anche per la fase progettuale (a suo stesso dire), il quale, quindi, aveva l'obbligo di vigilare sulla correttezza delle procedure al fine di garantire la sicurezza dei lavoratori, non può, di certo, pretendere di andare esente da responsabilità assumendo di non aver preso visione del piano integrativo presentato dalla (Omissis) in data 27/3/2006, peraltro contro le risultanze processuali; nè che l'infortunio dipese da un uso inadeguato dell'elevatore a pantografo dovuto a improvvida scelta dell'operaio, il quale, come si è visto, invece, non tenne condotta tale da potersi definire imprevedibile, tale da spezzare il nesso di causalità. Se egli, invece, avesse vigilato si sarebbe dovuto accorgere (e si è visto che l'uso si protrasse per diversi giorni) che la macchina veniva utilizzata in assenza delle condizioni di bonifica minime dell'ambiente esterno per garantire la sicurezza del personale operante.

Ininfluente, ovviamente, resta l'affermazione secondo la quale il (Omissis) avrebbe ignorato gli accordi intercorsi tra il (Omissis) e il (Omissis); quel che rileva è che il (Omissis), dotato delle necessarie competenze tecniche e assunta funzione allo scopo, omise, per restare alla fase esecutiva, di vigilare sul singolare metodo d'assicurare le protezioni individuali agli operai (i presidi, nella migliore delle ipotesi, venivano lasciati alla loro iniziativa non sindacata) e, qual che più è grave, lasciò che fosse impiegato nei lavori esterni l'elevatore in discorso, tipicamente impiegabile solo nei lavori al chiuso, senza prima essersi assicurato che l'area di lavoro fosse stata resa idonea ad un tal utilizzo. Da qui l'ineludibile conclusione che si ebbe a trattare di evento prevenibile e prevedibile, ove fossero state osservate le condotte doverose previste ed impedite quelle vietate.

In ogni caso, non par dubbio che la prevedibilità altro non significa che porsi il problema delle conseguenze di una condotta commissiva od omissiva avendo presente il cosiddetto "modello d'agente", il modello dell'"homo eiusdem condicionis et professionis", ossia il modello dell'uomo che svolge paradigmaticamente una determinata attività, che importa l'assunzione di certe responsabilità, nella comunità, la quale esige che l'operatore si ispiri a quel modello e faccia tutto ciò che da questo ci si aspetta (Sez. 4, 1/71992, n. 1345, massima; più di recente e sullo specifico argomento qui in esame, sempre Sez. 4, 1/4/2010, n. 20047). Un tale modello impone, nel caso estremo in cui il garante si renda conto di non essere in grado d'incidere sul rischio, l'abbandono della funzione, previa adeguata segnalazione al datore di lavoro (sul punto, Sez. 4 n. 20047 cit.).

8. Il motivo di cui al 3.6., del pari infondato, impone, tuttavia, modifica della statuizione gravata per fatto sopravvenuto.

Non può dolersi il (Omissis) della condanna solidale al pagamento della provvisionale, asserendo apoditticamente di aver avuto l'incidenza della sua condotta rilevanza maggiore rispetto a quella tenuta dal coimputato. Fermo restando, infatti, che il riparto interno per il successivo regresso potrà formare oggetto d'esame da parte del giudice civile, chiamato a stimare l'entità del danno, in questa sede deve osservarsi che l'obbligo solidale di anticipare alla persona offesa una parte del danno discende dalla legge.

Fondatamente, invece, il ricorrente chiede di risolversi la subordinazione del beneficio della sospensione condizionale della pena ai pagamento della detta provvisionale. Infatti, come risulta pacificamente dagli atti, successivamente alla sentenza di secondo grado, il detto ricorrente ha provveduto a risarcire la p.o., con piena soddisfazione della stessa.

9. Inammissibile, infine, deve qualificarsi l'ultimo motivo con il quale il (Omissis) si duole della mancata sostituzione della pena detentiva con l'equivalente pena pecuniaria. Trattasi, invero, di doglianza nuova, proposta per la prima volta in questa sede, peraltro sprovvista di specifico corredo motivazionale, in presenza d'infortunio sul lavoro di particolare gravità e di grossolana violazione delle norme cautelari.



P.Q.M.



Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti ai pagamento delle spese processuali.

Revoca le statuizioni civili nei confronti di (Omissis) ed elimina la disposta subordinazione della sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale.

Condanna (Omissis) alla rifusione delle spese in favore della parte civile che liquida in complessivi euro 2.500,00, oltre accessori come per legge.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 01 ottobre 2012, n. 37994 - Manutenzione della motonave Zeus e responsabilità nel contratto di appalto: ingerenza del committente


"In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro il contratto di appalto determina il trasferimento dal committente all'appaltatore della responsabilità nell'esecuzione dei lavori, salvo che (come appunto è accaduto nella fattispecie che ci occupa) lo stesso committente assuma una partecipazione attiva nella conduzione e realizzazione dell'opera, nel qual caso anch'egli rimane destinatario degli obblighi assunti dall'appaltatore."

Fatto



Con sentenza del 18 giugno 2009 il Tribunale di Trapani dichiarava (Omissis), nella qualità di comandante della nave moto traghetto "Pantelleria" e (Omissis), nella qualità di legale rappresentante della società " (Omissis) s.p.a." responsabili in ordine al reato di lesioni colpose derivanti dalla violazione della normativa per la prevenzione degli infortuni sul lavoro in danno di (Omissis), (Omissis) e (Omissis), lavoratori dipendenti della detta società " (Omissis)" (fatti accaduti in (Omissis)) e, concesse ad entrambi le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti, li condannava alla pena di 4 mesi di reclusione ciascuno e al risarcimento del danno subito dalla parte civile costituita (Omissis), da liquidarsi in sede civile, al rimborso delle spese di giudizio dalla stessa sostenute, assegnando una provvisionale di euro 20.000 a carico dei due imputati in solido. Avverso tale sentenza proponeva appello la difesa dei due imputati.

La Corte di appello di Palermo, con sentenza del 22.06.2011, in parziale riforma della sentenza emessa nel giudizio di primo grado, assolveva (Omissis) dal reato ascrittogli per non averlo commesso. Confermava nel resto la sentenza impugnata.

Avverso la predetta sentenza (Omissis) personalmente proponeva ricorso per Cassazione, chiedendone l'annullamento, e la censurava per i seguenti motivi:

1) erronea applicazione della legge penale ex articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b). Sosteneva la difesa del ricorrente che l'infortunio sul lavoro di cui al capo di imputazione era accaduto in (Omissis), all'interno dell'area demaniale concessa in "uso privato" alla società (Omissis)-S.p.A., luogo in cui la motonave denominata "ZEUS" di proprietà della Società Armatrice " (Omissis) S.p.A." era stata posta in disarmo per consentire l'esecuzione di lavori di manutenzione straordinaria ed ordinaria che erano stati commissionati alla (Omissis) S.p.A..

Secondo il ricorrente pertanto la penale responsabilità dell'infortunio era ascrivibile soltanto al (Omissis) S.p.A., appaltatore ed unico esecutore dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria sulla motonave "ZEUS". Secondo il ricorrente pertanto erroneamente la Corte territoriale aveva fondato il giudizio di responsabilità nei suoi confronti, nella qualità di legale rappresentante della " (Omissis) S.p.A.", proprietaria della motonave di cui è processo, sul presupposto della presunta "ingerenza" con il suo personale dipendente, poi infortunatosi, nella gestione ed esecuzione dei sopra indicati lavori. Secondo il (Omissis) nessuna prova della sua ingerenza era emersa dall'istruttoria dibattimentale, che aveva anzi dimostrato che il personale, successivamente infortunatosi, era stato distaccato soltanto per "seguire i lavori di messa a secco" a bordo della motonave "ZEUS". Pertanto, ad avviso del ricorrente, il " (Omissis) S.p.A.", quale impresa appaltatrice ed esecutrice dei lavori era l'unica garante dell'incolumità fisica dei prestatori di lavoro. Nessuna responsabilità, secondo il ricorrente, poteva invece ascriversi all'armatore che non aveva influito nell'eziologia dell'evento, che era stato determinato dalla condotta abnorme dei lavoratori che avevano proceduto all'ammaino del portellone a mezzo paranchi, pur essendo a conoscenza della pericolosità e complessità di quella particolare operazione.

2. Contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione ex articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e). Sosteneva sul punto il ricorrente che erroneamente la sentenza impugnata aveva affermato che la manovra di ammaino non era stata concordata con il cantiere, laddove invece sarebbe stato evidente che il personale dipendente della (Omissis) S.p.A.. presente a bordo, mai avrebbe effettuato "sua sponte" la manovra di cui trattasi, che invece fu effettuata su espressa determinazione del personale del (Omissis) che richiese l'ammaino del portellone a mezzo di un non specificato e mai individuato soggetto. Eccessiva gravosità della pena inflitta che, ad avviso del ricorrente, sarebbe stata sproporzionata in considerazione della tenuità della condotta e dei suoi effetti, atteso che le persone offese non hanno mai versato in pericolo di vita e la loro invalidità non ha avuto durata superiore a 40 giorni.



Diritto



OSSERVA LA CORTE DI CASSAZIONE che i proposti motivi di ricorso non sono fondati. Preliminarmente si rileva che non risulta maturata la prescrizione in quanto non è decorso il termine massimo di anni 7 e mesi 6. Dalla lettura dei verbali di udienza relativi al giudizio di appello risulta infatti un periodo di sospensione pari ad un anno e giorni ventuno dal 25.05.2010 al 15.06.2011.

Per quanto poi attiene ai primi due motivi di ricorso, si osserva (cfr. Cass., Sez. 4, Sent. n. 4842 del 2.12.2003, Rv. 229369) che, nel momento del controllo della motivazione, la Corte di Cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti, nè deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento; ciò in quanto l'articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e), non consente a questa Corte una diversa lettura dei dati processuali o una diversa interpretazione delle prove, perchè è estraneo al giudizio di legittimità il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali.

Tanto premesso la motivazione della sentenza impugnata appare logica e congrua e supera quindi il vaglio di questa Corte nei limiti sopra indicati. I giudici della Corte di appello di Palermo hanno infatti chiaramente evidenziato gli elementi da cui hanno dedotto la sussistenza della responsabilità del (Omissis) in ordine al reato ascrittogli. In particolare hanno evidenziato che al momento dell'incidente sulla moto traghetto Zeus vi erano diversi marinai dipendenti dalla società (Omissis), tra cui i tre infortunati, i quali vennero comandati per l'esecuzione di lavori di matrice diversa rispetto a quelli a cui erano normalmente adibiti, senza essere peraltro adeguatamente informati in merito ai rischi di alcune manovre, quali appunto quella di ammaino eseguita nelle particolari condizioni indicate nella sentenza impugnata.

I giudici della Corte territoriale hanno poi contrastato le affermazioni della difesa del (Omissis) secondo cui l'odierno ricorrente, nella sua qualità di armatore, non poteva essere ritenuto responsabile dell'occorso poichè il natante in disarmo era già stato consegnato al cantiere e nessun potere collegato all'evento lesivo era stato esercitato dalla società armatrice. In merito a tale punto la sentenza impugnata ha evidenziato che era assolutamente logico ritenere che il personale della società armatrice presente sulla motonave Zeus, anche se la stessa era in disarmo, si attenesse alle indicazioni dei propri superiori presenti sulla nave, essendo invece inverosimile che detto personale di propria iniziativa abbia deciso di aprire il portellone. Ritenevano pertanto i giudici della Corte territoriale che l'armatore si era ingerito con il suo personale nella gestione dei lavori sulla nave e che pertanto, a prescindere dalla responsabilità del (Omissis), era corresponsabile del rispetto della normativa antinfortunistica a tutela dei lavoratori che aveva distaccato in quel luogo.

Tanto premesso si osserva che le conclusioni a cui è pervenuta la sentenza impugnata sono del tutto conformi a quanto ritenuto dalla condivisibile giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, (cfr, Cass., Sez. 4, Sent. n. 38824 del 17.0 9.2008, Rv.241063; Cass., Sez. 4, Sent. n. 37840 dell'1.07.2009) in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro il contratto di appalto determina il trasferimento dal committente all'appaltatore della responsabilità nell'esecuzione dei lavori, salvo che (come appunto è accaduto nella fattispecie che ci occupa) lo stesso committente assuma una partecipazione attiva nella conduzione e realizzazione dell'opera, nel qual caso anch'egli rimane destinatario degli obblighi assunti dall'appaltatore.

In riferimento poi alle doglianze concernenti il trattamento sanzionatorio proposte da (Omissis), si rileva che la decisione impugnata risulta sorretta da conferente apparato argomentativo, che soddisfa appieno l'obbligo motivazionale, anche per quanto concerne la dosimetria della pena. E appena il caso di considerare che in tema di valutazione dei vari elementi per la concessione delle attenuanti generiche, ovvero in ordine al giudizio di comparazione e per quanto riguarda la dosimetria della pena ed i limiti del sindacato di legittimità su detti punti, la giurisprudenza di questa Suprema Corte non solo ammette la cd. motivazione implicita (Cass., Sez. 6, 22 settembre 2003 n. 227142) o con formule sintetiche (tipo "si ritiene congrua" vedi Cass., sez. 6, 4 agosto 1998, Rv. 211583), ma afferma anche che le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra circostanze aggravanti ed attenuanti, effettuato in riferimento ai criteri di cui all'articolo 133 c.p., sono censurabili in cassazione solo quando siano frutto di mero arbitrio o ragionamenti illogico (Cass., sez. 3, 16 giugno 2004 n. 26908, Rv.229298). Si tratta di evenienza che certamente non sussiste nel caso di specie, avendo la Corte territoriale espressamente chiarito le ragioni in base alle quali ha ritenuto di confermare il trattamento sanzionatorio indicato nella sentenza emessa nel giudizio di primo grado.

Il proposto ricorso deve essere, pertanto, rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.



P.Q.M.



Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Cassazione Penale, Sez. 3, 02 ottobre 2012, n. 38104 - Detenzione di 700 litri di gasolio e prevenzione incendi

Fatto


La Corte di appello di Bari, con sentenza del 29.6.2011, ha confermato la sentenza 20.2.2009 del Tribunale di Bari - Sezione distaccata di Bitonto, che aveva affermato la responsabilità penale di (Omissis) in ordine ai reati di cui:

- all'articolo 679 cod. pen. (perchè, quale titolare di impresa individuale esercente l'attività di trasporto merci su strada, ometteva di denunciare all'autorità la detenzione di 700 litri di gasolio per autotrazione, sostanza infiammabile per qualità e quantità - acc. in agro di (Omissis));

- al Decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1995, n. 547, articoli 36, 37 e 389, lettera b) e c) (per non avere osservato l'obbligo di sottoporre l'impianto ove il gasolio era detenuto ai controlli dei Vigili del fuoco finalizzati alla prevenzione degli incendi);

- al Decreto Legislativo 19 settembre 1994, n. 626, articolo 4, comma 5, lettera c), articolo 89, comma 2, lettera a), (per avere omesso di adottare, presso il suddetto impianto aziendale, le misure necessarie ai fini della prevenzione degli incendi e dell'evacuazione dei lavoratori nel caso di pericolo grave ed immediato) e, riconosciute circostanze attenuanti generiche, unificati tutti i reati nel vincolo della continuazione ex articolo 81 cpv. cod. pen., lo aveva condannato alla pena complessiva di mesi tre di arresto, convertita in quella pecuniaria corrispondente di euro 3.420,00 di ammenda.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il difensore dell'imputato, il quale sia eccepito:

- la nullità delle decisioni di primo e secondo grado, perchè già il Tribunale aveva correlato il calcolo della pena ad un reato mai contestato (quello di cui al Decreto Legislativo n. 32 del 1998, articoli 1 e 3) ed aveva così modificato l'imputazione in violazione dell'articolo 335 c.p.p., a nulla rilevando fa circostanza che "i reati arbitrariamente introdotti dal primo giudice siano puniti con pena occasionalmente uguale a quella prevista per i reati che si assume essere stati realmente commessi dall'imputato";

- violazione di legge per avere il Tribunale rigettato l'istanza di oblazione con motivazione non specifica, fondando "per relationem" il diniego sulle stesse ragioni già espresse dal G.I.P. nel corso delle indagini preliminari senza un espresso e concreto riferimento al fatto commesso e senza dare conto della capacità a delinquere dell'imputato, il quale, inoltre, non avrebbe avuto la possibilità di eliminare gli eventuali effetti pregiudizievoli dei reati in quanto aveva restituito al proprietario il box, condotto in locazione, già adibito a deposito del gasolio.

Diritto



Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, poichè manifestamente infondato.

1. La richiesta oblazione speciale, nella specie, è stata denegata dal G.I.P. e poi dal giudice dei dibattimento in relazione al disposto dell'articolo 162-bis cod. pen., comma 4, "avuto riguardo alla gravità del fatto" (sovrabbondante deve ritenersi, pertanto, il riferimento della Corte territoriale anche alla permanenza di conseguenze dannose o pericolose del reato eliminabili da parte del contravventore) e la decisione di rigetto risulta adeguatamente motivata, con concreta correlazione al fatto commesso, essendo stata razionalmente ritenuta la sussistenza di una situazione di rilevante pericolo per l'incolumità pubblica, imprudentemente protratta nel tempo dall'imputato, in un impianto frequentato da una pluralità di persone.

2. La pena applicata è legittima, poichè computata in misura corrispondente al minimo edittale per la contravvenzione prevista dal Decreto Legislativo 19 settembre 1994, n. 626 (capo C della contestazione, ritenuto più grave).

Il riferimento - nella sentenza di primo grado - alla sanzione comminata dal Decreto Legislativo n. 32 del 1998, articoli 1 e 3 è erroneo ma non ha comportato l'irrogazione di una pena più grave nè ha influito sulla sostanza delle imputazioni e dei comportamenti contravvenzionali esaminati dal giudici del merito ed in relazione ai quali è intervenuta pronunzia di responsabilità.

Come esattamente rilevato dalla Corte territoriale, non si configura, pertanto, alcuna violazione dell'articolo 335 cod. proc. pen..

3. Tenuto conto della sentenza 13.6.2000, n. 166 della Corte Costituzionale e rilevato che, nella specie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", alla declaratoria della stessa consegue, a norma dell'articolo 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento nonchè quello del versamento di una somma, in favore della cassa delle ammende, equitativamente fissata, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di 1.000,00 euro.



P.Q.M.


dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di euro mille/00 in favore della cassa delle ammende.

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Cassazione Penale, Sez. fer., 09 ottobre 2012, n. 39830 - Lavori edili in cantiere e inosservanza delle norme relative ai ponteggi

Fatto



Il Tribunale di Trento, sezione distaccata di Cavalese, ha emesso sentenza di condanna di (Omissis) per i reati di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 164 del 1956, articolo 4, comma 1; articolo 7, comma 1; articolo 12, comma 1, articolo 16; articolo 18, comma 1; articolo 69, comma 1, commessi nella qualità di datore di lavoro della ditta (Omissis) srl., occupata in lavori edili presso un cantiere di (Omissis); e per il reato di cui al Decreto Legislativo n. 626 del 1994, articolo 36-quater, comma 3 sempre nella indicata qualità, tutti commessi in (Omissis), data questa in cui fu redatto il verbale delle prescrizioni.

Ha quindi irrogato la pena dell'ammenda di euro 5000,00.

Il Tribunale ha dato preliminarmente atto degli impedimenti difensivi, occorsi in varie udienze, e della conseguente nomina d'ufficio di altro difensore; in particolare ha attestato che per l'udienza dell'11 novembre 2011 il difensore aveva trasmesso istanza di rinvio per legittimo impedimento, istanza accolta con rinvio al 21 novembre 2011 e che, prima di detta udienza, era giunta rinuncia al mandato, sì che all'udienza del 21 novembre 2011 si era nominato un difensore d'ufficio e si era disposto il rinvio dell'udienza in ragione dell'assenza dei testimoni. Ha quindi illustrato gli elementi di responsabilità a carico dell'imputato, costituiti dalle testimonianze e dagli atti di ispezione e sequestro dell'area di cantiere.

Avverso la sentenza ha proposto appello, riqualificato come ricorso per cassazione, (Omissis), deducendo:

- Violazione di legge processuale per nullità in riferimento alle imputazioni per le quali è intervenuta condanna, dal momento che esse, a fronte dei numerosi precetti asseritamente violati, non indicano alcuna delle sanzioni agli stessi connessi. I reati contestati riguardano articoli del Decreto del Presidente della Repubblica n. 164 del 1956 e del Decreto Legislativo n. 626 del 1994, entrambi ampiamente modificati nel tempo, sì che anche per un tecnico del diritto è impossibile individuare con precisione la pena in astratta prevista. La mancata indicazione delle eventuali sanzioni viola i diritti difensivi.

- Violazione di legge processuale perchè il giudizio di primo grado si è svolto in forma contumaciale benchè l'attuale ricorrente avesse più volte avanzato, con lettera raccomandata anticipata via fax, espressa richiesta di essere avvisato della data delle udienze di prosecuzione, e ciò dopo che, in seguito a rinuncia al mandato difensivo dell'avvocato di fiducia, il ricorrente accettava quale nuovo avvocato il difensore nominato d'ufficio con contestuale richiesta di un termine a difesa, che non veniva concesso.

- Violazione delle regole di valutazione delle prove, perchè il giudice di merito ha affermato la penale responsabilità senza valutare, nemmeno sul piano delle attenuanti, il fatto che il ricorrente aveva delegato espressamente e per iscritto le funzioni e le prerogative proprie dell'amministratore unico.





Diritto


Il ricorso è infondato per le ragioni di seguito esposte.

Il primo motivo è manifestamente infondato, dal momento che la contestazione dell'imputazione si sostanzia nell'indicazione del fatto che forma oggetto della qualificazione in termini di illiceità penale - con le eventuali circostanze aggravanti e quelle che possono comportare l'applicazione di misure di sicurezza - e nell'indicazione delle norme violate, quindi delle disposizioni incriminatrici e non certo di quelle che prescrivono il trattamento sanzionatorio.

Il secondo motivo è infondato perchè il ricorrente fu dichiarato contumace all'udienza del 15 novembre 2010, fu poi presente a quella del 7 febbraio 2011, e fu di nuovo dichiarato contumace per le udienze successive, senza che in atti risulti che abbia prospettato legittimi impedimenti a comparire. è appena il caso di rilevare che l'imputato contumace è rappresentato dal difensore e non ha diritto di essere avvisato personalmente delle udienze di rinvio, seppure possa ad esse ovviamente prendere parte.

Il terzo motivo è infondato, dal momento che la sentenza impugnata da atto della testimonianza resa da (Omissis) nella qualità di supervisore dei cantieri, aggiungendo in conclusione che non è stata prospettata una diversa versione dei fatti, rispetto a quella ricostruita nel corso dell'istruzione dibattimentale, nè in ordine ai soggetti responsabili nè in ordine al tenore delle violazioni.

La doglianza ora fatta valere non può dunque essere presa in esame, nella misura in cui non è stata proposta al giudice del merito; a ciò si aggiunga che, ove con essa si intenda far valere una contraddittorietà della motivazione con atti del processo, non si sostanzia nella denuncia di un travisamento di prova ma più limitatamente di una questione di valutazione di un dato di prova, non censurabile in sede di legittimità.



P.Q.M.



Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 09 ottobre 2012, n. 39880 - Art. 234 D.P.R. 547/55: strumenti indicatori


Fatto



La Corte di Appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Roma che aveva assolto B.G. e A.M. dal delitto di lesioni colpose gravi per colpa generica e per violazione di specifiche norme cautelari antinfortunistiche ad essi addebitato in concorso.
Il ricorrente propone ricorso per cassazione ai soli fini della responsabilità civile degli originari imputati (576 c.p.p.) e denunzia:
violazione dell’art. 234 DPR 27/3/1955 n. 547 in relazione agli artt. 42 c.p. e 590 c.p. nonché illogicità e mancanza di motivazione per avere la sentenza impugnata negata l’applicabilità del precetto di cui all’art. 234 del detto DPR con l’escludere che il silo nel quale si verificò il distacco del cappello sia un apparecchio a pressione destinatario della cautela speciale di cui all’art. 234 detto.
All’udienza pubblica del 20 Gennaio 2012 il ricorso è stato deciso con il compimento degli incombenti imposti dal codice di rito.



Diritto



Il ricorso è infondato. La denunziata mancanza di motivazione non è ravvisabile dal momento che è ben evidente la esistenza di un testo scritto della motivazione e allo stesso tempo è altrettanto evidente la esistenza di una argomentazione giustificativa complessa che da conto delle ragioni per le quali la Corte di appello ha adottato la sua statuizione di conferma della sentenza assolutoria di primo grado.
Quanto al resto la sentenza impugnata ha accertato con motivazione esente da errori logici, da vizi di argomentazione giuridica, da aporie e discontinuità, da utilizzo di regole di esperienza fallaci, e con esame attentamente critico delle opposte conclusioni rassegnate dal consulente tecnico del PM e dalla difesa degli imputati, che il serbatoio nel quale fu immessa la calce non era apparecchio a pressione ma a sfiato libero (due sfiatatoi), che lo sfiato era ancora pervio e libero fino ad un attimo prima del distacco del coperchio del silo, che le operazioni di travaso della calce nel serbatoio erano effettuate dalla parte civile M. con una autocisterna del trasportatore autonomo del quale il M. risultava collaboratore domestico, mai sottoposta a revisione nel corso degli anni, che le valvole poste a protezione del compressore e della cisterna non avevano debitamente funzionato al determinarsi di una sovrappressione nel serbatoio di destinazione, che all’esito dell’incidente il tubo di trasferimento della calce dalla cisterna al silo era stato trovato in condizioni che provavano una pressione di trasferimento eccessiva. Altrettanto significativa la circostanza sottolineata dalla sentenza di una zeppa di legno bloccata sotto l’acceleratore del mezzo per fornire, con l’aiuto della maggiore energia fornita dal motore in accelerazione, maggiore spinta alla pompa di immissione nel silo.
Correttamente la sentenza impugnata ha escluso l’applicabilità delle regole cautelari che disciplinano l’uso di apparecchi a pressione e ha escluso qualsiasi vincolo causale tra la incompletezza delle previsioni di rischio nel prescritto documento di valutazione peraltro regolarmente redatto, e il meccanismo che ha cagionato le lesioni oggetto di processo.
Da ultimo non è procedimento di eliminazione mentale ma semplice congettura smentita dall’accertato funzionamento dello sfiato durante il carico e dalla considerazione della causa di neutralizzazione del doppio sfiato, quella secondo la quale se lo sfiato avesse funzionato l’infortunio non si sarebbe verificato. Il ricorso deve essere rigettato e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento.



P.Q.M.



Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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Cassazione Penale, Sez. 4, 09 ottobre 2012, n. 39896 - Carico anomalo ed imprudente e caduta di tre blocchi di pietra: infortunio mortale


Responsabilità del titolare (socio amministratore) e legale rappresentante di una s.n.c. e del socio contitolare della stessa per infortunio mortale di un dipendente: quest'ultimo in qualità di autista/autotrasportatore aveva il compito di trasportare dei cordoli in pietra che erano però stati caricati in modo anomalo ed imprudente. Conseguentemente, al momento dell'arrivo, egli subiva il ribaltamento e la caduta di 3 blocchi di pietra da 200 kg. ciascuno e decedeva.


Condannati, ricorrono in Cassazione - Rigetto.

Con adeguata motivazione è stato escluso che la condotta della vittima, alla quale i giudici di merito hanno comunque riconosciuto un concorso colposo, possa valere ad elidere in toto il nesso causale con l'evento letale che ne seguì: forse la vittima avrebbe fatto bene, essendosi reso conto dell'anomalo ed imprudente confezionamento del carico, a non stipare quei bancali ma, come correttamente osservato dalla Corte territoriale, ciò non implicava il riconoscimento al medesimo dell'obbligo di opporre un rifiuto al carico e al trasporto riconducendo alla sua sola accondiscendenza l'interruzione del nesso causale.

Al riguardo, è sufficiente osservare che, come più volte questa Corte di legittimità ha ribadito, perchè la condotta colposa del lavoratore faccia venire meno la responsabilità del datore di lavoro, occorre un vero e proprio contegno abnorme del lavoratore medesimo, che esuli dalle normali operazioni produttive e che esorbiti rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive organizzative ricevute.
Nel caso in esame, la condotta tenuta dalla vittima non può essere considerata abnorme, poichè l'infortunio si è verificato a causa del processo lavorativo.

Si aggiunga che le norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, avendo lo scopo di impedire l'insorgere di pericoli, anche se del tutto eventuali e remoti, in qualsiasi fase del lavoro, sono dirette a tutelare il lavoratore anche contro gli incidenti derivanti da un suo comportamento colposo e dei quali, conseguentemente, l'imprenditore è chiamato a rispondere per il semplice fatto del mancato apprestamento delle idonee misure protettive, anche in presenza di condotta deviante del lavoratore.

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Fatto

Con sentenza in data 17.9.2007 il Tribunale di Torino condannava (Omissis) e (Omissis), con circostanze attenuanti generiche prevalenti sull'aggravante, alla pena di anni uno e mesi due di reclusione ciascuno con i benefici di legge, avendoli riconosciuti colpevoli del delitto di cui all'articolo 113, articolo 589 c.p., comma 1 e 2, perchè, secondo l'imputazione, in cooperazione tra loro, nelle loro rispettive qualità di datore di lavoro:

- in quanto titolare (socio amministratore) e legale rappresentante della (Omissis) s.n.c. di (Omissis), con sede in (Omissis) (il (Omissis));

- in quanto socio contitolare della (Omissis) s.n.c., con sede in (Omissis) (il (Omissis));

lavorando (Omissis) alle dipendente della predetta (Omissis) s.n.c. con mansioni di autista/autotrasportatore ed, in particolare, essendo lo stesso stato comandato -nella data dell'infortunio: (Omissis) - al trasporto di cordoli di pietra da consegnare presso la Ditta (Omissis) di (Omissis), cordoli in parte caricati il giorno precedente presso la (Omissis), per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia e violazione di legge in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro come sotto meglio specificate, e precisamente: a) in violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articolo 169 omettendo, nelle loro rispettive qualità sopra indicate, di adottare le misure necessarie per assicurare la stabilità del mezzo e del suo carico, in relazione al tipo del mezzo stesso, alla sua velocità, alle accelerazioni ed al tipo di percorso, e segnatamente:

- omettendo il (Omissis), che nella giornata del (Omissis) aveva caricato il semirimorchio AA 14315 di proprietà della (Omissis) presso la ditta (Omissis) con 8 bancali contenenti ciascuno 9 blocchi di pietra di (Omissis) di dimensione di 115/120 x 30 x 25 cm. (del peso di circa 200 kg. ciascuno), di adottare le misure necessarie per assicurare la stabilità del mezzo e del suo carico, in relazione alle caratteristiche degli stessi e del percorso;

- omettendo il (Omissis), presso la cui ditta (Omissis) era stato trasportato, il (Omissis), il semirimorchio caricato con le modalità di cui sopra e sul quale erano stati colà caricati altri 2 bancali di pietre di (Omissis) nello spazio posteriore, e presso la cui ditta il citato semirimorchio veniva agganciato - in data (Omissis) - al trattore stradale tg. (Omissis) ed affidato all'autista (Omissis) per il trasporto presso la Ditta (Omissis) di (Omissis), di adottare le misure necessarie per assicurare la stabilità del mezzo e del suo carico, in relazione alle caratteristiche degli stessi e del percorso; consentendo -per effetto delle violazioni sopra descritte - che (Omissis), dopo essersi avveduto -durante il viaggio (da (Omissis)) ovvero alla fine dello stesso - che alcuni blocchi di pietra dei bancali anteriori, essendosi lacerate le esigue reggette in materiale plastico, si erano ribaltati fino ad appoggiarsi alle sponde anteriori laterale sinistra e destra, ed aver pertanto avvolto una cinghia di tessuto sintetico attorno alla sezione anteriore del semirimorchio e proceduto alla messa in tiro di tale cinghia, una volta giunto a destinazione in (Omissis), procedesse all'apertura delle sponde iniziando da quella posteriore sinistra fino ad arrivare a quella anteriore sinistra e procedesse altresì a sganciare la piastra dal meccanismo dell'arpionismo della leva di tiro della cinghia, cosicchè si determinava l'apertura della sponda con conseguente ribaltamento e caduta di 3 blocchi di pietra da 200 kg. ciascuno al di fuori del piano di carico, blocchi che travolgevano nella caduta, l'autista menzionato, cagionando la morte del citato (Omissis) che, a cause delle gravissime lesioni riportate nell'infortunio, decedeva presso l'Ospedale C.T.O. di (Omissis) il (Omissis). Con l'aggravante dell'essere il fatto commesso con violazione delle norme per fatto del prevenzione degli infortuni sul lavoro (fatto del (Omissis)).

La Corte di Appello di Torino, con sentenza in data 24.11.2011, in parziale riforma di quella predetta, riduceva la pena inflitta a (Omissis) a mesi sei e giorni venti di reclusione e rideterminava la pena inflitta a (Omissis), con l'attenuante di cui all'articolo 62 c.p., n. 6, riducendola a mesi quattro di reclusione.

Avverso tale sentenza della Corte torinese, ricorrono per cassazione, con distinti atti, i rispettivi difensori di fiducia di (Omissis) e di (Omissis). Il primo deduce i motivi di seguito sinteticamente riportati:

1. la violazione di una norma di diritto sostanziale con riferimento all'articolo 589 c.p., assumendo che la Corte territoriale non aveva tenuto nella dovuta considerazione il comportamento del tutto anomalo dell'(Omissis) che aveva interrotto il nesso causate tra le condotte degli imputati e l'evento morte;

2. la violazione della legge processuale non essendo stata dichiarata la contumacia del (Omissis), indicato dapprima come libero assente e successivamente come presente nel dibattimento: nè era stato chiesto e celebrato il rito abbreviato, benchè la Corte avesse concesso la riduzione di pena ex articolo 442 c.p.p.;

3. il vizio motivazionale nonchè il travisamento del fatto in punto di mancato accoglimento della rinnovazione istruttoria e mancata assunzione di una prova decisiva ex articolo 606, comma 1, lettera d), lamentando l'incompletezza della ricostruzione della dinamica dell'evento nella parte finale al punto che la Corte territoriale aveva sottolineato che tale ricostruzione era avvenuta sulla base di deduzioni logiche.

La Corte, però, aveva rigettato la richiesta di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale con il riascolto del Perito e del CT di parte, assumendo apoditticamente la completezza dell'istruttoria dibattimentale.

Nell'interesse del (Omissis), si deduce la violazione della legge penale ed il vizio motivazionale avendo la sentenza concentrato l'attenzione sulla sola fase di confezionamento degli otto bancali, escludendo rilevanza causale alla condotta della vittima nella fase di carico e scarico.

Si assume, sulla scorta della deposizione del teste (Omissis), autista e collega dell'(Omissis), che non era corretto affermare che la vittima non avrebbe potuto rifiutarsi di prendere in consegna il carico, qualora avesse riscontrato la presenza di anomalie tali da comprometterne la sicurezza, come confermato dall'articolo 34 del CCNL Trasporto Merci.

Si evidenzia, inoltre, che era stata l'erroneità della manovra eseguita dall'(Omissis) in fase di scarico a determinare la caduta dei blocchi di pietra, sicchè anche i giudici di secondo grado avevano riconosciuto che la condotta della vittima era stata pacificamente imprudente; si sostiene, quindi, che detta condotta dell'(Omissis) che, addirittura consapevole del rischio, aveva agito in modo inspiegabile e determinato la caduta delle pietre, aveva assunto da sola una efficacia decisiva nella produzione dell'evento.



Diritto



A parte l'erronea applicazione della riduzione della pena inflitta ai sensi dell'articolo 442 c.p.p., laddove non risulta che il giudizio di primo grado sia stato celebrato con rito abbreviato, errore (in favor rei) non emendabile in assenza di impugnazione della Parte pubblica ed improponibile dall'imputato (Omissis) per palese carenza d'interesse, i ricorsi sono infondati e vanno respinti.

Le censure mosse sono sostanzialmente aspecifiche avendo riproposto in questa sede le medesime doglianze rappresentate dinanzi alla Corte territoriale e da quel giudice disattese con motivazione ampia e congrua, immune da vizi ed assolutamente plausibile.

Invero, corretta nonchè ampia e minuziosamente dettagliata è la motivazione addotta dalla Corte territoriale che ha esaminato ogni elemento istruttorio con la dovuta attenzione giungendo ad una ricostruzione della vicenda che, com'è noto, è sottratta al sindacato di questa Corte in quanto le censure concernenti la ricostruzione e la valutazione del fatto, nonchè l'apprezzamento del materiale probatorio, involgono profili del giudizio rimessi alla esclusiva competenza del giudice di merito, che ha fornito una congrua e adeguata motivazione, immune da censure logiche, perchè basata su corretti criteri di inferenza, espressi in un ragionamento fondato su condivisibili massime di esperienza.

Del resto, il giudice a quo ha aderito alla ricostruzione del sinistro svolta dal primo Giudice apprezzandola come "logica, scientificamente sorretta da precise leggi ed aderente alla realtà dei fatti": e la logica non è certo secondaria rispetto ad una ricostruzione peritale attesa la sovraordinazione dell'intervento del giudice rispetto all'operato del consulente tecnico che rimane pur sempre assoggettato a vaglio critico del primo.

Consegue l'ineccepibilità delle argomentazioni a sostegno del rigetto del diniego di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale ritenuta completa. Invero, a norma dell'articolo 603 c.p.p., comma 2, il giudice è tenuto a disporre la rinnovazione delle nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, ma con il limite costituito dalle ipotesi di richieste concernenti prove vietate dalla legge o manifestamente superflue o irrilevanti. Ed il giudice d'appello ha l'obbligo di disporre la rinnovazione del dibattimento solo quando la richiesta della parte sia riconducibile alla violazione del diritto alla prova, non esercitato non per inerzia colpevole, ma per forza maggiore o per la sopravvenienza della prova dopo il giudizio, e quando, infine, la sua ammissione sia stata irragionevolmente negata dal giudice di primo grado; in tutti gli altri casi la rinnovazione del dibattimento è rimessa al potere del giudice, la cui discrezionalità è vincolata dalla impossibilità di una decisione allo stato degli atti, ma che è tenuto a dar conto delle ragioni del rifiuto quanto meno in modo indiretto, dimostrando in positivo la sufficiente consistenza e la assorbente concludenza delle prove già acquisite (cfr. Cass. pen. Sez. 6, 27.5.1999 n. 11082, Rv. 214334, e Sez. 3, 22.1.2008, n. 8382, Rv 229341).

Con adeguata motivazione è stato escluso che la condotta della vittima, alla quale i giudici di merito hanno comunque riconosciuto un concorso colposo, possa valere ad elidere in toto il nesso causale con l'evento letale che ne seguì: forse l'(Omissis) avrebbe fatto bene, essendosi reso conto dell'anomalo ed imprudente confezionamento del carico presso la (Omissis), a non stipare quei bancali ma, come correttamente osservato dalla Corte territoriale, ciò non implicava il riconoscimento al medesimo dell'obbligo di opporre un rifiuto al carico e al trasporto riconducendo alla sua sola accondiscendenza l'interruzione del nesso causale.

Al riguardo, è sufficiente osservare che, come più volte questa Corte di legittimità ha ribadito, perchè la condotta colposa del lavoratore faccia venire meno la responsabilità del datore di lavoro, occorre un vero e proprio contegno abnorme del lavoratore medesimo, che esuli dalle normali operazioni produttive e che esorbiti rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive organizzative ricevute (cfr. ex multisi Sez. 4, 23.5.2007, n. 25532, Rv. 236991, e ciò ancora con la n. 15009 del 17.2.2009, Rv. 243208; n. 727 del 10.11.2009, Rv. 246695).

In altre parole, la condotta del lavoratore, per giungere ad interrompere il nesso causale (tra condotta colposa del datore di lavoro o chi per esso, ed evento lesivo) e ad escludere, in definitiva, la responsabilità del garante, deve configurarsi come un fatto assolutamente eccezionale, del tutto al di fuori della normale prevedibilità (v. ex plurimis: Cass. pen. Sez. 4, n. 952 del 27.11.1996, Rv. 206990, secondo cui il datore di lavoro è esonerato da responsabilità soltanto quando il comportamento del dipendente sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che o sia stato posto in essere da quest'ultimo del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli -e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro- o rientri nelle mansioni che gli sono proprie ma sia consistito in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizza bili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro). E, nel caso in esame, la condotta tenuta dalla vittima non può essere considerata abnorme, poichè l'infortunio si è versificato a causa del processo lavorativo e durante esso; inoltre il (Omissis) ebbe modo personalmente di vedere (allorchè completò il carico del semirimorchio con l'inserimento di due bancali di pietra di (Omissis) nella parte posteriore dello stesso) che su tale semirimorchio vi erano otto bancali di pietra confezionati in modo anomalo sicchè avrebbe dovuto subito intervenire rimediando alle manifeste irregolarità del carico (pag. 9 sent); analogamente il (Omissis), che partecipò al confezionamento dei "pallets" e caricò i blocchi di pietra sul mezzo condotto dall'(Omissis), avrebbe dovuto rendersi conto della pericolosità intrinseca dei carico della merce così effettuato (in pile parallele).

Si aggiunga che le norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, avendo lo scopo di impedire l'insorgere di pericoli, anche se del tutto eventuali e remoti, in qualsiasi fase del lavoro, sono dirette a tutelare il lavoratore anche contro gli incidenti derivanti da un suo comportamento colposo e dei quali, conseguentemente, l'imprenditore è chiamato a rispondere per il semplice fatto del mancato apprestamento delle idonee misure protettive, anche in presenza di condotta deviante del lavoratore (v. Cass. Sez. 3, 20.10.1982, n. 627, Rv. 158239; Sez. 4, 3.10.1990, n. 16380, Rv. 185986 secondo cui il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di apportare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure il dipendente ne faccia effettivamente uso).

Consegue il rigetto dei ricorsi e, ai sensi dell'articolo 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento dette spese processuali.



P.Q.M.


Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 09 ottobre 2012, n. 39899 - Lavori di rifacimento del manto stradale del tratto autostradale e ribaltamento di un autoarticolato


Fatto




1. Con sentenza del 13.1.2011 il Tribunale di Trapani, in parziale riforma della pronuncia del Giudice di pace di Trapani con la quale (Omissis) e (Omissis) erano stati condannati per il reato di lesioni personali colpose commesse in danno di (Omissis), affermava il concorso di colpa della persona offesa e dava altre statuizioni in ordine al responsabile civile, confermando nel resto la decisione impugnata.

Secondo l'accertamento condotto dal giudice di secondo grado, la (Omissis), quale legale rappresentante della (Omissis) s.r.l., ditta appaltatrice dei lavori di rifacimento del manto stradale del tratto autostradale (Omissis) direzione (Omissis), il (Omissis), quale progettista e direttore dei lavori, avevano fatto realizzare il rifacimento del manto stradale in modo che ne risultasse formato un gradino di circa trenta centimetri tra il margine della strada e la cunetta di deflusso delle acque pluviali posta a ridosso di detto margine e non avevano fatto apporre adeguata segnaletica ad indicazione dei lavori in corso. Sicchè l'autotrasportatore (Omissis) conduceva il proprio autoarticolato sul predetto gradino e perdeva il controllo del mezzo, il quale si ribaltava sul fianco destro, scarrocciava poi per alcuni metri, mentre il conducente subiva le menzionate lesioni personali. In particolare, il (Omissis) aveva dato corso ad un difetto di realizzazione dell'opera, consistente nella formazione del citato gradino, avente altezza eccessiva rispetto a quanto previsto dalle norme tecniche vigenti recate dal Decreto Ministeriale 5 novembre 2001; in ogni caso, quale direttore dei lavori, aveva anche omesso di far collocare adeguata segnaletica.

Quanto alla (Omissis), il giudice di seconde cure riteneva che l'invocato trasferimento delle funzioni dirigenziali implicate dalla vicenda dall'amministratore unico della società, appunto la (Omissis), ad altro soggetto, non fosse in alcun modo dimostrato, dovendo all'inverso essere dimostrate le molteplici condizioni alle quali è subordinata la validità e l'efficacia di una delega di funzioni. In particolare non era stato dimostrato che la (Omissis) avesse predisposto un organigramma dirigenziale con la previa suddivisione dell'attività aziendale in distinti settori, rami o servizi, e la preposizione a capo di ciascuno di essi di soggetti dotati della necessaria competenza tecnico-professionale; che fossero stati delegati a soggetti qualificati l'adempimento dei compiti che il contratto di appalto poneva in capo alla società appaltatrice nei periodo tra l'ultimazione dei lavori ed il collaudo; che fosse stata svolta la necessaria attività di controllo sull'operato delle maestranze.

2. Ricorre per cassazione il difensore di fiducia di (Omissis), avv. (Omissis).

2.1. Con un primo motivo deduce il difetto di motivazione della sentenza impugnata, in ordine alla efficacia causale della condotta posta in essere dal danneggiato ai fini della causazione dell'evento. Ad avviso dell'esponente, le riconosciute condizioni di ampia visibilità e di agevole percorribilità del tratto stradale interessato al sinistro avrebbero dovuto imporre al giudice di motivare in ordine alle ragioni per le quali la condotta dell'autotrasportatore non può valere quale causa da sola sufficiente a produrre l'evento; non potendo ritenersi soddisfatto l'obbligo di motivazione con la sola indicazione della misura del concorso di colpa.

2.2. Con un secondo motivo deduce difetto di motivazione in ordine alla riferibilità della condotta colposa all'amministratore unico della ditta appaltatrice. Osserva l'esponente che non è l'imputata a non aver dato dimostrazione della presenza delle figure alle quali sarebbero state incombenti le funzioni rilevanti in rapporto agli obblighi la cui violazione è contestata alla (Omissis) ma è piuttosto vero che quelle figure non sono state ricercate, sussistendo naturaliter nelle attività di tipo costruttivo una suddivisione delle funzioni di natura tecnica.



Diritto



3. Il ricorso è manifestamente infondato.

3.1. Per quanto attiene al primo motivo di ricorso, sussiste il vizio di mancanza di motivazione ai sensi dell'articolo 606 cod. proc. pen., comma 1, lettera e), non solo quando vi sia un difetto grafico della stessa, ma anche quando le argomentazioni addotte dal giudice a dimostrazione della fondatezza del suo convincimento siano prive di completezza in relazione a specifiche doglianze formulate dall'interessato con i motivi d'appello e dotate del requisito della decisività (Cass. Sez. 6, Sentenza n. 35918 del 17/06/2009, Greco, Rv. 244763 Greco).

Va però anche considerato che "in tema di ricorso per cassazione, non costituisce causa di annullamento della sentenza impugnata il mancato esame di un motivo di appello che risulti manifestamente infondato" (Sez. 4, Sentenza n. 24973 del 17/04/2009, Ignone e altri, Rv. 244227).

Orbene, la Corte di Appello, pur avendo analizzato approfonditamente i contenuti della colpa ascrivibile agli imputati e per quel che qui importa alla (Omissis), effettivamente non ha affrontato ex professo l'argomento introdotto dal motivo di appello incentrato sull'efficienza causale esclusiva della condotta della persona offesa, limitandosi ad affermare che "si può quindi concedere che vi sia stato, nella causazione del sinistro, un concorso di colpa della persona offesa che però non esclude nè attenua, agli effetti penali, la responsabilità degli odierni imputati" (pg. 8).

Tuttavia quel motivo risulta manifestamente infondato, giacchè per assumere su di sè l'intera efficienza causale del sinistro nella dimensione penalistica è necessario che il comportamento della persona offesa sia non solo negligente, imprudente o imperito, occorrendo che esso sia abnorme, del tutto eccezionale. Sotto tale profilo l'impugnazione della prima decisione e poi il ricorso per cassazione sono integralmente deficitari, mancando di esplicitare le ragioni per le quali il comportamento del (Omissis) dovrebbe ritenersi abnorme.

3.2. Quanto al secondo motivo di ricorso, esso è carente di specificità, limitandosi a rinnovare la prospettazione della tesi, già avanzata in sede di appello, secondo la quale ricorre la necessità che si dia dimostrazione dell'intera articolazione aziendale prima di concludere per la responsabilità dell'organo apicale. Correttamente il giudice distrettuale, premessi i lineamenti dell'istituto della delega di funzioni ed evidenziatine i caratteri, ha concluso che l'imputata non ha dato dimostrazione dell'esistenza di alcuna delle condizioni di una valida delega di funzioni, indicando poi nel dettaglio quanto omesso (cfr. pg. 12 della sentenza).

Il rilievo avanzato in questa sede non si confronta con le argomentazioni utilizzate dalla Corte di Appello per rigettare la censura.

3.3. Va pertanto dichiarata l'inammissibilità del ricorso.

3.4. Segue, a norma dell'articolo 616 cod. proc. pen., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della cassa delle ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma di euro 1000,00 (mille/00) a titolo di sanzione pecuniaria.



P.Q.M.


dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 a favore della cassa delle ammende.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 09 ottobre 2012, n. 39903 - Piattaforma di sollevamento e omissione di formazione


Responsabilità di un datore di lavoro per non aver provveduto ad un'adeguata formazione di un lavoratore sul corretto utilizzo della piattaforma di sollevamento.

Condannato in primo e secondo grado, ricorre in Cassazione - Inammissibile.

Si rileva come non risponda al vero la circostanza che il giudice di primo grado avesse ritenuto la responsabilità dell'imputato a titolo di responsabilità oggettiva per il solo fatto di essere il datore di lavoro dell'infortunato.


Invece il giudizio di colpevolezza era stato basato sulla negligente condotta dell'imputato che aveva omesso di dare ai propri dipendenti e, in particolare, all'infortunato la necessaria informazione in ordine all'uso del gancio per il sollevamento della piattaforma cui era addetto. La sentenza impugnata aveva pertanto evidenziato che l'infortunio era addebitabile all'imputato per responsabilità propria e non già per responsabilità oggettiva, dal momento che, se egli avesse istruito opportunamente i suoi operai sull'uso del predetto gancio, il lavoratore non avrebbe effettuato errate manovre di agganciamento e l'infortunio non si sarebbe verificato.


Fatto



Con sentenza in data 23 ottobre 2008 il Tribunale di Lucca dichiarava (Omissis) responsabile del reato di lesioni colpose commesso in violazione di specifiche norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro di cui agli articolo 590, commi 2 e 3 e articolo 583 c.p., comma 1, n. 1, anche in relazione all'articolo 2087 c.c. e lo condannava alla pena di mesi cinque di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.

Avverso la predetta sentenza proponeva appello la difesa dell' (Omissis).

La Corte di appello di Firenze, con sentenza in data 16.09.2011, confermava quella emessa dal Tribunale di Lucca e condannava l'imputato al pagamento delle spese del grado.

Avverso tale sentenza l' (Omissis), a mezzo del suo difensore, proponeva ricorso per Cassazione chiedendone l'annullamento con rinvio e la censurava per i seguenti motivi:

1) inosservanza e/o erronea applicazione dell'orientamento giurisprudenziale di questa Corte con cui è stato superato il principio della responsabilità oggettiva del datore di lavoro, attribuendo rilevanza anche alla condotta del lavoratore. Secondo la difesa del ricorrente erroneamente la Corte territoriale aveva respinto la censura avanzata nei motivi di appello e aveva ritenuto la responsabilità dell' (Omissis) per non avere provveduto ad un'adeguata formazione sul corretto utilizzo della piattaforma di sollevamento, considerando irrilevante l'esplicito riconoscimento di colpa della persona offesa (Omissis), il quale aveva ammesso che lo sganciamento della piattaforma si era verificato per un suo errore.

2) Inosservanza e/o erronea applicazione della teoria dell'affidamento, in quanto, ad avviso del ricorrente che citava anche giurisprudenza in merito, il datore di lavoro ha il diritto di poter fare affidamento sull'esatto adempimento del proprio dipendente.

3) Mancanza della motivazione e mancata assunzione di una prova richiesta dall'imputato. Lamentava la difesa del ricorrente che, nonostante fosse stata richiesta perchè ritenuta assolutamente necessaria per stabilire se l'imputato fosse o meno responsabile in ordine al reato ascrittogli, la Corte territoriale non aveva disposto una perizia tecnica al fine di determinare le corrette modalità di sollevamento delle piattaforme, se cioè fosse necessario l'impiego di due ganci o, al contrario, ne bastasse uno solo.

4) Contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione della sentenza. Rilevava la difesa del ricorrente che, diversamente da quanto sostenuto dai giudici di merito, anche il coimputato (Omissis), che invece era stato assolto, era titolare di una posizione di garanzia rispetto all'evento lesivo e pertanto non si comprendevano le ragioni, che avevano portato all'assoluzione di costui e alla condanna dell' (Omissis).

5) Inosservanza e/o erronea applicazione dell'articolo 129 c.p.p., essendo i reati ascritti all'odierno ricorrente ormai prescritti.



Diritto



I proposti motivi di ricorso sono palesemente infondati, in quanto ripropongono questioni di merito a cui la sentenza impugnata ha dato ampia e convincente risposta e mirano ad una diversa ricostruzione del fatto preclusa al giudice di legittimità. Tanto premesso si osserva che il ricorso proposto per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione seleziona un percorso che si esonera dalla individuazione dei capi o dei punti della decisione cui si riferisce l'impugnazione ed egualmente si esonera dalla indicazione specifica degli elementi di diritto che sorreggono ogni richiesta. Le censure che investano la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione impongono una analisi del testo censurato al fine di evidenziare la presenza dei vizi denunziati. Viceversa la censura che denunzia la mancanza di motivazione deve far emergere ciò che manca e che esclude il raggiungimento della funzione giustificativa della decisione adottata. Una censura che denunzia mancanza di motivazione deve cioè fornire specifica indicazione delle questioni precedentemente poste, specifica comparazione tra questioni proposte e risposte date, approfondita e specifica misurazione della motivazione impugnata per evidenziare come, nonostante l'apparente esistenza di un compiuto argomentare, sì sia viceversa venuta a determinare la totale mancanza di un discorso giustificativo della decisione e deve fornire attenta individuazione dei vuoti specifici, che hanno determinato quella mancanza complessiva.

Tutto ciò non è rintracciabile nel ricorso di (Omissis), poichè manca di qualsiasi considerazione per la motivazione criticata, e lungi dall'individuare specifici vuoti, o difetti di risposta che costituirebbero la complessiva mancanza di motivazione, si duole del risultato attinto dalla sentenza impugnata e accumula circostanze che intenderebbero ridisegnare il fatto a ascrittogli in chiave a lui favorevole, al fine di ottenere in tal modo una decisione solamente sostitutiva di quella assunta dal giudice di merito.

Nella sentenza oggetto di ricorso è infatti chiaro il percorso motivazionale che ha indotto quei Giudici a confermare la sentenza di primo grado.

La Corte territoriale infatti ha risposto puntualmente ai motivi di appello che proponevano le stesse argomentazioni oggetto anche del presente ricorso. In particolare ha evidenziato che non rispondeva al vero la circostanza che il giudice di primo grado avesse ritenuto la responsabilità dell' (Omissis) a titolo di responsabilità oggettiva per il solo fatto di essere il datore di lavoro dell'infortunato.

Invece il giudizio di colpevolezza era stato basato sulla negligente condotta dell'imputato che aveva omesso di dare ai propri dipendenti e, in particolare, all'infortunato (Omissis) la necessaria informazione in ordine all'uso del gancio per il sollevamento della piattaforma cui era addetto. La sentenza impugnata aveva pertanto evidenziato che l'infortunio era addebitabile all' (Omissis) per responsabilità propria e non già per responsabilità oggettiva, dal momento che, se egli avesse istruito opportunamente i suoi operai sull'uso del predetto gancio, il (Omissis) non avrebbe effettuato errate manovre di agganciamento e l'infortunio non si sarebbe verificato. Sulla base di tali argomentazioni la Corte territoriale ha ritenuto fuori luogo il richiamo effettuato dalla difesa alla teoria dell'affidamento, in quanto, avendo l' (Omissis) omesso dei tutto di istruire il (Omissis) sul corretto uso del gancio, non poteva certo fare affidamento sull'osservanza da parte del dipendente delle corrette regole di uso del gancio stesso. La Corte territoriale ha pertanto ritenuto sulla base delle ragioni di cui sopra la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta omissiva dell' (Omissis) e l'evento e ha indicato dettagliatamente le fonti di prova da cui era emerso che l'uso del gancio da parte del (Omissis) e degli altri operai doveva ritenersi scorretto. Sulla base di tali considerazioni non aveva per conseguenza trovato accoglimento la richiesta della difesa di perizia tecnica volta a determinare le corrette modalità di sollevamento delle piattaforme.

Anche il quarto motivo di ricorso è palesemente infondato, essendo assolutamente non decisiva ai fini del giudizio sulla responsabilità dell'odierno ricorrente, la circostanza della eventuale responsabilità del coimputato (Omissis).

In conclusione nè rispetto ai capi nè rispetto ai punti della sentenza impugnata. nè rispetto all'intera tessitura motivazionale che nella sua sintesi è coerente e completa, è stata in alcun modo configurata la protestata assenza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione. Il ricorso proposto non va in conclusione oltre la mera enunciazione del vizio denunciato e dunque esso è inammissibile con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Non può invece essere dichiarata la prescrizione del reato, in quanto la dichiarazione di inammissibilità, secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte (cfr., tra le altre, Cass., Sez. 1, Sent. n. 24688 del 4.06.08, Rv.240594), preclude la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione anche se maturata in data anteriore alla pronuncia della sentenza di appello, ma non dedotta, nè rilevata nel giudizio di merito.



P.Q.M.



Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa ammende.

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Cassazione Penale, 10 ottobre 2012, n. 40070 - Art. 25 septies del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231 e sanzione pecuniaria massima di 250 quote

Fatto


La I. S.c.a.r.l. in persona del Presidente del Consiglio di amministrazione e legale rappresentante T.O.F. proponeva ricorso in Cassazione avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Pinerolo in data 13.04.2011, ai sensi dell'art. 444 c.p.p., su richiesta delle parti, che aveva applicato alla società istante, per il reato ascrittole (art. 25 septies del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231, come inserito dall'articolo 9 della legge 3 agosto 2007 n.123, in relazione al reato di cui all'art. 590, commi 2 e 3, c.p.), la sanzione pecuniaria di euro 25.800,00, in relazione al procedimento penale "sottostante" per il reato "presupposto".

A T.O.F., infatti, era stato contestato nel procedimento n. 8/2010 R.g.n.r. il reato di lesioni personali colpose gravi aggravate - art. 590, commi 2 e 3 c.p.-, perché, nella qualità di datore di lavoro, quale presidente del consiglio di amministrazione della I. Soc.coop., per colpa generica, segnatamente negligenza, e colpa specifica, segnatamente per violazione del combinato disposto degli articoli 70, 71 e 87 del d.lgs. 9 aprile 2008 n. 81, provocava, per inadeguatezza della macchina utensile, un incidente sul lavoro a seguito del quale la lavoratrice F.K. riportava la amputazione della falange distale del terzo dito della mano sinistra.

La società ricorrente censurava la sopra indicata sentenza per inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche di cui si deve tener conto nell'applicazione della legge penale (art. 606, comma 1, lett. b, c.p.p.).


Diritto



Il proposto ricorso deve essere accolto.

L'art. 25 septies del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, di cui al capo di imputazione, prevede che "in relazione al delitto di cui all'art. 590, terzo comma, del codice penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non superiore a 250 quote". Pertanto, poiché nella fattispecie che ci occupa, nel procedimento penale "sottostante", si procedeva proprio in relazione al delitto di cui all'art. 590, terzo comma c.p., non poteva applicarsi come pena base per il calcolo della pena finale, la sanzione pecuniaria in misura di 300 quote, poiché la pena edittale massima prevista per questi casi non può essere superiore a 250 quote.

La pena concordata pertanto non è legale e quindi deve essere pronunziato annullamento della sentenza impugnata senza rinvio limitatamente alla misura della sanzione amministrativa pecuniaria che viene determinata in euro 21.500,00.


P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla misura della sanzione amministrativa pecuniaria; sanzione che determina in euro 21.500,00.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 17 ottobre 2012, n. 40817 - Scavo in una trincea e morte di un operaio seppellito dalla smottamento del terreno: sentenze a confronto


Responsabilità di un appaltatore di lavori per conto del Comune di (Omissis), di un subappaltatore dei lavori e titolare di una s.r.l. e del direttore tecnico di cantiere per aver omesso il rispetto delle misure di sicurezza antinfortunistiche, così cagionando per colpa il decesso di un operaio che, intento al lavoro di scavo all'interno di una trincea profonda due metri, veniva travolto dallo smottamento del terreno, rimanendo seppellito.

Il Tribunale di Vallo della Lucania dichiarava non doversi procedere perchè estinto il reato per prescrizione. La Corte di Appello di Salerno, riformando la sentenza di primo grado, dopo avere rilevato che la prescrizione era stata erroneamente pronunciata, in quanto il termine era di anni 15, non ancora maturato, e non di anni 7 e mesi 6, giudicando nel merito, assolveva gli imputati per non aver commesso il fatto.

Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Salerno e le parti civili - Fondato: la Corte di Cassazione annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli per nuovo esame.

La Corte afferma che la sentenza di merito è viziata da erronea applicazione della legge e da vizio di motivazione laddove, dopo avere ritenuto che le lesioni letali siano state inferte dalla benna per una errata manovra del conducente dell'escavatore, prima che la vittima cadesse nello scavo, non ha valutato la incidenza della condotta omissiva degli imputati, i quali non hanno adottato misure idonee ad evitare che l'operaio lavorasse al di fuori della sfera di operatività della benna e, quindi, senza reciproca pericolosa interferenza.

Invero, dispone il Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, articolo 118, comma 3, (che ha sostituito il Decreto del Presidente della Repubblica 7 gennaio 1956, n. 164, articolo 12), che "nei lavori di escavazione con mezzi meccanici deve essere vietata la presenza degli operai nel campo di azione dell'escavatore e sul ciglio del fronte di attacco".

Fatto


1. Con sentenza del 15/12/2008 il Tribunale di Vallo della Lucania dichiarava non doversi procedere nei confronti di (Omissis), (Omissis) e (Omissis), per il delitto di omicidio colposo in danno dell'operaio (Omissis), perchè estinto il reato per prescrizione.

Agli imputati era stato addebitato che, nelle rispettive qualità di appaltatore di lavori per conto del Comune di (Omissis) il (Omissis), subappaltatore dei lavori e titolare della s.r.l. (Omissis) il (Omissis), di direttore tecnico di cantiere il (Omissis), avevano omesso il rispetto delle misure di sicurezza antinfortunistiche, così cagionando per colpa il decesso dell'operaio (Omissis) che, intento al lavoro di scavo all'interno di una trincea profonda due metri, veniva travolto dallo smottamento del terreno, rimanendo seppellito (fatto acc. in (Omissis).

Al (Omissis) e (Omissis) era stato contestato di non aver predisposto il piano di coordinamento dei lavori in cui rilevare i rischi per la sicurezza dovuti alla contemporanea presenza delle due imprese; al (Omissis) era stato addebitato che in qualità di direttore tecnico del cantiere, non aveva fatto rispettare le prescrizioni del piano di sicurezza dell'appaltatore ed in particolare quelle relative al contrasto delle pareti degli scavi, per evitare i crolli.

2. Con sentenza del 3/10/2011 la Corte di Appello di Salerno, riformando la sentenza di primo grado, dopo avere rilevato che la prescrizione era stata erroneamente pronunciata, in quanto il termine era di anni 15, non ancora maturato, e non di anni 7 e mesi 6, giudicando nel merito, assolveva gli imputati per non aver commesso il fatto.

Osservava la Corte di merito che dall'istruttoria svolta era emerso che le lesioni che avevano condotto alla morte il (Omissis) erano riconducigli ad un violento trauma con conseguente lacerazione del fegato e spappolamento della rene destro; esse non erano compatibili con il seppellimento, ma riconducibili ad un colpo ricevuto dalla benna della escavatrice azionata dal collega di lavoro (Omissis). Infatti l'entità del trauma non era compatibile con l'urto di pietre , le quali, peraltro, non erano risultate presenti nello scavo. Ne poteva attribuirsi un rilievo concausale alla condotta degli imputati, in quanto non vi era alcuna prova che la benna fosse stata azionata per soccorrere l'operaio dopo il crollo della trincea ed il parziale seppellimento della vittima.

3. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Salerno e le parti civili, lamentando:

3.1. il P.G.: a) la carenza di motivazione sulla omessa trasmissione degli atti al P.M. pur avendo riscontrato che la causa della morte era riconducibile ad un diverso fattore causale; b) il vizio di motivazione in relazione all'assoluzione degli imputati, non essendo stato rilevato che gli stessi, in ragione delle rispettive qualità, avrebbero dovuto vigilare a che non si verificassero situazioni anomale fonte di pericolo per la sicurezza dei lavoratori, approntando i necessari controlli e vigilanza. Inoltre la sentenza era contraddittoria laddove escludeva che la benna fosse stata azionata per i soccorsi, ma poi, dopo avere ricondotto a tale macchinario la causa delle lesioni, affermava che il (Omissis) era traumatizzato e "non era riuscito neppure ad azionare le benna"; c) il vizio di motivazione circa la ritenuta assenza di una condotta colposa concorsuale degli imputati. Invero, pur dando credito alla versione della ricostruzione del sinistro operata dalla Corte di Appello, che cioè lo smottamento era avvenuto dopo il colpo di benna, pur sempre andavano valutate le condotte omissive degli imputati quali concause dell'evento.

3.2. le parti civili (Omissis) e (Omissis): a) l'erronea applicazione della legge penale, laddove la corte di merito non aveva rilevato che, pur ammesso che la vittima era stata attinta dalla benna, gli imputati, con le loro condotte omissive, non avevano impedito che vi fossero lavoratori in attività nel raggio di azione dell'escavatrice, ciò in violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 164 del 1956, articolo 12; b) il vizio di motivazione ed il travisamento della prova ove la corte distrettuale si era adagiata sulle considerazioni del C.T. del P.M. per affermare che il traumatismo era riconducibile al colpo di benna, senza tenere conto della enormità della massa di terra che era franata sulla vittima.



Diritto



4. I ricorsi sono fondati.

4.1. Va premesso che nello svolgimento del processo si sono prospettate tre diverse ipotesi sulla causa della morte dell'operaio (Omissis).

Secondo il capo di imputazione, la causa della morte sarebbe stato il seppellimento della vittima nella trincea scavata e priva di armature di sostegno nei fianchi dello scavo. Dal che la responsabilità dei tre imputati per non avere provveduto alla istallazione dei presidi antinfortunistici. Secondo altra ipotesi ricostruttiva, una volta patito il seppellimento, per salvare il (Omissis), vista l'impossibilità in tempi rapidi di scavare il terreno, era stata utilizzata la benna dal (Omissis) per rimuovere la massa di terreno. Così facendo, per una errata manovra sarebbe stato colpita la vittima provocandole le lesioni letali. Anche secondo tale ricostruzione sarebbe possibile ipotizzare una responsabilità degli imputati, in quanto con la loro condotta colposamente omissiva pur sempre avevano posto in essere un antecedente necessario per il verificarsi dell'evento.

La terza ipotesi ricostruttiva, accolta dalla Corte di Appello, che ha assolto gli imputati per non aver commesso il fatto, indica quale esclusivo responsabile del fatto il (Omissis), conducente dell'escavatore il quale, durante l'ordinario lavoro avrebbe colpito con la benna il (Omissis) provocandogli le ferite mortali. Pertanto la morte sarebbe stata determinata esclusivamente dall'azione malaccorta del (Omissis), senza alcuna incidenza causale della irregolarità dello scavo ove il (Omissis) era poi rotolato.

Orbene, la motivazione resa dalla Corte di Appello si palesa viziata da contraddittorietà ed erronea applicazione della legge penale. Prima, però, va fatta una ulteriore premessa.

4.2. In tema di correlazione tra imputazione contestata e sentenza, questa Corte di legittimità, sciogliendo dubbi interpretativi, ha stabilito che per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un'incertezza sull'oggetto dell'imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l'indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perchè, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l'imputato, attraverso l'iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all'oggetto dell'imputazione (Cass. Sez. Un., Sentenza n. 36551 del 15/07/2010 Ud. (dep. 13/10/2010), Rv. 248051).

Consegue da quanto detto, nel caso di specie, che valutare la sussistenza della responsabilità degli imputati sulla base di una diversa ricostruzione del fatto, rispetto a quella contenuta nel capo di imputazione, non costituisce violazione del principio di correlazione, soprattutto quando, come nel caso che ci occupa, la causalità alternativa è stata introdotta come argomento difensivo per escludere la responsabilità degli imputati secondo la originaria imputazione.

4.3. Ciò detto la sentenza è viziata da erronea applicazione della legge e da vizio di motivazione laddove, dopo avere ritenuto che le lesioni letali siano state inferte dalla benna per una errata manovra del (Omissis), prima che il (Omissis) cadesse nello scavo, non ha valutato la incidenza della condotta omissiva degli imputati, i quali non hanno adottato misure idonee ad evitare che l'operaio (Omissis) lavorasse al di fuori della sfera di operatività della benna e, quindi, senza reciproca pericolosa interferenza.

Invero, dispone il Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, articolo 118, comma 3, (che ha sostituito il Decreto del Presidente della Repubblica 7 gennaio 1956, n. 164, articolo 12), che "nei lavori di escavazione con mezzi meccanici deve essere vietata la presenza degli operai nel campo di azione dell'escavatore e sul ciglio del fronte di attacco". La violazione di tale obbligo è stata più volte fonte di affermazione di responsabilità di coloro che erano tenuti all'attuazione e controllo delle misure di sicurezza (cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 46719 del 14/10/2009 Ud. (dep. 04/12/2009), Rv. 245612; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 31296 del 17/05/2005 Ud. (dep. 19/08/2005), Rv. 231658).

Per quanto detto si impone, pertanto, l'annullamento della sentenza, con rinvio alla Corte di Appello di Napoli (ai sensi dell'articolo 625 c.p.p., lettera c),), perchè valuti la sussistenza della responsabilità degli imputati, anche in relazione all'ipotesi ricostruttiva che il traumatismo mortale sia stato determinato dall'errata manovra della benna, ciò per l'omesso rispetto delle norme che vietano l'interferenza tra operi ed escavatore durante l'attività operativa di quest'ultimo macchinario.



P.Q.M.



La Corte annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli per nuovo esame demandando alla medesima Corte il regolamento delle spese tra le parti del presente giudizio.

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Cassazione Penale, 18 ottobre 2012, n. 40890 - Responsabilità di un datore di lavoro per infortunio mortale e nomina di un RSPP


Responsabilità di un datore di lavoro in ordine al reato di cui all'art. 589 cod. pen., per avere cagionato la morte dell'operaio L. S..

Al prevenuto si contesta di non aver informato il dipendente sui rischi specifici connessi allo svolgimento delle mansioni e sulle norme in materia di prevenzione, di non aver attuato misure tecniche ed organizzative volte ad impedire che i lavoratori usassero attrezzature in condizioni non adatte e di non aver impedito che C. A. facesse salire il L. su un carrello elevatore, la cui pedana in legno mostrava tavole schiodate e non perfettamente ancorate al telaio, pedana dalla quale L. precipitava, procurandosi lesioni gravi che lo conducevano a morte.

Condannato, ricorre in Cassazione -Rigetto.

Con il primo motivo di ricorso l'esponente contesta l'affermazione di responsabilità a suo carico, evidenziando che i giudici di merito hanno omesso di considerare che egli aveva delegato i propri compiti di sorveglianza sui lavoratori, nominando un responsabile del servizio di prevenzione e protezione ed un direttore di stabilimento.


La Corte afferma, con riferimento alla nomina del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che tale figura non corrisponde a quella di delegato per la sicurezza. In effetti, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione costituisce figura tutt'affatto diversa da quella, meramente eventuale, del responsabile per la sicurezza che, in quanto destinatario di poteri e responsabilità originariamente ed istituzionalmente gravanti sul datore di lavoro, deve essere formalmente individuato ed investito del suo ruolo con rigorose modalità. E si è pure rilevato che in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la responsabilità penale del datore di lavoro non è esclusa per il solo fatto che sia stato designato il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, trattandosi di soggetto che non è titolare di alcuna posizione di garanzia rispetto all'osservanza della normativa antinfortunistica e che agisce, piuttosto, come semplice ausiliario del datore di lavoro, il quale rimane direttamente obbligato ad assumere le necessarie iniziative idonee a neutralizzare le situazioni di rischio.

Conclusivamente sul punto, deve poi sottolinearsi che questa Corte regolatrice ha chiarito che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, pur in assenza di una previsione normativa di sanzioni penali a suo specifico carico, può essere ritenuto responsabile, anche "in concorso con il datore di lavoro", del verificarsi di un infortunio, ogni qual volta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l'obbligo di conoscere e segnalare.

Quanto alla seconda figura, il direttore di stabilimento, del tutto legittimamente i giudici di merito hanno rilevato che la responsabilità dell'imputato non era esclusa dalla presenza di un direttore dello stabilimento, indicato come "legale responsabile per la sicurezza".

La Corte di Appello ha infine correttamente considerato che nell'ipotesi di infortunio sul lavoro originato dalla assenza di misure di prevenzione, come nel caso di specie, nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento negligente del medesimo lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all'evento, quando questo sia da ricondurre comunque alla insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio derivante dal richiamato comportamento imprudente.

Fatto




1. Il Tribunale di Barcellona P.G., sezione distaccata di Milazzo, con sentenza in data 8.11.2007 affermava la penale responsabilità di B. F., nella sua qualità di legale rappresentante della A. s.r.l. e della M., s.r.l., in ordine al reato di cui all'art. 589 cod. pen., per avere cagionato la morte dell'operaio L. S.. Al prevenuto si contesta di non aver informato il dipendente sui rischi specifici connessi allo svolgimento delle mansioni e sulle norme in materia di prevenzione; di non aver attuato misure tecniche ed organizzative volte ad impedire che i lavoratori usassero attrezzature in condizioni non adatte; e di non aver impedito che C. A. facesse salire il L. su un carrello elevatore, la cui pedana in legno mostrava tavole schiodate e non perfettamente ancorate al telaio, pedana dalla quale L. precipitava, procurandosi lesioni gravi che lo conducevano a morte.


2. La Corte di Appello di Messina, con sentenza in data 18 febbraio 2011, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Barcellona P.G., dichiarava non diversi procedere a carico dell'imputato B., in ordine ai reati di cui ai capi B) e C), perché estinti per prescrizione; rideterminava la pena originariamente inflitta e confermava le statuizioni civili.
La Corte territoriale, nel censire i motivi di doglianza, rilevava che l'intervenuta designazione di un responsabile del servizio di prevenzione e protezione non escludeva la responsabilità del datore di lavoro, atteso che il predetto soggetto non era stato delegato a svolgere concretamente i compiti di osservanza delle norme antinfortunistiche.
Sotto altro aspetto, la Corte territoriale evidenziava che nel caso in questione la responsabilità del B. non era esclusa dalla presenza di un direttore dello stabilimento, indicato come "legale responsabile per la sicurezza"; rilevava che il predetto direttore era stato mandato assolto già al primo giudice, con motivazione condivisa dal Collegio.
La Corte di Appello evidenziava poi l'infondatezza del rilievo, svolto dalla difesa, in base al quale doveva ritenersi interrotto il nesso di condizionamento tra la condotta dell'imputato e l'evento, stante il comportamento colposo posto in essere dallo stesso lavoratore rimasto vittima del sinistro.


3. Avverso la citata sentenza della Corte di Appello di Messina ha proposto ricorso per cassazione B. F., a mezzo del difensore, deducendo violazione di legge, in riferimento agli artt. 589 cod. pen. e 4, d.P.R. n. 547/1955 ed il vizio motivazionale.
Con il primo motivo, la parte si duole del fatto che i giudici di merito non abbiano assegnato rilevanza alla complessa ed articolata struttura della società A. s.p.a. ed al collegamento funzionale con la A. s.r.l. e M. s.r.l.
Osserva che la Corte di Appello motiva l'affermazione di responsabilità del B. sulla mancata delega ad attuare i compiti di osservanza delle norme antinfortunistiche, in favore del responsabile del servizio di prevenzione e protezione. Si duole, altresì, del fatto che i giudici abbiano ritenuto che la presenza del direttore dello stabilimento non fosse idonea ad escludere la colpevolezza dell'imputato. Il ricorrente rileva che deve ritenersi pacifico che il direttore dello stabilimento possa considerarsi responsabile dell'infortunio subito dal lavoratore nell'ambito del ciclo di produzione. Ritiene, pertanto, che l'imputato non possa essere ritenuto responsabile del reato ascrittogli, atteso che la nomina di sostituti o preposti, anche in assenza di una delega specifica in materia di prevenzione, consente di eliminare qualsiasi profilo di colpa, in capo al B., nell'adempimento dei propri obblighi sulla sicurezza.
Ciò premesso, la parte rileva che il dipendente L., assunto da circa sei mesi, rispetto alla data del fatto, era già stato formato ed informato sui rischi del trasporto dei materiali; e che l'imputato non aveva alcuna possibilità di prevedere che L. decidesse di salire sulla pedana ancorata al muletto, per raccogliere i rifiuti accumulatisi nei giorni precedenti. L'esponente ritiene che la Corte di Appello postuli una sorta di responsabilità oggettiva in capo al B..
Ribadisce che l'intervenuta nomina del responsabile del servizio di prevenzione esclude la responsabilità dell'imputato.
Con il secondo motivo, la parte ribadisce che l'infortunio ebbe a verificarsi a causa del comportamento abnorme tenuto dal medesimo dipendente. Osserva che L. violò le più elementari regole di condotta, prendendo l'iniziativa di salire sulla pedana del muletto.

Diritto


4. Il ricorso è destituito di fondamento.

4.1. Con il primo motivo di ricorso l'esponente contesta l'affermazione di responsabilità a suo carico, evidenziando che i giudici di merito hanno omesso di considerare che il datore di lavoro B. aveva delegato i propri compiti di sorveglianza sui lavoratori, nominando un responsabile del servizio di prevenzione e protezione ed un direttore di stabilimento.

4.2. Giova considerare, con riferimento alla nomina del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che la figura del responsabile del servizio di prevenzione e protezione non corrisponde a quella di delegato per la sicurezza. In effetti, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione costituisce figura tutt'affatto diversa da quella, meramente eventuale, del responsabile per la sicurezza che, in quanto destinatario di poteri e responsabilità originariamente ed istituzionalmente gravanti sul datore di lavoro, deve essere formalmente individuato ed investito del suo ruolo con rigorose modalità (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 37861 del 10.07.2009, dep. 25.09.2009, Rv. 245276). E si è pure rilevato che in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la responsabilità penale del datore di lavoro non è esclusa per il solo fatto che sia stato designato il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, trattandosi di soggetto che non è titolare di alcuna posizione di garanzia rispetto all'osservanza della normativa antinfortunistica e che agisce, piuttosto, come semplice ausiliario del datore di lavoro, il quale rimane direttamente obbligato ad assumere le necessarie iniziative idonee a neutralizzare le situazioni di rischio (Cass. Sez. F, Sentenza n. 32357 del 12.08.2010, dep. 26.08.2010, Rv. 247996).


4.3. L'ordine di considerazioni che precede induce a rilevare che sia l'apprezzamento in fatto compiuto dal giudici di merito che la valutazione in ordine alla diversità dei ruoli delle figure aziendali ora indicate, risultano immuni da errori logici o giuridici. In particolare, deve osservarsi che del tutto legittimamente la Corte territoriale ha sottolineato che l'intervenuta designazione di un responsabile del servizio di prevenzione e protezione non escludeva la responsabilità del datore di lavoro, atteso che il predetto soggetto non era stato delegato a svolgere concretamente i compiti di osservanza delle norme antinfortunistiche. E che del pari conferentemente il Collegio ha sottolineato che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, in sostanza, assume la veste di consulente del datore di lavoro, il quale fa propri gli studi elaborati dal predetto consulente. Del resto, questa Suprema Corte ha pure chiarito che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione è una sorta di consulente del datore di lavoro e che i risultati dei suoi studi ed elaborazioni sono fatti propri dal datore di lavoro che lo ha scelto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 1841 del 16.12.2009, dep. 15.01.2010, Rv. 246163).
Conclusivamente sul punto, deve poi sottolinearsi che questa Corte regolatrice ha chiarito che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, pur in assenza di una previsione normativa di sanzioni penali a suo specifico carico, può essere ritenuto responsabile, anche "in concorso con il datore di lavoro", del verificarsi di un infortunio, ogni qual volta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l'obbligo di conoscere e segnalare (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 32195 del 15.07.2010, dep. 20.08.2010, Rv. 248555).

4.4. Sotto altro aspetto, occorre pure considerare che, del tutto legittimamente, i giudici di merito hanno rilevato che la responsabilità del B. non era esclusa dalla presenza di un direttore dello stabilimento, indicato come "legale responsabile per la sicurezza".
Sul punto, la decisione della Corte di Appello, espressamente adesiva a quella di primo grado, si integra con quella del Tribunale, dando luogo ad un unico plesso motivazionale, secondo il consolidato insegnamento di questa Suprema Corte (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 4619 del 20.03.1981, dep. 15.05.1981, Rv. 148886). Orbene, deve allora evidenziarsi, con rilievo di ordine dirimente, che il Tribunale di Milazzo, con apprezzamento che risulta privo di fratture logiche rilevabili in sede di legittimità, ha chiarito: che B. aveva provveduto a nominare D. A. quale direttore di stabilimento, in riferimento alla società committente A. s.p.a,; che il sinistro nel quale è rimasto coinvolto il dipendente L. non era dipeso da un difetto di coordinamento tra società committente e società appaltataci, ma unicamente dall'uso inappropriato del carrello elevatore, veicolo in concreto appartenente alla M.; e sulla scorta di tali rilievi, ha mandato assolto il D. (dal reato di omicidio colposo di cui al capo A), ascritto al predetto in cooperazione con il B., con la formula per non aver commesso il fatto. Come si vede, la nomina del direttore di stabilimento, nella persona del D., è stata ritenuta dai giudici di merito evenienza concretamente inidonea ad escludere la responsabilità del B., proprio in ragione della effettuata ricostruzione della dinamica del sinistro, afferente all'uso improprio di un carrello elevatore appartenente alla M., secondo una valutazione di fatto non sindacabile in questa sede.


5. Il secondo motivo di ricorso è del pari infondato.

La Corte di Appello ha correttamente considerato che nell'ipotesi di infortunio sul lavoro originato dalla assenza di misure di prevenzione, come nel caso di specie, nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento negligente del medesimo lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all'evento, quando questo sia da ricondurre comunque alla insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio derivante dal richiamato comportamento imprudente. Invero, deve rilevarsi che la Suprema Corte ha ripetutamente affermato che le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche in considerazione della disattenzione con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni. Le considerazioni svolte dalla Corte territoriale si collocano, pertanto, nell'alveo dell'orientamento espresso ripetutamente dalla Corte regolatrice, in riferimento alla valenza esimente da assegnare alla condotta colposa posta in essere dal lavoratore, rispetto al soggetto che versa in posizione di garanzia. Questa Suprema Corte ha chiarito che, nel campo della sicurezza del lavoro, gli obblighi di vigilanza che gravano sul datore di lavoro risultano funzionali anche rispetto alla possibilità che il lavoratore si dimostri imprudente o negligente verso la propria incolumità; e che può escludersi l'esistenza del rapporto di causalità unicamente nei casi in cui sia provata l'abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all'evento. Nella materia che occupa deve, cioè, considerarsi abnorme il comportamento che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all'applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro; e la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che l'eventuale colpa concorrente del lavoratore non può spiegare alcuna efficacia esimente per i soggetti aventi l'obbligo di sicurezza che si siano comunque resi responsabili della violazione di prescrizioni in materia antinfortunistica (cfr. Cass., sez. 4, sentenza n. 3580 del 14.12.1999, dep. il 20.03.2000, Rv. 215686). La Suprema Corte ha pure chiarito che non può affermarsi che abbia queste caratteristiche il comportamento del lavoratore - come certamente è avvenuto nel caso di specie - che abbia compiuto un'operazione rientrante pienamente, oltre che nelle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro attribuitogli (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 10121 del 23.01.2007, dep. 9.03,2007, Rv. 236109).


6. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, oltre alla rifusione delle spese in favore della costituita parte civile, liquidate come a dispositivo, in considerazione del concreto impegno della controversia.

P.Q.M.


Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione in favore della costituita parte civile delle spese di questo giudizio, che liquida in € 2.500,00, oltre I.V.A. e C.P.A. e spese generali come per legge.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 18 ottobre 2012, n. 40892 - Caduta dall'alto e mancanza di DPI: delega di funzioni inesistente


Responsabilità del legale rappresentante di una srl per infortunio occorso ad un lavoratore precipitato da un'altezza di otto metri. La Corte territoriale rilevava che risultava accertato che il dipendente, impegnato in lavori ad alto rischio di caduta dall'alto, non era stato munito di idonea cintura di sicurezza corredata da bretelle, presidi che avrebbero dovuto essere collegati ad una fune di trattenimento; che non era stata accertata la resistenza dell'impianto di copertura del capannone, rispetto al peso degli operai; che si era verificata la rottura delle lastre di copertura del silos, sotto il peso del lavoratore, il quale era intento a trasportare a spalla un motore elettrico.

Ricorso in Cassazione - Inammissibile.

E' appena il caso di considerare, afferma la suprema Corte, che la Corte di Appello, secondo un percorso argomentativo immune da fratture di ordine logico e perciò non sindacabile in sede di legittimità, ha considerato che - pur essendo stato formalmente predisposto un piano di valutazione del rischio e pur essendo stato nominato un responsabile della sicurezza, nella persona del dipendente (Omissis), soggetto peraltro indicato nell'organigramma aziendale come "addetto pressa di stampaggio" - risultava determinante il fatto che, in fabbrica, non era stata in concreto utilizzata alcuna cautela per evitare il verificarsi di infortuni del tipo di quello occorso al dipendente e che l'azienda non disponeva di imbracature, funi e mezzi di aggancio.

In particolare, la Corte territoriale ha evidenziato che non risultava provato l'effettivo conferimento di una delega di poteri, in materia antinfortunistica, da parte del datore di lavoro, in favore di soggetto qualificato. Sul punto, il Collegio ha sottolineato che il dipendente (Omissis) non risultava all'uopo qualificato, che figurava nell'organigramma aziendale come addetto alle presse; e che non era neppure emerso di quali mezzi economici avesse la disponibilità per fare fronte ai costi delle dotazioni di sicurezza da fornire ai dipendenti.

Fatto


1. Il Tribunale di Catania, sezione distaccata di Acireale, con sentenza in data 3.12.2007 affermava la penale responsabilità di (Omissis), nella veste di legale rappresentante della ditta (Omissis) s.r.l., in ordine alle violazioni antinfortunistiche di cui ai capi a) e b) della rubrica e per avere colposamente provocato lesioni al dipendente (Omissis), nei termini richiamati al capo c).

2. La Corte di Appello di Catania, con sentenza in data 1 aprile 2011, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Catania, dichiarava non diversi procedere a carico dell'imputato, in ordine alle contravvenzioni contestate, perchè estinte per intervenuta prescrizione; concesse al (Omissis) le attenuanti generiche, rideterminava la pena in riferimento al reato di cui al capo c).

La Corte territoriale rilevava che risultava accertato: che il dipendente, impegnato in lavori ad alto rischio di caduta dall'alto, non era stato munito di idonea cintura di sicurezza corredata da bretelle, presidi che avrebbero dovuto essere collegati ad una fune di trattenimento; che non era stata accertata la resistenza dell'impianto di copertura del capannone, rispetto al peso degli operai; che si era verificata la rottura delle lastre di copertura del silos, sotto il peso del (Omissis), il quale era intento a trasportare a spalla un motore elettrico, e quindi la precipitazione al suolo del dipendente da una altezza di otto metri.

Il Collegio evidenziava altresì che detta manovra di attraversamento della fragile struttura risultava usualmente pratica in azienda, ogni qual volta si rendeva necessario il ricambio del motore elettrico, soggetto ad usura, impiegato durante la lavorazione del materiale.

La Corte di Appello rilevava che per primo il datore di lavoro avrebbe dovuto impedire ai lavoratori l'accesso ed il calpestio di una copertura della fabbrica che ben sapeva essere strutturata con materiale fragile.

3. Avverso la citata sentenza della Corte di Appello di Catania ha proposto ricorso per cassazione (Omissis), a mezzo del difensore, deducendo violazione di legge e vizio motivazionale.

Sotto il primo profilo, la parte si duole del fatto che i giudici di merito non abbiano assegnato rilevanza alla circostanza che all'interno dell'azienda (Omissis) rivestisse il ruolo di responsabile della sicurezza, con poteri di iniziativa e di spesa. L'esponente rileva che fu proprio (Omissis) ad organizzare le operazioni di sostituzione del motore nel corso delle quali ebbe a verificarsi l'infortunio; osserva che la Corte non ha dato rilevanza alla presenza in azienda di imbracature. Il ricorrente osserva che, per giurisprudenza costante, deve privilegiarsi l'aspetto sostanziale del concreto esercizio dei poteri decisionali in materia antinfortunistica. Richiamato il Decreto Legislativo n. 626 del 1994, articolo 2 l'esponente rileva che il legislatore ha individuato dirigenti e preposti quali destinatari "iure proprio" di norme antinfortunistiche.

Con riguardo al vizio motivazionale, l'esponente assume che la Corte di Appello di Catania, contraddittoriamente, dopo avere evidenziato che l'azienda era dotata di presidi antinfortunistici e di un responsabile per la sicurezza, abbia escluso dal percorso argomentativo sia la presenza in azienda di imbracatura e di fune, sia le dichiarazioni dei testi che avevano riferito in ordine al pregresso utilizzo di tali presidi, da parte degli operai, nel corso delle operazioni di pulizia del tetto.

Infine, la parte rileva che risulta maturato, alla data del 3 ottobre 2011, il termine prescrizionale massimo, pari ad anni sette e mesi sei, ossia anteriormente rispetto alla proposizione del presente ricorso; e chiede l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata.



Diritto



4. Il ricorso è inammissibile, atteso che i motivi di ricorso che occupano, che è dato esaminare congiuntamente, si risolvono nella prospettazione di una ricostruzione alternativa, rispetto alle valutazioni effettuate dai giudici di merito.

4.1 Giova, al riguardo, rilevare che secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte, invero, il vizio logico della motivazione deducibile in sede di legittimità deve risultare dal testo della decisione impugnata e deve essere riscontrato tra le varie proposizioni inserite nella motivazione, senza alcuna possibilità di ricorrere al controllo delle risultanze processuali; con la conseguenza che il sindacato di legittimità "deve essere limitato soltanto a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo, senza spingersi a verificare l'adeguatezza delle argomentazioni, utilizzate dal giudice del merito per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali" (in tal senso, "ex plurimis", Cass. Sez. 3, n. 4115 del 27.11.1995, dep. 10.01.1996, Rv. 203272).

Tale principio, più volte ribadito dalle varie sezioni di questa Corte, è stato altresì avallato dalle stesse Sezioni Unite le quali, hanno precisato che esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una "rilettura" degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per i ricorrenti più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Cass. Sez. U, Sentenza n. 6402 del 30/04/1997, dep. 02/07/1997, Rv. 207945). E la Corte regolatrice ha rilevato che anche dopo la modifica dell'articolo 606 c.p.p., lettera e), per effetto della Legge 20 febbraio 2006, n. 46, resta immutata la natura del sindacato che la Corte di Cassazione può esercitare sui vizi della motivazione, essendo rimasto preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 17905 del 23,03.2006, dep. 23.05.2006, Rv. 234109). Pertanto, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito (ex multis Cass. Sez. 1, Sentenza n. 1769 del 23/03/1995, dep. 28/04/1995, Rv. 201177; Cass. Sez. 6, Sentenza n. 22445 in data 8.05.2009, dep. 28.05.2009, Rv. 244181).

E' poi appena il caso di considerare che la Corte di Appello, secondo un percorso argomentativo immune da fratture di ordine logico e perciò non sindacabile in sede di legittimità, ha considerato che - pur essendo stato formalmente predisposto un piano di valutazione del rischio e pur essendo stato nominato un responsabile della sicurezza, nella persona del dipendente (Omissis), soggetto peraltro indicato nell'organigramma aziendale come "addetto pressa di stampaggio" - risultava determinante il fatto che, in fabbrica, non era stata in concreto utilizzata alcuna cautela per evitare il verificarsi di infortuni del tipo di quello occorso al dipendente (Omissis) e che l'azienda non disponeva di imbracature, funi e mezzi di aggancio. In particolare, la Corte territoriale ha evidenziato che non risultava provato l'effettivo conferimento di una delega di poteri, in materia antinfortunistica, da parte del (Omissis), in favore di soggetto qualificato. Sul punto, il Collegio ha sottolineato che il dipendente (Omissis) non risultava all'uopo qualificato, che figurava nell'organigramma aziendale come addetto alle presse; e che non era neppure emerso di quali mezzi economici avesse la disponibilità il predetto (Omissis), per fare fronte ai costi delle dotazioni di sicurezza da fornire ai dipendenti. La Corte di Appello ha rilevato che non vi era pertanto la prova che, in concreto, fosse stata realizzata una delega di funzioni in materia di sicurezza, da parte del datore di lavoro. Si osserva, infine, che le considerazioni in punto di fatto svolte dai giudici di merito, in ordine al difetto di prova circa il conferimento di una delega di funzioni in materia di sicurezza, da parte dell'odierno imputato, privano di ogni rilevanza le censure dedotte dal ricorrente, basate sulla individuazione di destinatari delle norme infortunistiche diversi dal datore di lavoro.

4.2 Neppure può trovare accoglimento la richiesta di annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, per essere il reato ex articolo 590 cod. pen., estinto per prescrizione. Il delitto per il quale oggi si procede è stato commesso in data (Omissis), di talchè il termine prescrizionale massimo, da individuarsi effettivamente in anni sette e mesi sei, è venuto a maturazione il 3.10.2011, cioè a dire successivamente rispetto alla sentenza della Corte di Appello, resa in data 1 aprile 2011. Per completezza argomentativa, si rileva peraltro che al termine ora indicato devono aggiungersi 165 giorni, per effetto delle sospensioni intervenute nel corso del procedimento, di talchè il termine prescrizionale risulta maturato il 18.03.2012.

Trova, quindi, applicazione il principio affermato da questa Corte a Sezioni Unite, per quel che attiene alla prescrizione che verrebbe a maturare in epoca successiva alla sentenza impugnata, a mente del quale l'inammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell'articolo 129 cod. proc. pen., nella specie la prescrizione del reato maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso (Cass. Sez. U, Sentenza n. 32 del 22/11/2000, dep. 21/12/2000, Rv. 217266).

5. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1,000,00 in favore della cassa delle ammende.



P.Q.M.


Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

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Cassazione Penale, Sez. 4, 18 ottobre 2012, n. 40894 - Infortunio ad apprendista e responsabilità di un datore di lavoro: mancanza di delega di funzioni


FattoDiritto



1. Il Tribunale di Gorizia - giudice monocratico -, a seguito di giudizio abbreviato con sentenza in data 23/04/20094 dichiarava (Omissis), Presidente del Consiglio di Amministrazione della (Omissis) S.R.L., colpevole per il delitto di lesioni colpose gravi procurate al dipendente (Omissis) nel corso di attività lavorativa. Concedeva le circostanze attenuanti generiche e l'attenuante ex articolo 62, n. 6 con giudizio di prevalenza sulle aggravanti, e lo condannava alla pena di giorni 28 di reclusione, sostituita con la pena pecuniaria di euro 1.064 di multa, dichiarata estinta per indulto.

2. In fatto (in data (Omissis)), era avvenuto che (Omissis) - apprendista presso la (Omissis) S.R.L. stava scaricando da una nave, unitamente ad altri tre operai oltre ad un gruista ed un mantiere, dei semilavorati di acciaio. In particolare, il (Omissis) aveva il compito di agganciare i semilavorati (cd. bramme) al bilanciere, a sua volta collegato al bozzello della gru, infilando le catene fissate al bilanciere alle estremità delle bramme in modo che la gru potesse sollevarle con l'operazione denominata "virata". Siccome il gruista non poteva vedere le operazioni di carico, spettava al mantiere dare l'ordine al gruista di eseguire la manovra di sollevamento del carico, allorchè l'imbrago del materiale era terminato e gli addetti si erano allontanati dal carico. Nel caso di specie, il mantiere, (Omissis) aveva dato il "via" al gruista per il sollevamento mentre il (Omissis) stava ancora eseguendo l'ancoraggio della catena ad uno dei profilati, di talchè la catena era andata in tensione ed aveva schiacciato la mano destra del lavoratore, il quale aveva riportato incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per il tempo di quindici mesi ed altresì l'indebolimento permanente dell'apparato della prensione.

3. Il Tribunale manifestava l'avviso che la responsabilità dell'occorso era da attribuirsi al mantiere (Omissis), il quale aveva errato nel dare l'ordine per iniziare la "virata" anticipatamente, ed anche a (Omissis), legale rappresentante della Società e datore di lavoro in concreto delle maestranze. Quest'ultimo aveva omesso di esercitare le dovute forme di controllo, consentendo il sollevamento della gru prima dell'attivazione di segnale acustico, come stabilito dalla normativa antinfortunistica e nello stesso manuale di sicurezza redatto dal servizio di prevenzione e protezione. Detta omissione si verificava da tempo, mentre il responsabile dell'azienda non aveva stabilito nè attuato precise procedure idonee ad accertare la regolarità o meno della condotta dei lavoratori sotto il profilo antinfortunistico. D'altro canto, si doveva ritenere che il funzionamento dell'allarme acustico avrebbe evitato l'incidente, perchè avrebbe sicuramente indotto i lavoratori presenti a segnalare al gruista che le operazioni di carico non erano state completate. L'altro imputato (Omissis) aveva definito la propria posizione processuale concordando la pena ai sensi dell'articolo 444 cod. proc. pen..

4. Proposta impugnazione, la Corte di Appello di Trieste, con sentenza in data 9/11/2011, riformava la decisione di primo grado ed assolveva l'imputato (Omissis) "perchè il fatto non costituisce reato".

Rilevava che l'azienda in questione occupava circa cento dipendenti, con due direttori operativi, qualificati come dirigenti, vari preposti con gli incombenti di responsabile avviamento, capi banchina e capi turno. In particolare, l'obbligo di vigilare sull'effettivo azionamento del segnale acustico spettava ai preposti; peraltro, costoro non avevano esposto alcuna problematica in tal senso ai direttori operativi, i quali ultimi, che avevano rapporti giornalieri con il datore di lavoro, a loro volta non avevano rappresentato alcunchè al riguardo. Ne conseguiva che nessun addebito poteva attribuirsi, nell'ambito dell'osservanza della normativa di prevenzione infortuni, al prevenuto.

5. Proponeva ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Trieste.

Rappresentava che la motivazione non appariva corretta, essendo stato trascurato il dato obbiettivo della mancanza di ogni vigilanza sulle misure di prevenzione degli infortuni da parte del datore di lavoro, nella persona del Presidente del Consiglio di Amministrazione della Società (Omissis). Al riguardo, non apparivano in alcun modo sufficienti gli obblighi facenti carico, nell'ambito delle funzioni da ciascuno svolte, ai singoli dirigenti, mentre sul datore di lavoro gravava uno specifico obbligo di controllo diretto dell'osservanza da parte dei singoli dipendenti delle norme e delle disposizioni aziendali in materia di sicurezza: il che nella fattispecie non aveva avuto luogo.

Chiedeva l'annullamento della decisione.

6. Il ricorso deve essere accolto perchè fondato.

Si osserva che la Corte di Appello non appare avere correttamente argomentato, sulla base dei dati obbiettivi della vicenda acquisiti e con riferimento alla normativa in tema di sicurezza nei posti di lavoro, circa la posizione processuale di (Omissis), legale rappresentante della Società (Omissis), presso cui era dipendente la parte offesa. Invero, a carico del datore di lavoro, ai sensi della normativa di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955 e di quella generale in materia di sicurezza aziendale (Decreto Legislativo n. 626 del 1994, articolo 4) ed anche in riferimento alla norma cd. "di chiusura del sistema" ex articolo 2087 c.c., sussiste un obbligo di controllo dell'osservanza da parte dei singoli lavoratori delle norme vigenti e delle disposizioni e procedure aziendali di sicurezza. In altre parole, il datore di lavoro è costituito garante dell'incolumità fisica dei prestatori di lavoro, con l'ovvia conseguenza che, ove egli non ottemperi agli obblighi di tutela, l'evento lesivo correttamente gli viene imputato in forza del meccanismo reattivo previsto dall'articolo 40 c.p.p., comma 2.

In specie, la vigilanza sull'applicazione delle misure disposte e sull'osservanza di queste da parte dei lavoratori rimane a carico del datore di lavoro, se non ritualmente delegate ad altri soggetti, (v. Cass. 10-11-2005 n 47363; Cass. 23-4-2008 n25288; Cass. 20-5-2008 n27420). Sotto detto profilo, deve osservarsi che la delega di funzioni, spettanti e facenti carico al datore di lavoro, nei riguardi di terzi (ora disciplinata dal Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, articolo 16 come modificato dal Decreto Legislativo 3 agosto 2009, n. 106, articolo 12) non può ritenersi implicitamente presunta dalla ripartizione interna all'azienda dei compiti assegnati ai dipendenti o dalle dimensioni dell'impresa, (v. Cass. 6-2-2007 n. 12794; Cass. 29-1-2008 n. 8604, Cass. 10-12-2008 n. 4123/2009). Piuttosto, anche secondo la giurisprudenza elaborata all'epoca dell'accadimento in questione, deve rilevarsi che la delega eventualmente conferita dal datore di lavoro, in tema di attuazione e controllo del rispetto da parte dei dipendenti della normativa antinfortunistica, richiede una inequivoca e certa manifestazione di volontà anche dal punto di vista del contenuto con conferimento al delegato, persona esperta e competente, di poteri di organizzazione, gestione e controllo adeguati agli incombenti attribuiti, nonchè autonomia di spesa necessaria allo svolgimento delle funzioni delegate. Il che, secondo le acquisizioni probatorie esposte, non risulta appunto avvenuto nel caso in esame.

7. Pertanto, la sentenza impugnata va annullata con rinvio alla Corte di Appello di Trieste, altra Sezione, per un nuovo esame della posizione processuale dell'imputato (Omissis) in conformità dei principi di diritto e dello schema motivazionale sopra esposti.



P.Q.M.


Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d'Appello di Trieste per nuovo esame.

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Cassazione Penale, 19 ottobre 2012, n. 41063 - Annegamento di un dipendente all'interno di un pozzo e posizione di garanzia di un datore di lavoro. Elementi essenziali della delega di funzioni

Responsabilità di un socio amministratore di una snc per annegamento di un proprio dipendente durante i lavori per la costruzione di un edificio multipiano polifunzionale.

L'imputato, operando come subappaltatore di una srl per la fornitura e posa di materiale metallico (in particolare posa di angolari eseguiti a misura e chiusini in ghisa per la chiusura delle camere dei pozzi di emungimento funzionali all'impianto di climatizzazione degli edifici in costruzione), aveva omesso di prendere le misure necessarie per tutelare la sicurezza dei lavoratori, non cooperando con gli altri datori di lavoro delle imprese operanti sul medesimo cantiere all'attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi, anche attraverso l'informazione reciproca al fine di eliminare i rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese; segnatamente avevano omesso di verificare che fossero adottate e rispettate adeguate procedure di sicurezza per le lavorazioni da svolgere in prossimità e all'interno delle camere dei pozzi di emungimento, nelle quali erano destinati ad essere impiegati i loro dipendenti.

Accadeva che la vittima si introduceva nella camera del tombino, ove si trovava l'imbocco del pozzo che, dopo l'esecuzione di lavori di competenza della " (...) Impianti" s.r.l., era stato coperto solo con pannelli di polisterene da parte del personale di quest'ultima società e a causa della scarsa illuminazione della zona e tratto verosimilmente in inganno dalle dimensioni e dal colore di tali pannelli (uguali quelli delle tavole in armatura), vi poggiava i piedi sopra, ma i pannelli cedevano sotto il suo peso, facendolo precipitare all'interno del pozzo, profondo 36 metri, di cui gli ultimi 18 metri riempiti con acqua di falda, con conseguente decesso del medesimo per annegamento.

Il G.U.P. del Tribunale di Milano, all'esito dell'udienza preliminare, emetteva sentenza di non luogo a procedere.

Ricorre in Cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, lamentando la erronea applicazione della legge penale. Ricorso fondato.

Fatto




1. Con sentenza del 14\12\2011 il G.U.P. del Tribunale di Milano, all'esito dell'udienza preliminare, emetteva sentenza di non luogo a procedere nei confronti di (...) in relazione al delitto di omicidio colposo aggravato in danno dell'operaio (...)

Al (...) e ad altri imputati, era stato addebitato che, con condotte indipendenti e causalmente rilevanti nella produzione dell'evento, operando, mediante le rispettive imprese, presso il cantiere edile per la costruzione di edificio multipiano polifunzionale, sito in Milano via (.....) avevano determinato la morte del (...), dipendente della "Eredi (...)" s.n.c, per annegamento, con colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia ed inosservanza di norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro; in particolare, relativamente al (...) (ed al (...) ), nella loro qualità di soci amministratori della soc. "Eredi (...)" e quindi di datori di lavoro, operando come subappaltatori (della (...) Costruzioni" s.r.l.) per la fornitura e posa di materiale metallico (in particolare posa di angolari eseguiti a misura e chiusini in ghisa per la chiusura delle camere dei pozzi di emungimento funzionali all'impianto di climatizzazione degli edifici in costruzione), avevano omesso di prendere le misure necessarie per tutelare la sicurezza dei lavoratori, non cooperando con gli altri datori di lavoro delle imprese operanti sul medesimo cantiere all'attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi, anche attraverso l'informazione reciproca al fine di eliminare i rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese; segnatamente avevano omesso di verificare che fossero adottate e rispettate adeguate procedure di sicurezza per le lavorazioni da svolgere in prossimità e all'interno delle camere dei pozzi di emungimento, nelle quali erano destinati ad essere impiegati i loro dipendenti.

Cosicché mentre il (...) si trovava presso il cantiere al fine di verificare i lavori da svolgersi presso il pozzo n. 7, si introduceva nella camera del tombino, ove si trovava l'imbocco del pozzo che, dopo l'esecuzione di lavori di competenza della " (...) Impianti" s.r.l., era stato coperto solo con pannelli di polisterene da parte del personale di quest'ultima società; in tale frangente il (...), a causa della scarsa illuminazione della zona e tratto verosimilmente in inganno dalle dimensioni e dal colore di tali pannelli (uguali quelli delle tavole in armatura), vi poggiava i piedi sopra, ma i pannelli cedevano sotto il suo peso, facendolo precipitare all'interno del pozzo, profondo 36 metri, di cui gli ultimi 18 metri riempiti con acqua di falda, con conseguente decesso del medesimo per annegamento (acc. in Milano il 26/5/2010).

Ha ritenuto il G.U.P. che il proscioglimento si imponeva per ragioni formali e sostanziali.

Infatti, dal verbale di assemblea dei soci del 4.9.2009, risultava la volontà espressa e formale dell'assemblea di riconoscere al (...) "anche la nomina di datore di lavoro, così come definito dall'art. 2, lett.b, del D.Lgs n. 81 del 9 aprile 2008", in tal modo attribuendogli anche le funzioni di vigilanza e prevenzione, in virtù dei poteri specifici e delle competenze del datore di lavoro.

Sulla base di ciò ha ritenuto il giudice di merito che il solo era da considerare datore di lavoro e, quindi, titolare in via esclusiva della posizione di garanzia e dei connessi poteri di vigilanza e di protezione.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, lamentando la erronea applicazione della legge penale, in quanto l'imputato, in quanto socio amministratore della s.n.c. era da considerare datore di lavoro e non risultava alcuna formale delega di poteri, ai sensi degli artt. 16 e 17 d.lgs. 81 del 2008, idonea ad esonerarlo dalle sue responsabilità.




Diritto




3. Il ricorso è fondato.

3.1. Ai sensi dell'art. 2, lett. b) del d.lgs. 81 del 2008 viene definito «datore di lavoro» il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l'assetto dell'organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell'organizzazione stessa o dell'unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.

Nel caso che ci occupa, come osservato dal ricorrente, non vi è dubbio che l'imputato avesse, alla data del fatto, la veste di datore di lavoro, considerato che da visure camerali, risultava essere rappresentante ed amministratore della società di persone "Eredi (...)" s.n.c.

Pertanto erroneamente il G.U.P. ha ritenuto l'imputato non essere titolare di tale funzione in ragione di una delibera assembleare, in quanto la attribuzione della qualità di datore di lavoro è stabilita per legge e, pertanto, non è derogabile convenzionalmente.

3.2. Sul datore di lavoro, come sopra individuato, grava, ai sensi dell'art. 18 del d.lgs. cit, la posizione di garanzia del rispetto delle norme antinfortunistiche. Sul punto questa Corte di legittimità ha più volte ribadito che in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la posizione di garanzia del datore di lavoro, è inderogabile quanto ai doveri di vigilanza e controllo per la tutela della sicurezza, in conseguenza del principio di effettività, il quale rende riferibile l'inosservanza alle norme precauzionali a chi è munito dei poteri di gestione e di spesa (Cass. III, 29229\2005, Ligresti); inoltre, che il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza, ha l'obbligo non solo di predisporre le misure antinfortunistiche, ma anche di sorvegliare continuamente sulla loro adozione da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale disposizione di cui all'art. 2087 cod. civ., egli è costituito garante dell'incolumità fisica dei prestatori di lavoro (Cass. IV, 20595\2005, Castellani).

3.3. Ciò detto, va anche ricordato che il datore di lavoro ha la possibilità, attraverso una "delega", di trasferisce in capo ad altro soggetto poteri ed obblighi originariamente appartenenti al delegante in materia di sicurezza sul lavoro. In sostanza il datore può trasferire in capo ad altro soggetto la sua posizione di garanzia. La delega di funzioni, in passato prevista dall'art. 1 d.lgs. 626 del 1994, è ora disciplinata esplicitamente negli artt. 16 e 17 del d.lgs. 81 del 2008.

Le predette disposizioni prevedono stringenti requisiti formali e sostanziali per la validità della delega : a) che risulti da atto scritto; b) che il delegato possegga i requisiti di professionalità ed esperienza per lo svolgimento del compito; c) che attribuisca al delegato tutti i poteri di organizzazione, gestione e controllo richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate; d) che essa attribuisca al delegato l'autonomia di spesa necessaria ; e) che la delega sia accettata dal delegato per iscritto.

Ne consegue da quanto detto che la delibera assembleare del 4\9\2009 (priva di data certa e non annotata sui pubblici registri), richiamata nella sentenza di proscioglimento, con la quale è stata riconosciuta al (...) la "nomina" a datore di lavoro, con attribuzione di funzioni di vigilanza e di prevenzione, anche a volerla considerare una delega, per la sua genericità non è idonea a trasferire la posizione di garanzia gravante sull'amministratore (...) (datore di lavoro ai sensi del cit. art. 2). Dal che un'ulteriore erronea applicazione della legge da parte del giudice di merito.

Va osservato peraltro che più volte, questa Corte di legittimità, ha ribadito che la delega di funzioni non esclude l'obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite in ordine alla correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato (cfr. Cass. Sez. 4, Sentenza n. 10702 del 01/02/2012 Ud. (dep. 19/03/2012), Rv. 252675). Sul punto la sentenza impugnata è assolutamente carente di motivazione.

Alla luce di quanto detto, in accoglimento del ricorso, si impone l'annullamento della sentenza, con rinvio al Tribunale di Milano che si uniformerà ai principi sopra enunciati.




P.Q.M.




Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Milano.

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Cassazione Penale, 22 ottobre 2012, n. 41191 - Macchina sega ossi e mancanza di formazione specifica e di DPI


Responsabilità del direttore di una S.p.a., per avere colposamente cagionato lesioni gravi ad una lavoratrice adibendola all'utilizzo di una macchina sega ossi senza effettuare una adeguata formazione riguardante i dispositivi di sicurezza. Era infatti accaduto che la lavoratrice, durante le operazioni di taglio di alcune bistecche, aveva urtato, con il secondo dito della mano sinistra, la lama in movimento in quanto, prima di iniziare l'operazione, non aveva regolato il listello di protezione della lama.

Condannato in primo e secondo grado, ricorre in Cassazione - Inammissibile.

La Corte d'Appello osservava che l'infortunio sarebbe stato evitabile con l'impiego corretto dei dispositivi di protezione presenti sulla macchina sega ossi di cui si tratta. Ciò chiarito, la Corte di Appello sottolineava che risultava accertato che la donna, all'epoca dell'infortunio, lavorava presso il reparto macelleria da circa tre mesi; che il corso di formazione organizzato dall'ipermercato aveva avuto una durata inferiore a quella prevista; e che, in particolare, non era stata erogata la formazione specifica, relativa al corretto utilizzo della macchina sega ossi. Sul punto, la Corte di Appello evidenziava che la parte offesa aveva riferito che anche altri dipendenti utilizzavano la macchina sega ossa senza usare i dispositivi di sicurezza; e che nessuno degli addetti era mai stato richiamato, per l'utilizzo non corretto della macchina segatrice.

La Corte di Appello ha correttamente considerato che le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche in considerazione della possibile negligenza con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni; e che la responsabilità del datore di lavoro può essere esclusa solo in presenza di un comportamento del lavoratore del tutto imprevedibile, tale da presentare i caratteri della eccezionalità rispetto al procedimento lavorativo: non può affermarsi che abbia queste caratteristiche il comportamento del lavoratore - come certamente è avvenuto nel caso di specie - che abbia compiuto un'operazione rientrante pienamente, oltre che nelle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro attribuitogli.


Fatto


Il Tribunale di Macerata, sezione distaccata di Civitanova Marche, con sentenza del 14 giugno 2010, dichiarava P. M. colpevole del reato di cui all'art. 590 cod. pen., nella sua qualità di direttore dell'(...) S.p.a., per avere colposamente cagionato lesioni gravi alla lavoratrice (...), adibendola all'utilizzo di una macchina sega ossi, senza effettuare una adeguata formazione della dipendente riguardante i dispositivi di sicurezza. Il Tribunale, concesse le attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante, condannava l'imputato alla pena di € 200,00 di multa.
La Corte di Appello di Ancona, con sentenza del 13.10.2011, confermava la sentenza di primo grado.

Il Collegio, nel censire i motivi di doglianza dedotti dall'appellante, rilevava che correttamente il giudice di primo grado aveva rigettato la richiesta presentata dalla difesa di assunzione del teste (...), ai sensi dell'art. 507 cod. proc. pen., in considerazione della ampia istruzione svolta e della esauriente deposizione resa dalla stessa parte offesa, sul punto relativamente al quale la parte invocava l'escussione dell'ulteriore teste. La Corte distrettuale rilevava pure l'insussistenza dei presupposti per far luogo alla rinnovazione della istruttoria dibattimentale. La Corte d'Appello considerava poi che la dinamica del fatto risultava pacificamente accertata, nel seguenti termini: la (...), durante le operazioni di taglio di alcune bistecche, aveva urtato, con il secondo dito della mano sinistra, la lama in movimento, riportando le refertate lesioni; ciò in quanto, prima di iniziare l'operazione, l'addetta non aveva regolato il listello di protezione della lama. Il Collegio osservava che l'infortunio sarebbe stato evitabile con l'Impiego corretto dei dispositivi di protezione presenti sulla macchina sega ossi di cui si tratta. Ciò chiarito, la Corte di Appello sottolineava che risultava accertato che la donna, all'epoca dell'Infortunio, lavorava presso il reparto macelleria da circa tre mesi; che il corso di formazione organizzato dall'ipermercato aveva avuto una durata inferiore a quella prevista; e che, in particolare, non era stata erogata la formazione specifica, relativa al corretto utilizzo della macchina sega ossi. Sul punto, la Corte di Appello evidenziava che la parte offesa aveva riferito che anche altri dipendenti utilizzavano la macchina sega ossa senza usare i dispositivi di sicurezza; e che nessuno degli addetti era mai stato richiamato, per l'utilizzo non corretto della macchina segatrice.


Avverso la richiamata sentenza della Corte di Appello di Ancona ha proposto ricorso per cassazione (...), a mezzo del difensore, deducendo, con il primo motivo, la mancata assunzione di prova decisiva ed il vizio motivazionale. La parte rileva che la Corte di Appello ha omesso di motivare il rigetto della doglianza afferente al mancato accoglimento, da parte del primo giudice, della richiesta avanzata dalla difesa ai sensi dell'art. 507, cod. proc. pen., di escussione del teste (...). Oltre a ciò, la parte assume che la Corte distrettuale neppure abbia chiarito le ragioni del rigetto della richiesta avanzata dalla difesa, di dare corso al rinnovo dell'istruttoria dibattimentale, ai sensi dell'art. 603, cod. proc. pen., al fine di procedere alla escussione del predetto testimone.
L'esponente osserva, al riguardo, che la stessa parte offesa, nel corso della propria deposizione, aveva menzionato il (...) quale diretto superiore, al quale era demandata la formazione pratica dei dipendenti neo assunti. Il ricorrente rileva che la contestazione concernente la mancata formazione della dipendente riguarda sia la formazione teorico che la formazione pratica; e ritiene che, mentre per la formazione teorica è stato escusso il teste (...), per quanto riguarda la formazione pratica l'Istruttoria è stata deficitaria, non essendo stato escusso il teste (...). La parte assume che la difesa è stata in grado di individuare il predetto teste solo dopo l'istruttoria dibattimentale; e ribadisce che l'esame del i risultava necessario ai fini del decidere, diversamente da quanto affermato dalla Corte di Appello, potendo il teste riferire sulla formazione pratica erogata ai dipendenti.
Con il secondo motivo il ricorrente deduce il difetto motivazionale ed il travisamento delle risultanze istruttorie.
La parte ritiene che l'infortunio si sia verificato per il comportamento abnorme della lavoratrice, la quale ha ammesso, nel corso della istruttoria, di avere svolto attività lavorativa, nel medesimo periodo in cui era addetta al reparto macelleria dell'Iper, in orario notturno presso uno stabilimento balneare.
L'esponente rileva che la parte offesa non ha recepito le informazioni fornite dal datore di lavoro ai nuovi assunti, a causa della richiamata circostanza; ed assume che l'infortunio sia stato causato, in realtà, dal fatto che la lavoratrice non ebbe a prestare adeguata attenzione alle direttive imposte. Parte ricorrente confuta poi il contenuto della deposizione resa dalla lavoratrice; e ribadisce che l'evento lesivo fu determinato dalla utilizzazione impropria della macchina sega ossa, ad opera della dipendente. Rileva che se l'imputato avesse saputo che la (...) svolgeva la richiamata attività notturna, non avrebbe adibito la lavoratrice al reparto macelleria.
L'esponente censura poi le argomentazioni espresse dai giudici di merito, in riferimento alla valutazione relativa alla inadeguatezza della formazione erogata dall'imputato per quanto riguarda i dispositivi di sicurezza; si duole, altresì, del compiuto apprezzamento della deposizione resa dalla teste (...), rispetto alle sommarie informazioni rese da (...) e (...), con riferimento alle modalità di utilizzo del macchinario di cui si tratta. La parte ribadisce che l'evento lesivo si sia verificato a causa del comportamento posto in essere dalla persona offesa, la quale neppure è stata in grado, nel coso del giudizio, di ricostruire le modalità dell'infortunio occorsole.

Diritto


Il ricorso è inammissibile.
Soffermandosi sulle censure affidate al primo motivo di ricorso, si osserva che trattasi di doglianze manifestamente infondate.
Con riferimento alla mancata assunzione di una prova decisiva, quale motivo di impugnazione per cassazione, si osserva che questa Suprema Corte ha chiarito che la doglianza può essere dedotta solo in relazione ai mezzi di prova di cui sia stata chiesta l'ammissione a norma dell'art. 495, secondo comma, cod. proc. pen., sicché il motivo non può essere validamente invocato nel caso in cui il mezzo di prova sia stato sollecitato dalla parte - come nel caso di specie - attraverso l'invito al giudice di merito ad avvalersi del poteri discrezionali di integrazione probatoria di cui all'art. 507 cod. proc. pen. e da questi sia stato ritenuto non necessario ai fini della decisione (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 4177 del 27.10.2003, dep. 04.02.2004, Rv. 227103).
Del pari manifestamente Infondata risulta la doglianza afferente al mancato rinnovo dell'Istruttoria dibattimentale. Occorre, al riguardo, osservare che la giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito: che il vigente codice di rito penale pone una presunzione di completezza dell'Istruttoria dibattimentale svolta in primo grado; che la rinnovazione, anche parziale, del dibattimento, in sede di appello, ha carattere eccezionale e può essere disposta unicamente nel caso in cui il giudice ritenga di non poter decidere allo stato degli atti; e che solo la decisione di procedere a rinnovazione deve essere specificamente motivata, occorrendo dar conto dell'uso del potere discrezionale derivante dalla acquisita consapevolezza di non poter decidere allo stato degli atti (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 6379 del 17/03/1999, dep. 21/05/1999, Rv. 213403).
Nell'alveo dell'orientamento interpretativo ora richiamato, la Suprema Corte ha poi affermato che l'esercizio del potere di rinnovazione istruttoria si sottrae, per la sua natura discrezionale, allo scrutinio di legittimità, nei limiti in cui la decisione del giudice di appello, tenuto ad offrire specifica giustificazione soltanto dell'ammessa rinnovazione, presenti una struttura argomentativa che evidenzi - per il caso di mancata rinnovazione - l'esistenza di fonti sufficienti per una compiuta e logica valutazione in punto di responsabilità (cfr. Cass. Sez. 6, Sentenza n. 40496 del 21/05/2009, dep. 19/10/2009, Rv. 245009).
Pertanto, la motivazione espressa dalla Corte di Appello, nel rigettare la richiesta di rinnovo dell'istruttoria dibattimentale, stante l'insussistenza dei relativi presupposti, attesa la completezza del quadro istruttorio, rispetto al tema di prova, risulta immune dalle dedotte censure.


Con il secondo motivo la parte confuta il compiuto apprezzamento, da parte dei giudici di merito, del contenuto delle deposizioni rese dalla persona offesa e da altri testi; e rileva che l'infortunio ebbe a verificarsi a causa della condotta abnorme posta in essere dalla medesima lavoratrice. Trattasi di rilievi inammissibili.
Giova rilevare che esula dal poteri della Corte di Cassazione quello di una "rilettura" degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito; e che non può integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Cass. Sez. U, Sentenza n. 6402 del 30.04.1997, dep. 02.07.1997, Rv. 207945). Sul punto, la Corte regolatrice ha chiarito che anche dopo la modifica dell'art. 606 lett. e) cod. proc. pen., per effetto della legge 20 febbraio 2006 n. 46, resta immutata la natura del sindacato che la Corte di Cassazione può esercitare sui vizi della motivazione, essendo rimasto preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 17905 del 23.03.2006, dep. 23.05.2006, Rv. 234109).


Occorre, poi, evidenziare che la Corte di Appello ha correttamente considerato che le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche in considerazione della possibile negligenza con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni; e che la responsabilità del datore di lavoro può essere esclusa solo in presenza di un comportamento del lavoratore del tutto imprevedibile, tale da presentare i caratteri della eccezionalità rispetto al procedimento lavorativo.
Invero, le considerazioni svolte dalla Corte territoriale si collocano nell'alveo dell'orientamento espresso ripetutamente da questa Suprema Corte di Cassazione, In riferimento alla valenza esimente da assegnare alla condotta colposa posta in essere dal lavoratore, rispetto al soggetto che versa in posizione di garanzia. Si è, infatti, chiarito che, nel campo della sicurezza del lavoro, gli obblighi di vigilanza che gravano sull'imprenditore risultano funzionali anche rispetto alla possibilità che il lavoratore si dimostri imprudente o negligente verso la propria incolumità; e che può escludersi l'esistenza del rapporto di causalità unicamente nei casi in cui sia provata l'abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all'evento. Nella materia che occupa deve, cioè, considerarsi abnorme il comportamento che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all'applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro; e la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che l'eventuale colpa concorrente del lavoratore non può spiegare alcuna efficacia esimente per i soggetti aventi l'obbligo di sicurezza che si siano comunque resi responsabili della violazione di prescrizioni in materia antinfortunistica (cfr. Cass. Sez. 4, sentenza n. 8676, del 14.06.1996, dep. 24.09.1996, Rv. 206012; Cass., Sez. 4, sentenza n. 3580 del 14.12.1999, dep. 20.03.2000, Rv. 215686; Cass. Sez. 4, sentenza n. 12115 del 3.06.1999, dep. 22.10.1999, Rv. 214999). La Suprema Corte ha pure osservato che non può affermarsi che abbia queste caratteristiche il comportamento del lavoratore - come certamente è avvenuto nel caso di specie - che abbia compiuto un'operazione rientrante pienamente, oltre che nelle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro attribuitogli (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 10121 del 23.01.2007, Rv. 236109).


Neppure può trovare accoglimento la richiesta di annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, per essere il reato ex art. 590, cod. pen., estinto per prescrizione. Il delitto per il quale oggi si procede è stato commesso in data 16.08.2004, di talché il termine prescrizionale massimo, da individuarsi in anni sette e mesi sei, sarebbe venuto a maturazione il 16.02.2012, cioè a dire successivamente rispetto alla sentenza della Corte di Appello, resa in data 13.10.2011.
Trova, quindi, applicazione il principio affermato da questa Corte a Sezioni Unite, per quel che attiene alla prescrizione che verrebbe a maturare in epoca successiva alla sentenza impugnata, a mente del quale l'inammissibilità del ricorso per cassazione, dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi, non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell'art. 129 cod. proc. pen., nella specie la prescrizione del reato maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso (Cass. Sez. U, Sentenza n. 32 del 22.11.2000, dep. 21.12.2000, Rv. 217266).
Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.


Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Fonte Olympus 

 



 

 
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